Il titolo sensazionalistico scelto ieri dal quotidiano La Repubblica e i contenuti del reportage pubblicato sulla crisi della Repubblica Democratica del Congo sono emblematici del modo superficiale con cui una certa stampa italiana si occupa di Africa e di come il suo sguardo sia ancora velato da inaccettabili pregiudizi
di Massimo Zaurrini
Preferisco dirlo subito e dirlo chiaramente: le righe che seguono sono uno sfogo, non un articolo e neanche un editoriale. Semplicemente uno sfogo. Uno sfogo iniziato ieri mattina, a caldo, su un social network e che oggi provo ad articolare un poā di più. Siete quindi liberi di non proseguire la lettura e ignorare la bile vomitata su questo schermo da un giornalista che esercita questa professione da una trentina di anni e che da 20 anni ormai si occupa tutti i giorni di Africa. Ma cominciamo dallāinizio. Ieri mattina, martedƬ 30 novembre per la cronaca, un amico che vive a Kinshasa e capisce lāitaliano mi sveglia segnalandomi di buon ora il richiamo in prima pagina di la Repubblica di un reportage dal Congo (Repubblica Democratica) annunciato cosƬ: āCongo lāarma dei ribelli tutsi ĆØ il cannibalismoā.
Vado a pagina 15 a leggere il racconto e campeggia un titolo che ribadisce āNel Congo straziato da guerra e fame ora lāarma dei tutsi ĆØ il cannibalismoā. Abbastanza incredulo proseguo a fatica la lettura. A fatica perchĆ© il reportage ĆØ un’accozzaglia di informazioni, voci, luoghi comuni e chiacchiericci di popolo che chi frequenta queste terre sa bene come vadano prese con le pinze. Non intendo entrare troppo nel dettaglio del complicatissimo scenario congolese, nĆ© tantomeno fare il maestrino, ma se parlo di accozzaglia cāĆØ un motivo.
Nelle righe di la Repubblica vengono frullate insieme informazioni a volte corrette a volte sbagliate. Le violenze della regione di Bandundu, estremo ovest del paese, vengono collegate a quelle di Goma, passando per reclutamento di minori per le strade di Kinshasa. Elementi che non si capisce cosa abbiano a che fare uno con lāaltro. Stiamo parlando di zone distanti fra di loro 2600 km. Non si reclutano bambini a Kinshasa per mandarli a combattere nellāEst, sarebbe come reclutare bambini a Roma per mandarli a combattere a Stoccolma. PerchĆ© questa ĆØ la distanza equivalente. Sia Bandundu che Kivu sono teatro di scontri e violenze, ma le due cose niente hanno a che fare una con lāaltra. Poco importa poi se nel raccontare il coinvolgimento degli eserciti dei paesi africani limitrofi si mischino azioni diverse, in regioni diverse con obiettivi diversi. Eā come mischiare mele con pere. So bene quanto la galassia di gruppi armati congolesi possa far venire il mal di testa, ma M23, ADF, FNI, Red Tabara, Mayi Mayi sono realtĆ completamente diverse che agiscono in maniera diversa, con finalitĆ diverse e in zone totalmente diverse distanti fra loro centinaia di chilometri. Poco importa anche se la testimonianza sul cannibalismo nellāest viene raccolta in lingala (lingua che si parla nellāovest del paese a 2600 km di distanza) mentre nellāEst si parla il Kiswahili o al massimo il Kinyarwanda.

Poi arriviamo alla ciliegina sulla torta le voci di cannibalismo. Ricordo ancora la prima volta che mi ero imbattuto in questo tipo di denunce. Era il 2003, lo scenario era sempre lāest del Congo. Ma si trattava dellāIturi, qualche centinaio di chilometri più a nord di Goma. Le denunce relative a casi di cannibalismo ai danni dei pigmei delle foreste rimbalzavano e alcuni media internazionali attribuirono anche alle Nazioni Unite la denuncia di tali fatti. Allāepoca lavoravo alla MISNA e ci mettemmo per settimane in cerca di conferme o verifiche sfruttando la capillare rete missionaria in quella zona. Ma senza riuscire a raccogliere altro che confusi racconti di sopravvissuti terrorizzati dopo aver vagato giorni nelle foreste congolesi. Racconti da cui emergeva tutto lāorrore di una guerra dimenticata, combattuta da dimenticati. In realtĆ anche il Palazzo di Vetro non ĆØ mai stato in grado di confermare in maniera chiara quegli orrori, limitandosi a dire in un rapporto di aver raccolto racconti di questi atti. Ciclicamente gli atti di cannibalismo in Congo tornano a comparire sui media: 2003, 2005, 2008, 2012, 2015, 2018. Ogni qualvolta le tensioni e le violenze nellāest, continue in questi 20 anni congolesi, crescono di intensitĆ , ecco puntuale spuntare sui media internazionali qualche racconto di cannibalismo.
