di Céline Camoin
Il rapporto Gdi 2025 di Transparency International rivela una gestione della difesa fuori controllo che alimenta abusi e instabilità regionale
In ogni Paese dell’Africa subsahariana, il rischio di corruzione nei settori della difesa e della sicurezza ha raggiunto livelli allarmanti, compresi tra l’elevato e il critico. A lanciare l’allerta è Transparency international (Ti) attraverso la pubblicazione di un nuovo rapporto, che evidenzia la drammatica debolezza dei meccanismi di controllo in un periodo segnato da crescente militarizzazione, instabilità politica e minacce continue.
I dati diffusi dall’organizzazione si basano sull’edizione 2025 del Gdi (Government defence integrity index), reso noto a fine marzo. L’analisi ha preso in esame diciassette nazioni della regione, collocandole in blocco nelle fasce di rischio peggiori previste dallo studio. L’assenza di anticorpi istituzionali rende ogni singolo Paese maggiormente esposto a conflitti e violazioni dei diritti umani, soprattutto in un momento in cui i budget militari subiscono forti pressioni e mancano di un’adeguata supervisione.
Un sistema senza anticorpi
Il settore più esposto è rappresentato dalle operazioni militari sul campo, che crollano a un punteggio medio regionale di soli 12 punti su 100. Attualmente, nessuno degli Stati analizzati dispone di una dottrina militare capace di inquadrare e prevenire la corruzione a livello tattico o strategico. Anche la trasparenza finanziaria si ferma a una media di 29 su 100, un’opacità spesso giustificata dalle istituzioni militari nascondendosi dietro l’esigenza della sicurezza nazionale.
Un ulteriore fronte di vulnerabilità è costituito dagli appalti per gli armamenti: nonostante l’esistenza formale di regole, gli acquisti avvengono frequentemente eludendo la concorrenza e ignorando le reali priorità di difesa. Patrick Brobbey, direttore della ricerca per l’indice di Ti, ha affermato che «questi risultati dipingono un quadro cupo della governance della difesa nell’Africa subsahariana, esortando i governi a sottoporre i bilanci a controlli rigorosi e a restituire alla società civile un ruolo decisionale reale per evitare che la spesa militare diventi un pozzo senza fondo.
Se la difesa alimenta l’instabilità
L’impatto di questa cattiva gestione ricade pesantemente sulla popolazione che, paradossalmente, finisce per essere vittima delle stesse forze che dovrebbero proteggerla. Francesca Grandi, direttrice della divisione difesa e sicurezza di Ti, ha sottolineato come l’invio di truppe in assenza di salvaguardie anticorruzione porti a estorsioni, abusi e a una sistematica erosione della fiducia locale.
Queste lacune creano un vuoto di credibilità istituzionale di cui finiscono per avvantaggiarsi le insurrezioni sul territorio, capaci di sfruttare il malcontento popolare per rafforzare la propria presenza. Il pericolo appare ancora più grave se si considera che molte di queste truppe sono impiegate in delicate missioni di mantenimento della pace per conto delle Nazioni Unite o dell’Unione Africana, dove l’integrità del comando è il presupposto fondamentale per il successo di ogni operazione.



