di Michele Vollaro
Oltre la difesa militare, Nato e Ue devono colmare il divario tra retorica dei valori e bisogni concreti in una regione che rivendica sempre più autonomia di scelta
Il vasto arco geografico che si estende dal Sahel fino al Medio Oriente è diventato la nuova frontiera di una rivalità che richiama i tempi della Guerra Fredda, ma con le regole complesse del ventunesimo secolo, che vedono stravolgersi le tradizionali architetture dell’ordinamento internazionale. In questo scenario, mentre Mosca e Pechino consolidano la propria influenza offrendo modelli di governo e pacchetti di sicurezza alternativi a quelli occidentali, l’Alleanza atlantica tenta una difficile rincorsa per non perdere il contatto con il suo «fianco meridionale».
Un riorientamento forzato
Ed è proprio a partire da una simile presa di coscienza che un approfondimento del Servizio ricerca del Parlamento europeo (Eprs) pubblicato ieri mette in luce come la Nato sia stata costretta a ripensare i propri confini operativi, adottando un approccio definito «a 360 gradi» che appare più come una reazione necessaria alle mosse degli avversari che come una strategia proattiva e lungimirante.
Un riorientamento forzato, dettato da quelli che il rapporto definisce «incentivi crescenti» ad approfondire l’impegno in un quadrante dove l’instabilità cronica, i conflitti armati e la competizione geopolitica hanno ormai un impatto immediato sulla postura difensiva dell’Alleanza. La stabilità di questa regione non è più considerata un dossier secondario, ma è divenuta ormai un elemento vitale per la tenuta dell’area euro-atlantica, minacciata da un incrocio pericoloso di terrorismo, crisi climatica e pressioni demografiche.
Il modello transazionale di Russia e Cina
In questa competizione globale, la Russia e la Cina non si limitano a fornire armamenti o infrastrutture, ma promuovono attivamente visioni di gestione dello Stato che sfidano l’egemonia politica dell’Occidente, facendo leva su una penetrazione tecnologica, economica e logistica che spazia dalle reti digitali al controllo delle risorse strategiche e dei grandi corridoi di trasporto. La Nato, storicamente proiettata verso i confini orientali, si trova oggi a dover interpretare le dinamiche di un’Africa che cambia rapidamente, dove la percezione delle minacce da parte dei governi locali spesso non coincide con quella di Bruxelles o Washington.
Per essere efficace però, secondo il documento dell’Europarlamento, l’Alleanza deve saper ascoltare i bisogni concreti dei partner meridionali, potenziando alcuni dei suoi strumenti storici come il Dialogo mediterraneo, che da trent’anni rappresenta il principale canale di consultazione politica e militare con sette Paesi della regione e l’Iniziativa di cooperazione di Istanbul, dedicata invece alla sicurezza nell’area del Golfo. Non si tratta solo di inviare consiglieri militari, ma di trasformare questi forum in piattaforme operative: un sostegno tecnico che vada dalla gestione delle frontiere alla lotta al terrorismo per costruire una capacità di lettura dei fatti che permetta di anticipare le crisi e offrire una presenza concreta in un territorio dove la povertà e l’instabilità politica diventano terreno fertile per le narrazioni delle potenze rivali.
Ricostruire il patto di fiducia
La sfida si gioca dunque sulla capacità di integrare la forza militare della Nato con la cooperazione civile dell’Unione europea, ma è proprio qui che emerge il nodo della credibilità. Se il briefing del Servizio ricerca dell’Europarlamento avverte che il tempo della semplice osservazione è finito, la rincorsa occidentale si scontra con una narrazione russa e cinese che, attraverso un’azione di propaganda strutturata da tempo, presenta la propria postura come un pragmatismo coerente e privo di condizionalità. Agli occhi di molti governanti e popolazioni locali, l’offerta di Mosca e Pechino appare così paradossalmente più lineare rispetto a un modello occidentale percepito come ambivalente, storicamente diviso tra la retorica dei valori democratici e il perseguimento di interessi economici legati allo sfruttamento delle risorse. Mentre l’Europa fatica a comunicare efficacemente i propri obiettivi di sviluppo, questo rivolgimento della narrazione democratica trova una sponda inedita persino all’interno delle storiche democrazie liberali, a partire dagli stessi Stati Uniti, dove l’approccio transazionale alle alleanze sta ridisegnando l’ordine mondiale.
La difesa del quadrante meridionale richiede oggi un impegno politico e finanziario che sia capace di andare oltre la gestione delle emergenze, puntando a ricostruire un patto di fiducia in un’epoca in cui il controllo dei nodi logistici sembra aver scalzato, nel consenso globale, l’ortodossia dei principi: una sfida che l’Occidente può vincere solo accettando di confrontarsi, superando la vecchia dialettica tra aiuti e interferenze, con un continente che rivendica ormai la propria piena autonomia di scelta.



