Haftar verso Tripoli: bluff o attacco finale?

di Enrico Casale
ribelli libici

In Libia siamo alla resa dei conti. Il generale Khalifa Haftar, ex comandante delle truppe di Gheddafi in Ciad e uomo forte della Cirenaica, ha ordinato di attaccare e conquistare Tripoli. Va da sé che l’obiettivo finale non è la capitale, ma l’abbattimento del governo, riconosciuto a livello internazionale, di Fayez al-Sarraj.

Haftar si è rivolto a quel mix di miliziani e truppe regolari che formano l’Esercito nazionale libico (Lna) di cui è comandante generale: «Eccoci, Tripoli. Eccoci, Tripoli», ha detto evocando una formula islamica legata al pellegrinaggio alla Mecca. «Eroi, l’ora è suonata, è venuto il momento del nostro appuntamento con la conquista. Oggi facciamo tremare la terra sotto i piedi degli ingiusti», ha aggiunto il generale cirenaico, esortando le bellicose milizie dell’Ovest ad arrendersi alla sua «marcia vittoriosa»: sarà «salvo» solo «colui che depone le armi» e «che sventola bandiera bianca».

Riuscirà a piantare la sua bandiera su Tripoli? Dal punto di vista militare l’impresa non è delle più semplici. A fianco di al-Sarraj si è subito schierata la potente milizia di Misurata insieme alle altre milizie dell’Ovest che, insieme, hanno rafforzato le difese intorno alla città. Lo scontro potrebbe essere durissimo e causare migliaia di vittime sia nelle fila di Haftar sia in quelle di al-Sarraj. Un bagno di sangue che probabilmente non è voluto da nessuno dei due leader.

Sotto il profilo politico la situazione è invece più complessa. Haftar in questi ultimi mesi si è molto rafforzato sia sul piano interno sia su quello internazionale. A febbraio e marzo le sue truppe hanno conquistato tutto il Sud, che ormai è sotto il suo controllo. E questo anche grazie al consolidamento delle alleanze internazionali. Francia, Russia ed Egitto sono i suoi principali sponsor, che non vedono l’ora di riuscire a mettere le mani sulla cassaforte, cioè sui ricchissimi giacimenti petroliferi della Cirenaica. Haftar quindi “pesa” di più di un tempo e vuole mettere questa sua forza sulla bilancia libica.

L’attacco arriva infatti una decina di giorni prima della Conferenza nazionale voluta dall’Onu per risolvere la crisi libica. Molti analisti ritengono che Haftar non possa espugnare la capitale libica come invece ha fatto casa per casa con Bengasi e Derna. La sua mossa sarebbe dunque solo un modo per presentarsi in posizione di forza alla conferenza di Ghadames.

Il segretario generale dell’Onu, Guterres, ha chiesto «calma e moderazione» perché, «in questa circostanze», la conferenza nazionale che dovrebbe partorire una data per le elezioni «è impossibile». In questo frangente, l’Italia, ex potenza coloniale e attore con grande influenza sulla scena libica, dov’è? Il nostro Paese è sempre stato vicino a Fayez al-Sarraj e alle milizie della Tripolitania. Roma non vede di buon occhio l’avanzata di Haftar. Per il momento, però, arrivano solo parole di distensione. Il premier Giuseppe Conte è tornato a invocare «un percorso politico sotto la guida delle Nazioni Unite» perché «le opzioni militari, tanto più se unilaterali, non offrono alcuna garanzia di realizzare soluzioni responsabili e durature». Il ministro degliEsteri Enzo Moavero ha fatto sapere di essere in contatto con l’ambasciata a Tripoli e di seguire gli sviluppi con attenzione.

Sarà quindi scontro aperto o siamo di fronte solo a una mossa tattica? Difficile dirlo ora. Saranno le prossime ore a dirci se Haftar continuerà nella sua avanzata oppure accetterà, com’è auspicabile, di sedersi al tavolo delle trattative. L’unica cosa certa è che il dossier Libia è tornato prepotentemente alla ribalta delle cancellerie occidentali. Davanti alla provocazione del generale della Cirenaica i governi occidentali sapranno intervenire con forza per risolvere il rebus libico?

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