L’Africa cresce, ma le città non tengono il passo: la sfida della casa all’Africa Urban Forum

di Tommaso Meo

di Fabrizio Floris

Mentre la popolazione urbana corre verso il raddoppio entro il 2050, il divario tra i grandi summit internazionali e la realtà degli insediamenti informali si fa incolmabile. Ecco perché i piani per l’edilizia accessibile continuano a fallire

C’è un paradosso che attraversa il dibattito sull’urbanizzazione africana: mentre le città crescono a ritmo vertiginoso, anche i forum, le conferenze e i piani strategici si moltiplicano. Ma le soluzioni, sul terreno, restano lente e frammentarie. È il nodo emerso con forza la scorsa settimana all’Africa Urban Forum di Nairobi, in Kenya, dove governi, istituzioni internazionali e investitori si sono riuniti per discutere di «alloggi adeguati per tutti». Un obiettivo condiviso da anni, ma ancora lontano.

Tra proiezioni demografiche e gap infrastrutturale

I numeri parlano chiaro: entro il 2050 la popolazione urbana africana raddoppierà, arrivando a 1,4 miliardi di persone. Le città si espandono più rapidamente della loro stessa popolazione, mentre infrastrutture e servizi restano indietro. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: crescita degli insediamenti informali, carenza di alloggi accessibili, aumento delle disuguaglianze urbane. Eppure, nonostante anni di dichiarazioni e impegni internazionali, la risposta strutturale fatica a concretizzarsi.

Negli ultimi anni, l’Africa ha ospitato numerosi incontri sul tema urbano: dal primo Africa Urban Forum del 2024 alle iniziative di UN-Habitat, fino ai programmi legati agli Obiettivi di sviluppo sostenibile. Diagnosi e dati sono sempre più – come le partnership pubblico-private tradizionali – ma hanno mostrato limiti evidenti, soprattutto nei contesti più poveri, dove spesso non riescono a raggiungere chi ne ha più bisogno.

Nel frattempo, la città reale si sviluppa per conto proprio. La maggioranza delle abitazioni è costruita direttamente dalle famiglie, spesso senza supporto istituzionale. Il mercato degli affitti è in larga parte informale. Il credito per la casa passa più da reti comunitarie e risparmi familiari che da banche e mutui. In molti Paesi africani, oltre il 90% della forza lavoro è impiegata nel settore informale. Ignorare questa realtà – o cercare di sostituirla con modelli formali importati – rischia di rendere inefficaci anche le migliori strategie.

Integrare l’informalità nelle politiche pubbliche

Dal Forum emerge una consapevolezza crescente: non serve un nuovo piano teorico, ma un cambio di approccio. Tre le direttrici indicate: integrare l’informalità nelle politiche pubbliche, invece di combatterla; rafforzare il ruolo delle città, oggi spesso prive di risorse e poteri adeguati; costruire partnership più inclusive, che coinvolgano anche comunità e attori locali. Ma il vero punto resta politico: servono decisioni rapide, investimenti mirati e riforme concrete, dalla gestione del suolo alla finanza per l’edilizia accessibile. La questione abitativa non è solo sociale, ma economica e ambientale.

Senza un intervento efficace, la crescita urbana rischia di trasformarsi in un fattore di instabilità invece che di sviluppo. Il tempo dei forum, da solo, non basta più. La sfida per i prossimi anni sarà dimostrare che questi incontri possono produrre risultati tangibili: case costruite, servizi migliorati, città più vivibili. Altrimenti, il rischio è che restino soltanto esercizi di consenso, mentre milioni di persone continuano a costruire, da sole, il proprio futuro. 

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