Covid-19 e ricerca | Una speranza chiamata Apivirine

di Pier Maria Mazzola

Una speranza di cura dal Benin. In questo Paese, e nel vicino Burkina Faso, sta partendo la sperimentazione di due farmaci per i malati affetti da Covid-19. Si tratta della clorochina – di cui abbiamo già parlato in occasione della sua adozione da parte del Marocco, e anche di Tunisia e Algeria – e dell’Apivirine. Quest’ultima è un farmaco a base naturale già correntemente utilizzato da vent’anni come antiretrovirale contro l’Hiv in Benin, Paese in cui è stato messo a punto dal ricercatore Valentin Agon.

L’Apivirine è un fitomedicamento a base di una pianta tropicale delle Mimosaceae, la Dichrostachys glomerata conosciuta come Mimosa clochette (foto). Nel testo di presentazione del brevetto (effettivamente conseguito negli Stati Uniti nel 2013, come in Canada nonché presso le organizzazioni africane della proprietà intellettuale, Oapi e Aripo) si sottolinea, tra le altre cose, che l’Apivirine «abbassa la carica virale e restaura il sistema immunitario ristabilendo principalmente il tasso dei linfociti CD4». È inoltre efficace per la cura del morbillo, delle ulcere e di malattie ginecologiche. Si tratta di un rimedio, all’origine, della medicina tradizionale – cui l’Oms ha rivolto un appello perché si attivi anch’essa nella lotta alla Sars-CoV-2 (Covid-19) –, ma l’Apivirine si presenta ormai sotto forma di capsule, che sono prodotte in Benin, Paese dove sono appunto correntemente utilizzate contro l’aids. La durata del ciclo di sperimentazione per il trattamento dei pazienti colpiti da coronavirus, tanto quelli gravi come quelli colpiti in forma lieve, sarà di otto settimane.

L’autore della scoperta e messa a punto dell’Apivirine è il ricercatore beninese Valentin Agon, il quale ha dichiarato al sito online d’informazione Banouto di Cotonou che diversi pazienti sono già stati trattati con successo con il suo prodotto. Informazione confermata dal ministero burkinabè dell’Insegnamento superiore, della Ricerca scientifica e dell’Innovazione (Mesrsi): «Hanno ottenuto un immediato miglioramento del loro stato di salute, dalla rapida cancellazione dei sintomi alla negativizzazione del test di screening al termine della cura».

Più prudente appare la posizione del ministro della Salute del Benin, Benjamin Hounkpatin, che a Benin Web Tv ha confermato il sostegno del governo al «nostro compatriota, che stiamo seguendo attraverso un metodo scientifico»; rimane il fatto che l’efficacia dell’Apivirine nei confronti del Covid-19 per il ministro «non è provata. Quello che è stato lanciato in Burkina è infatti appunto uno studio, al fine di provarne l’efficacia». Quella denominata “Api-Covid-19” è in ogni caso una sperimentazione clinica congiunta tra i due Paesi, e diretta da uno staff dell’Istituto di ricerche di scienze della salute sotto la direzione di Sylvain Ouedraogo.

Sempre in Burkina – che dall’8 marzo a oggi ha registrato 246 casi con 12 morti, una situazione più pesante che in Benin – sta inoltre iniziando la sperimentazione clinica della clorochina sugli ammalati di coronavirus. In questo caso si tratterà della somministrazione, a trenta pazienti, di clorochina in combinazione con azitromicina. Alla guida di questo studio “sul campo” c’è un ricercatore, il dottor Alidou Tinto.

Un Paese africano che sta già testando i farmaci antimalarici è il Senegal, dove, secondo il professor Moussa Seydi, si constatano risultati incoraggianti e dove, secondo lo stesso Seydi, c’è uno stock sufficiente per affrontare una forte crescita del loro utilizzo nel caso dell’aumento dei casi e della conferma dell’efficacia di questo trattamento. Meno ottimista su questo appare, in un’intervista alla Deutsche Welle di pochi giorni fa, il responsabile della logistica per l’Africa di Medici senza frontiere. Dopo l’autorizzazione data anche da Parigi alle sperimentazioni basate sulla clorochina, «l’esportazione della clorochina fuori della Francia diventa problematica – avverte Yap Boum –. Per Sanofi, che produce il Plaquenil, per esempio, la priorità sarà probabilmente l’Europa. Così come avviene per i test diagnostici validati negli Stati Uniti, la cui produzione sarà usata principalmente negli Usa. E ciò pone per noi un problema di accesso alle medicine e ai test». In effetti il governo francese è già dovuto intervenire per frenare l’assalto alle farmacie oggetto di caccia al Plaquenil.

Proprio di Plaquenil, in effetti, e più generalmente di idrossiclorochina, si è cominciato a parlare anche in Italia. E anche nelle nostre farmacie questo farmaco sembre in via di estinzione, con gravi conseguenze per quanti lo assumono per altre patologie. Domenica sera era ospite di Che tempo che fa, il programma televisivo di Fabio Fazio, il virologo Roberto Burioni, mostratosi possibilista sull’efficacia di questo vecchio antimalarico contro la Sars-CoV-2, ma ovviamente raccomandando che esso venga assunto esclusivamente «negli istituti sanitari che prendono in carico il paziente, e a casa soltanto con l’autorizzazione del medico».

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