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AFRICA

AFRICA

    Capo Verde
    CONTINENTE VEROEditoriale

    Capo Verde: padre Ottavio, infaticabile promotore di opere sociali

    di AFRICA 1 Novembre 2019
    Scritto da AFRICA

    Frate cappuccino di origini piemontesi, 82 anni, ha consacrato la sua vita alla popolazione capoverdiana. Per la quale ha costruito pozzi, scuole, ospedali, case per anziani, rifugi per ragazze madri… E una vigna che produce vino e posti di lavoro.

    Il sentiero acciottolato s’inerpica tra i filari del vigneto, passo dopo passo diventa più impegnativo, ma padre Ottavio Fasano, 82 anni, non arranca. «La pace che si respira quassù mi rinvigorisce», dice l’infaticabile frate cappuccino, barba bianca, sandali consumati dal tempo, croce francescana al collo, una camicia a righe al posto del saio. Con lo sguardo abbraccia i ventitré ettari della Vinha de Maria Chaves, un’oasi rigogliosa e produttiva realizzata dove un tempo non c’erano che rovi e rocce laviche. «Nel silenzio contemplo la bellezza di questo posto, ringrazio Dio e gli amici che mi hanno sostenuto, cerco risposte ai miei dubbi e trovo ispirazione per avviare nuovi progetti».

    Le fatiche della vita non hanno sfiancato l’energia del missionario, uomo vulcanico e in perenne fermento, come l’isola di Fogo su cui vive da oltre cinquant’anni. Ci troviamo nell’arcipelago di Capo Verde, un frammento d’Africa alla deriva a 500 chilometri dalle coste del Senegal.

    Identità meticcia

    I primi a scoprire queste schegge di terra sospese nelle acque dell’Atlantico furono nel 1460 i navigatori portoghesi. Per secoli le avrebbero utilizzate come approdi strategici per le navi negriere dirette in America. Ben presto divennero esse stesse centri di destinazione di schiavi, impiegati nelle piantagioni di caffè, cotone e canna da zucchero.

    Nel corso dei secoli la loro posizione isolata richiamò fuggiaschi, avventurieri e perseguitati, facendo di queste isole un crogiolo di popoli e culture, laboratorio meticcio, incrocio di destini umani. Oggi i suoi abitanti – poco più di mezzo milione, dalla pelle nera, bianca e di tutte le gradazioni intermedie – parlano il creolo, una lingua derivata dal portoghese che ha assorbito centinaia di parole di vari idiomi africani. «A saldare l’identità dei capoverdiani è la religione cattolica, giunta coi portoghesi agli inizi del XVI secolo e oggi professata dal 93% della popolazione», spiega Laurindo Vieira, noto giornalista televisivo, ai piedi del grande monumento a Giovanni Paolo II che domina la baia della capitale Praia. «In questo luogo Karol Wojtyla celebrò la messa durante il suo storico viaggio apostolico del 1990. Un evento che accelerò il processo di democratizzazione del Paese. L’anno seguente, il Paicv, lo storico partito al potere del 1975, anno dell’indipendenza, avrebbe ceduto il passo al Movimento per la democrazia (Mpd) nelle prime elezioni multipartitiche».

    Lo shock iniziale

    Le isole sono disseminate di chiesette color pastello, cappelle votive, piccole stazioni missionarie come quelle aperte dai cappuccini del Piemonte a datare dal 1947. Padre Ottavio, nato in un piccolo borgo del Cuneese, tra le Alpi e le Langhe, mai avrebbe immaginato di trascorrere la vita ai tropici, in mezzo all’oceano. «Ero entrato in seminario affascinato dal carisma di un frate che mi aveva confortato nel momento forse più difficile della mia vita, a 9 anni, quando all’improvviso persi mio padre – racconta –. Dopo l’ordinazione sacerdotale, pensavo di finire in qualche monastero o in una scuola a insegnare religione. Invece mi affidarono l’incarico di segretario delle missioni estere e cominciai a viaggiare per l’Africa». Il destino – «la Provvidenza», dice lui – lo ha fatto approdare a Fogo. «Era il 1968, in Occidente dilagava la contestazione, c’era voglia di rivoluzione. Capo Verde era un mondo a parte. Difficile da raggiungere, isolato, arretrato. Siccità e carestia falcidiavano la popolazione. L’impatto – ricorda – fu tremendo: i bambini morivano come mosche nei primi giorni di vita. Ogni settimana vedevo decine di neonati soccombere per dissenterie, infezioni, febbri. E tetano, diffusissimo perché i cordoni ombelicali venivano tagliati con lamette o coltelli sporchi e arrugginiti. Non c’erano medicine né ospedali. Le piccole salme finivano interrate dentro scatole di cartone. Convivevo con la morte e con la frustrazione di assistere inerme a tanta disperazione».

    La tentazione di andarsene era grande. «Ma, superato lo shock iniziale, presi la mia decisione: avrei dedicato tutto me stesso a cercare di alleviare le sofferenze del popolo capoverdiano. Avrei investito in quella missione lavoro, tempo, energia e preghiera».

    Ai piedi del vulcano

    Padre Ottavio si stabilì così a Fogo, isola irrequieta e magnetica, da cui non si è più staccato. Nemmeno quando il vulcano Pico do Fogo (in italiano suonerebbe “Picco del fuoco”), alto 2829 metri, si è risvegliato dal suo torpore. L’ultima eruzione, novembre 2014, devastò le case di Portela e Bangaeira. Andò peggio nel 1995, quando il magma cancellò l’intero villaggio di Chã das Caldeiras. Le autorità riuscirono a evacuare i suoi quattromila abitanti poco prima che la colata incandescente inghiottisse tutto. «Per fortuna c’erano stati dei segni premonitori – ricorda il missionario –. La terra tremava da giorni, il cratere emetteva lamenti allarmanti».

