di Enrico Casale
Un conflitto senza sbocchi sta cristallizzando le linee del fronte: tra stallo militare, uso crescente di droni e collasso dei servizi, il Sudan scivola verso una divisione di fatto. Intanto, oltre 14 milioni di sfollati pagano il prezzo più alto di una guerra sempre più senza ritorno
A tre anni esatti dall’inizio della guerra civile, il Sudan è sempre più vicino a diventare un Paese diviso in due, con due governi, due eserciti, due popoli. E per certi versi lo è già. Il conflitto tra l’esercito regolare, guidato dal generale Abdel Fattah al-Burhan, e le milizie delle Forze di supporto rapido (Rsf) del suo ex alleato, Mohamed Hamdan Dagalo (Hemetti), è iniziato il 15 aprile 2023 e oggi, lungi dall’avere raggiunto una soluzione diplomatica o militare, sta facendo scivolare il Sudan verso una spartizione di fatto.
Mentre le diplomazie internazionali faticano a trovare una quadra, da Khartoum giunge un segnale emblematico: nel gennaio 2026, i ministeri del Governo regolare hanno ripreso a operare ufficialmente dalla capitale. Un tentativo di normalizzazione che, insieme alla stabilità dei fronti interni tra l’esercito regolare e i paramilitari (nel frattempo in controllo di gran parte dell’ovest), suggerisce il congelamento delle posizioni in un modo molto simile a quanto capito nella Libia post Gheddafi.
Uno scenario di spartizione
Il parallelo con la crisi libica non è solo una suggestione accademica, ma una chiave di lettura cruda della realtà sul campo. Dopo anni di scontri, come accadde tra Tripoli e l’esercito di Khalifa Haftar, anche in Sudan i due schieramenti sembrano aver compreso l’impossibilità di una vittoria totale. «Ne emerge una nazione divisa, con zone di controllo ormai consolidate e fronti di battaglia che si sono spostati in aree periferiche ma strategiche», spiega ad Africa Rivista una fonte locale che vuole mantenere l’anonimato.
Oggi i combattimenti più accesi si concentrano nello stato del Nilo Azzurro, a sud, dove infiltrazioni provenienti dall’Etiopia e dal Sud Sudan alimentano la tensione, e nel Kordofan, in particolare nella zona meridionale dove diverse città controllate dall’esercito si trovano totalmente circondate dalle forze nemiche. A questo si aggiunge la nuova, letale variabile tecnologica: l’uso massiccio di droni. Questi velivoli, spesso economici, colpiscono regolarmente centri strategici come Kosti, città chiave sul Nilo Bianco per l’approvvigionamento delle regioni occidentali. L’ipotesi è che molti di questi attacchi siano operati da basi vicine, rendendo il confine con il Sud Sudan un’ulteriore ferita aperta.
Il dramma dei 14 milioni di profughi
Al di là delle mappe militari, il costo umano del conflitto è incalcolabile. Secondo i dati dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), il Sudan conta oggi circa 10 milioni di sfollati interni e 4 milioni di rifugiati che hanno cercato scampo oltre confine. Un totale di 14 milioni di persone che hanno perso tutto. La situazione dei rifugiati è resa ancor più precaria dalle politiche dei Paesi vicini. L’Egitto, dopo un’iniziale accoglienza, ha iniziato a rimandare indietro i sudanesi privi di permesso di soggiorno, innescando un drammatico movimento migratorio inverso verso una patria ancora in fiamme.

In Ciad, invece, si sono ammassate le popolazioni del Darfur, vittime della persecuzione mirata delle Rsf contro le tribù non arabe e gli agricoltori stanziali. Qui l’aiuto internazionale arriva, ma la logistica resta l’ostacolo principale. Far giungere i soccorsi nelle città assediate, spiegano fonti sul terreno, richiede l’attraversamento di territori controllati da schieramenti opposti, che spesso bloccano i convogli per il timore che i rifornimenti finiscano nelle mani del nemico.
Il collasso di un sistema
A Khartoum, come quasi ovunque, la sanità è al collasso, osserva la fonte. In una metropoli che ospita cinque milioni di persone, sono rimasti attivi soltanto otto ospedali. Il personale sanitario è stato sistematicamente preso di mira o costretto alla fuga, lasciando la popolazione senza cure di base in strutture spesso danneggiate fisicamente dai bombardamenti.
Non meno tragica è la situazione del sistema educativo. Il futuro di un’intera generazione è sospeso. L’87% degli studenti universitari ha dovuto abbandonare gli studi. Solo nel dicembre 2024 è stato possibile celebrare la prima sessione dell’esame di maturità che era stata prevista per il 2023. Un passaggio che è costato la vita ad alcuni giovani: studenti provenienti dalle zone controllate dalle Rsf sono stati uccisi mentre tentavano di raggiungere i centri d’esame situati nelle aree sotto il controllo governativo.

L’ombra della divisione permanente
Il rischio concreto, come paventato dalla fonte locale, è che il Sudan segua le orme della Cirenaica e della Tripolitania, con una differenza sostanziale. Mentre in Libia si è instaurata una sorta di capacità amministrativa nelle diverse zone, nelle aree controllate dalle Rsf in Sudan prevale il saccheggio sistematico e la distruzione dei servizi essenziali.
La divisione del Paese non sembra più un’ipotesi remota, ma l’esito quasi scontato di un conflitto che ha distrutto il tessuto economico e sociale, lasciando milioni di persone senza lavoro e senza speranza. La resilienza della popolazione rimasta resta l’ultimo baluardo contro un oblio che rischia di inghiottire definitivamente il cuore dell’Africa.



