«Non avevo mai visto così tanti cadaveri»: l’avanzata delle Adf in Rd Congo nel dossier di Amnesty

di Tommaso Meo
A peacekeeper on patrol as a resident gathers wood in the Beni region. Credit: UN Photo/Sylvain Liechti

«Non avevo mai visto così tanti cadaveri». È la testimonianza, gelida e disperata, di una sopravvissuta che racchiude il senso del nuovo rapporto pubblicato oggi da Amnesty International sulle atrocità commesse nella Repubblica democratica del Congo (Rdc). Mentre l’attenzione della comunità internazionale è calamitata dalle manovre del movimento M23, sostenuto dal Ruanda, nelle foreste orientali le Forze democratiche alleate (Adf), gruppo armato affiliato allo Stato islamico, stanno conducendo una campagna di violenza sistematica. Il dossier di Amnesty, intitolato “Non avevo mai visto così tanti cadaveri: crimini di guerra delle Forze democratiche alleate nell’est della Rdc”, fa luce su una crisi umanitaria fatta di massacri a colpi di accetta, rapimenti di massa, schiavitù sessuale e arruolamento forzato di bambini.

Secondo l’organizzazione, l’offensiva delle Adf ha subito un’accelerazione proprio a causa del diversivo tattico rappresentato dal conflitto con l’M23. Lo spostamento delle truppe governative verso altri fronti ha lasciato sguarnite vaste aree delle province del Nord Kivu e dell’Ituri, trasformandole in un mattatoio a cielo aperto. Il rapporto documenta otto attacchi principali avvenuti tra il 2024 e il 2025, tra cui spicca l’eccidio di Ntoyo dell’8 settembre. In quell’occasione, i miliziani si sono travestiti da civili, mescolandosi alla folla durante una veglia funebre per poi scatenare l’inferno con martelli, asce e armi da fuoco. Il bilancio è stato di oltre sessanta morti, trucidati mentre le forze di sicurezza, situate in basi poco distanti, non intervenivano o giungevano sul posto con ore di ritardo.

La strategia delle Adf punta alla completa sottomissione di un territorio e alla distruzione del tessuto sociale. Le testimonianze raccolte dai ricercatori di Amnesty descrivono un campionario di orrori che sfida la comprensione umana. Civili rapiti e trasformati in facchini forzati, costretti a marciare per giorni sotto carichi pesantissimi e uccisi non appena mostravano segni di stanchezza. Particolarmente agghiacciante è il capitolo dedicato alla violenza contro le donne e le bambine. Il rapporto documenta casi di «matrimoni» forzati, gravidanze frutto di stupri sistematici e indottrinamento religioso coercitivo. Una sedicenne ha raccontato di essere stata posta davanti a un bivio atroce dal capo di un accampamento: «Accetta un marito o ti uccidiamo». In questo sistema di schiavitù domestica e sessuale, le donne vengono utilizzate come incentivo per il reclutamento di nuovi combattenti.

Anche l’infanzia è brutalmente calpestata. Le Adf figurano nelle liste delle Nazioni Unite (Onu) tra i gruppi più attivi nell’uso di bambini soldato. Minori di appena dieci anni vengono addestrati all’uso delle armi, impiegati come vedette o cuochi, e costretti ad assistere a esecuzioni sommarie per annichilirne la volontà. Chi riesce a fuggire da questo inferno non trova pace: il ritorno alla vita civile è segnato da profondi traumi psicologici, stigma sociale e una cronica mancanza di assistenza medica e psicologica. Molte sopravvissute hanno riferito di essere state spinte al suicidio dalle pressioni delle famiglie d’origine, che vedono nei figli nati dalla prigionia il marchio indelebile del nemico.

Le critiche di Amnesty non risparmiano le autorità di Kinshasa e la comunità internazionale. Nonostante la missione Monusco e le operazioni congiunte tra le forze congolesi (Fardc) e quelle ugandesi (Updf), la protezione dei civili rimane tragicamente insufficiente. «Questi abusi sono crimini di guerra che il mondo non può continuare a ignorare» ha detto Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty International. «Il disinteresse della politica internazionale verso la minaccia espansiva delle Adf sta minando i diritti umani in tutta la regione». L’organizzazione chiede con forza un rafforzamento dei meccanismi di allerta precoce, un approccio globale alla giustizia per perseguire i responsabili e programmi di reintegrazione dignitosi per i sopravvissuti.

Le origini delle Adf risalgono agli anni Novanta in Uganda, come gruppo di opposizione poi rifugiatosi nell’allora Zaire. La metamorfosi in Provincia dell’Africa centrale dello Stato islamico nel 2019 ha aggiunto una dimensione ideologica estremista. Oggi, quel che resta sul campo sono villaggi bruciati, centri sanitari saccheggiati e una popolazione civile che vive nel terrore costante. «Cosa abbiamo fatto per meritare tutto questo?», chiede una donna sopravvissuta a un massacro nel Nord Kivu. È una domanda che attende una risposta non solo dal governo congolese, ma da una coscienza globale che troppo spesso volge lo sguardo altrove, lasciando che il sangue continui a bagnare le foreste del Congo nel più colpevole dei silenzi.

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