Non sono un antropologo e non voglio addentrarmi nellāanalisi di riti o di agghiaccianti azioni compiute in un contesto di guerra senza alcuna regola dove spesso i protagonisti sono gruppi di ragazzini che si aggirano in foresta devastati da droghe e alcool al punto di non riconoscere più neanche i loro stessi familiari. Il punto ĆØ un altro. Non sono un antropologo, appunto, ma leggo i testi degli antropologi e basta fare una semplice ricerca on line per capire come il termine venga associato sin dalla sua nascita alle attivitĆ del colonialismo. Il punto, infatti, non sono gli atti di cannibalismo in sĆ© ma la superficialitĆ e il sensazionalismo – conditi spesso e volentieri da spruzzi di razzismo, luoghi comuni e un intrinseco e malcelato senso di superioritĆ – con cui sui media mainstream si affronta lāAfrica.

Il titolo di La Repubblica associa un popolo, i Tutsi, alla pratica del cannibalismo. Niente di diverso rispetto a quanto avveniva in passato: i taccuini di viaggio dei primi esploratori europei in Africa pullulano di selvaggi tagliateste. Racconti che hanno alimentato pregiudizi terrificanti. Non a caso, in svariati film e romanzi dāavventura ambientati nel continente ĆØ onnipresente il pentolone che bolle al centro del villaggio: destinato a cucinare il malcapitato visitatore straniero. Ma gli studiosi mettono in guardia: le ātribù cannibali dāAfricaā sono frutto della fantasia di osservatori miopi e razzisti. E i rari episodi documentati di antropofagia sono da rubricare tra gli abominevoli crimini di guerra o riconducibili a efferati killer affetti da patologie psichiatriche. Tuttavia nel web riecheggiano incontrollate fake news di fantomatici episodi di cannibalismo. CāĆØ cascata persino la Bbc, che nel 2015 ha dovuto scusarsi per la notizia, poi rivelatasi falsa, di un ristorante nigeriano specializzato in piatti di carne umana alla brace. Non solo. Pochi mesi fa diversi siti di (mala)informazione hanno pubblicato il video di un presunto atto di cannibalismo in Nigeria, nel quale si vedeva un uomo intento a cucinare i pezzi di un corpo umano allāinterno di un pentolone. Commentatori e opinionisti si sono scatenati con tweet e post anti-immigrati, anche in Italia. Salvo poi fare unāimbarazzante retromarcia quando si ĆØ appreso che si trattava di una bufala. Lāuomo intento a ācucinareā era un addetto agli effetti speciali di Nollywood, lāindustria cinematografica nigeriana.
Ora, come si può pensare che il cannibalismo, anche qualora qualcuno ne riesca a testimoniare un caso, possa essere usato come arma di guerra? Come si fa a non aver un poā di cautela o di pudore quando sulla tastiera si digita quella parola? Come si fa a utilizzare il termine āTutsiā con tanta leggerezza, dando per assodata una classificazione socio-economica che divenne etnica per volontĆ dei colonizzatori belgi? Come si possono confondere azioni ed eserciti nazionali differenti? Si pensa e si fa perchĆ© tanto si tratta dellāAfrica. Una zona di mondo che agli occhi di molti non esiste o esiste solo se associata a parole quale Fame, Guerra, Malattia o atrocitĆ varie (il campionario varia dai cannibali ai machete). Si pensa e si fa perchĆ© si parte dal presupposto che poi in realtĆ a nessuno interessi davvero di quel continente e nessuno abbia gli elementi per smascherare le baggianate che uno scrive. Si pensa e si fa perchĆ© bisogna fare sensazione per ritagliarsi uno spazietto in prima pagina. Se l’Infotainment ĆØ una parolaccia, il sensazionalismo da giornaletto di cronaca nera in un giornale che si definisce nazionale ĆØ semplicemente una bestemmia.
Semplificazione e sensazionalismo che, ahinoi, non risparmiano neanche la politica nostrana. Ecco c’ĆØ da sperare che nessuno raccolga il termine “cannibali” e lo porti sul proscenio politico nazionale, magari parlando di immigrati.



