di Enrico Nicosia
Sull’isola di Inhaca, al largo di Maputo, scienziati e comunità locali collaborano nella protezione delle foreste di mangrovia, tra gli ecosistemi più ricchi di biodiversità e catturatori di carbonio del pianeta. Qui formano i nuovi ricercatori africani e si sperimentano soluzioni sostenibili per affrontare le sfide ambientali
«Camminare in una foresta di mangrovie è come entrare in un altro mondo, dove la marea sommerge le radici e i pesci iniziano a nuotare tra gli alberi». Carine Bourgeois, biologa del Programma internazionale del Servizio forestale degli Stati Uniti, studia questi ecosistemi da quindici anni e li definisce magici. Sono foreste che crescono fra terra e mare nelle regioni tropicali del pianeta e dove, al ritmo delle maree, tra le radici affioranti, pesci e gamberi si alternano a granchi e piccoli mammiferi. «Studiare le mangrovie significa addentrarsi nella biologia marina, ma anche nella botanica, nella geologia, nell’ecologia e nell’analisi degli effetti dei cambiamenti ambientali. Sono veri e propri laboratori a cielo aperto», spiega Bourgeois.
Nel sud del Mozambico, l’isola di Inhaca ospita uno di questi laboratori naturali. «Qui le mangrovie crescono lungo la costa, si insinuano nei canali e risalgono nell’entroterra. È un luogo ideale per osservare i diversi adattamenti che queste piante hanno sviluppato per sopravvivere in condizioni estreme», racconta Bourgeois, che da due anni è tra i docenti volontari del corso intensivo di ecologia e conservazione delle mangrovie organizzato a Inhaca, nell’ambito del progetto ManGrowth, promosso dalla Sapienza Università di Roma e dall’Università Eduardo Mondlane di Maputo, con il sostegno dell’Agenzia Italiana per la cooperazione allo sviluppo (Aics). Con vista sullo skyline di Maputo, Inhaca emerge dall’Oceano Indiano come un’estensione della costa bassa e sabbiosa del sud del Paese.

Microcosmo di biodiversità
È una sottile lingua di terra coperta di foreste e attraversata da piste di sabbia, che racchiude alcuni degli ecosistemi più preziosi del Mozambico: dune, lagune, spiagge, coste rocciose, mangrovie e barriere coralline. «È un mosaico ecologico straordinario, un concentrato di biodiversità in uno spazio sorprendentemente ridotto», spiega Célia Macamo, ecologa dell’Università Eduardo Mondlane. Sull’isola, la ricercatrice studia le mangrovie, tra le meglio conservate del Paese, «un luogo ideale per capire come funziona una foresta intatta o quasi». Le mangrovie di Inhaca sono ben conservate grazie a diversi fattori. La regione è fuori dalle principali rotte dei cicloni tropicali, proteggendo le foreste dalla furia dei fenomeni meteorologici più intensi, spiega Macamo. Inoltre, circa un terzo dell’isola è area protetta, con riserve marine e terrestri istituite nel 1965 per tutelare mare, foreste e dune, comprese le mangrovie. «Questo ha aumentato la consapevolezza ambientale degli abitanti. Il taglio degli alberi per ricavarne legna esiste, ma è raro», aggiunge la ricercatrice. Sérgio Mapanga, tecnico della Stazione di biologia marina di Inhaca – uno dei più antichi centri di ricerca dell’Africa orientale – è nato e cresciuto sull’isola. Conosce ogni canale e ogni specie che abita i mangrovieti. «Qui vivono circa seimila persone. Tutti dipendiamo dalla natura, ed è anche per questo che la vegetazione è ancora in gran parte intatta», racconta. Anche Angelo Manguele, presidente dell’associazione degli operatori turistici, è originario di Inhaca. «La gente sa quanto valgono le mangrovie. Molti vivono delle risorse che offrono», spiega. Granchi, molluschi e pesci raccolti tra le radici rappresentano una fonte di reddito, venduti nei mercati e nei ristoranti locali. «L’importante è rendere queste attività sostenibili: le conoscenze per farlo ci sono», aggiunge.
Protezione e sviluppo sostenibile
Ma servono anche alternative alla raccolta di sussistenza. Con il progetto MangAction, anch’esso sostenuto da Aics, Manguele lavora allo sviluppo di attività economiche a basso impatto ambientale, con le mangrovie al centro. «Il turismo responsabile può rappresentare una valida alternativa. È importante creare una coscienza turistica, permettendo ai visitatori di scoprire questi ecosistemi e comprendere il loro ruolo per l’isola, per la biodiversità e per l’ambiente», afferma. Avverte però che è essenziale prevenire gli eccessi per tutelare il fragile equilibrio dell’isola.

Tra fango, radici e maree, esplorare le mangrovie è sempre una sfida: le aree più interne sono spesso inaccessibili. «A Inhaca, invece, le foreste di mangrovie sono piccole e concentrate. Le conosciamo bene e sappiamo quali specie ospitano», spiega Macamo. Le mangrovie dell’isola sono anche un modello di equilibrio. «In tutto il Mozambico si contano otto specie di mangrovie, sei sono presenti qui: un dato raro», aggiunge. Durante una lezione immersa nella foresta, Carine Bourgeois – che ha studiato mangrovie in tutto il mondo – sottolinea l’importanza della collaborazione internazionale: «Formare giovani ricercatori da paesi diversi è essenziale per comprendere e proteggere questi ecosistemi». Anche Camilla Foggia, biologa della Sapienza, lo conferma. Dopo aver studiato da satellite la copertura delle mangrovie mozambicane, a Inhaca ha potuto osservarle da vicino. «Anche se in Europa non ci sono mangrovie, i loro destini ci riguardano. Il clima e la biodiversità non conoscono confini: se queste foreste sparissero, gli effetti si sentirebbero ovunque».
Lezioni dal cuore verde
«Le mangrovie sono tra le foreste più ricche di carbonio, accumulandone da tre a cinque volte più delle foreste terrestri, comprese quelle tropicali», spiega Bourgeois. Le radici sempre immerse nell’acqua favoriscono una produzione elevata di biomassa e quindi un maggiore stoccaggio di carbonio. Inoltre, l’acqua salmastra crea un ambiente povero di ossigeno, rallentando la decomposizione di foglie, rami e radici. Se queste foreste sparissero, gran parte di questo carbonio verrebbe rilasciato nell’atmosfera.

Nella sfida globale per conservare le mangrovie, il Mozambico ha un ruolo strategico. Con oltre tremila chilometri quadrati di mangrovieti lungo la costa, è secondo solo alla Nigeria per estensione in Africa. «Questo significa che ogni scelta fatta qui ha ripercussioni per il Paese, la regione e il pianeta», osserva Macamo. Durante le lezioni a Inhaca, Gerson Gonca, studente di ecologia all’Università Lúrio, nel nord del Paese, raccoglie dati sul campo. A Pemba, città costiera distante tremila chilometri, collabora con associazioni locali per promuovere educazione ambientale e tutela marina. Il suo sogno è diventare esperto di mangrovie. «Inhaca, con la sua biodiversità ben conservata, affronta le stesse sfide di altri luoghi. È il contesto ideale per studiare i processi ecologici e gli impatti ambientali su questi ecosistemi».
Questo servizio è uscito sul numero 1/2026 della rivista Africa. Per acquistare una copia, clicca qui.



