Due eritrei correranno il Tour de France

di Enrico Casale
Daniel Teklehaimanot

Il Corno d’Africa si sta lentamente facendo strada nel ciclismo che conta. A maggio è sceso in strada Tsgabu Gebremaryam Grmay, il primo ciclista etiope a correre il Giro d’Italia. In forza al team Lampre-Merida, ha concluso la lunga gara a tappe classificandosi 91°. Un buon risultato per un solido scalatore come lui.

A luglio saranno due ciclisti eritrei a cimentarsi con le strade europee. Sono Merhawi Kudus e Daniel Tekle Haimanot, entrambi 21enni ed entrambi buoni scalatori. Le loro gambe e la loro passione affronteranno il durissimo Tour de France. A differenza di Grmay, che militava in una formazione italiana, i due correranno per una squadra sudafricana: la Mtn-Qhubeka, il primo team africano ad affrontare la Grande Boucle. Cinque dei nove corridori della squadra provengono dall’Africa: oltre ai due eritrei, di cui si è già detto, militano tre sudafricani: Jacques Janse van Rensburg, Reinardt Janse van Rensburg e Louis Meintjes. Mtn-Qhubeka avrà anche il velocista americano Tyler Farrar, il norvegese Edvald Boasson Hagen, il britannico Steve Cummings e il belga Serge Pauwels.

Per l’Eritrea avere due ciclisti al Tour de France è un motivo di grande orgoglio. Sono stati i colonizzatori italiani a introdurre il ciclismo nel piccolo Paese dell’Africa orientale. E sono sempre stati gli italiani a organizzare il primo Giro d’Eritrea, la più antica corsa ciclistica del continente. Con le sue salite tortuose e le condizioni meteo così variabili, ha impegnato centinaia di dilettanti, prima italiani e poi locali. Oggi per gli eritrei il ciclismo è una vera passione. Insieme al podismo e al calcio è la disciplina più seguita e praticata. In ogni città e in ogni villaggio ci sono biciclette e in ogni parte del Paese si pedala. A differenza di altre nazioni africane, le biciclette sono ben tenute ed esistono, a ogni livello, tecnici e officine specializzati nelle riparazioni. Forse nessuno dei due ciclisti vincerà il Tour, ma la loro sola presenza sulle strade francesi ha già galvanizzato gli eritrei. Sia in Italia, sia all’estero.

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