    Per settimane le cascate di lava e pietre roventi rischiararono le notti di Fogo, mentre la densa colonna di cenere levatasi nel cielo oscurò le sue giornate. Ancora oggi un’atmosfera plumbea e spettrale avvolge la caldera del vulcano, cinta da pareti alte più di un chilometro. Dove un tempo sorgeva il paese, si vedono gigantesche lingue di lava solidificata, porzioni di tetti di case sommerse dalla roccia vulcanica, macerie di edifici sbriciolati dall’abbraccio di mostruosi serpenti neri. Un paesaggio di morte e desolazione. Eppure, ai piedi del maestoso cono del cratere principale sono riaffiorate, spontanee e ostinate, delle piante di vite, a ricordare che questa terra, in apparenza ostile e inospitale, in realtà è fertile e generosa.

    Padre Ottavio lo ha capito da tempo. Dieci anni fa ha dato vita a un vigneto sulle alture sopra la città di São Filipe. Dall’Italia ha fatto arrivare centomila barbatelle di vite, che a tempo di record sono state impiantate a un’altitudine compresa tra i 600 e i 900 metri. «Speravo che la vigna potesse dare nuovo impulso al settore agricolo dell’isola, già conosciuta per il suo caffè prelibato, creando posti di lavoro e finanziando al contempo opere sociali e sanitarie per la popolazione».

    Il vino di Fogo

    In pochi mesi la coltura della vite fu introdotta in un ambiente selvaggio, riarso dal sole e spazzato dal vento. Sembrava un azzardo, un’impresa destinata a fallire. Invece. Il primo raccolto è arrivato nel 2012. Da allora la produzione ha continuato a crescere, grazie al lavoro dei braccianti locali e alla sapienza dei viticoltori italiani che hanno collaborato.

    Oggi nella cantina Monte Barros collegata alla vigna si producono vini bianchi e rossi di qualità. «L’ultima vendemmia è andata bene», sorride Christine, la giovane enologa tedesca, studi e tirocinio tra Francia e Friuli, incaricata di migliorare le proprietà organolettiche del vino. «Un compito reso difficile dalle avversità dell’ambiente, in primis la scarsità di piogge. Una sfida stimolante e ricca di soddisfazioni». In cantina c’è fermento. Gli operai sono impegnati alle operazioni di imbottigliamento, etichettatura e imballaggio. Padre Ottavio ispeziona le botti destinate all’invecchiamento del vino e mostra fiero le bottiglie che hanno ottenuto prestigiosi riconoscimenti. «Grazie alla collaborazione che siamo in procinto di avviare con la scuola enologica di Alba, presto un primo gruppo di giovani isolani imparerà l’arte del vino. È importante. Un giorno tutto questo sarà interamente gestito da loro».

    Opere missionarie

    Formazione e sviluppo sociale sono da sempre i fari dell’opera missionaria di padre Ottavio a Capo Verde. Che è davvero impressionante: in 50 anni ha costruito pozzi, cisterne per l’acqua, scuole, asili, chiese, lebbrosari, mense per i poveri, rifugi per gli anziani, case per ragazze madri. E ancora: falegnamerie, panetterie, una libreria, una radio.

    Sull’isola di Fogo, oltre alla vigna e alla cantina, ha realizzato un auditorium che funge anche da centro culturale, un villaggio per l’accoglienza dei viaggiatori che vogliono vivere un’esperienza di missionaria e di turismo solidale. E un ospedale moderno ed efficiente, il São Francisco de Assis, che nel 2012 è stato donato allo Stato di Capo Verde. «Non avrei potuto realizzare nulla senza l’aiuto di tanti amici, volontari e benefattori – ci tiene a precisare il frate –. Centinaia di donne e uomini di grande generosità e professionalità». Laici che si sono resi utili nel trasmettere competenze e organizzazione del lavoro. «La carità cristiana è un valore sacrosanto che porta sollievo ai diseredati – chiarisce lui –. Ma se vogliamo dare un futuro di speranza al popolo a cui abbiamo annunciato la parola di Cristo, dobbiamo sforzarci di promuoverne l’autonomia culturale e l’indipendenza economica».

    Il 40% della popolazione dell’arcipelago vive sotto la soglia di povertà. L’economia cresce, ma non abbastanza. Pesca (tonni, aragoste e marlin blu) e turismo (isole di Sal e Boa Vista) non arrivano a trattenere i giovani (26 anni è l’età media) che a migliaia cercano di emigrare.

    Futuro di speranza

    «Ci sono più capoverdiani in giro per il mondo che in patria – dice fra Gilson Frede, direttore del mensile cattolico Terra Nova –. Mancano prospettive di lavoro e molti tentano la fortuna in America o in Portogallo. Ma il livello scolastico è inadeguato. Per questo l’approccio di padre Ottavio, orientato a creare opportunità di sviluppo duraturo, è quello concreto di un uomo di Chiesa capace di interpretare il proprio ruolo come autentico annunciatore di speranza e di vita. Un messaggio profetico che resterà anche dopo la sua scomparsa».

    L’eredità spirituale del missionario è già stata raccolta dalla capoverdiana Maria da Ressurreição Graça, 54 anni, direttrice della locale associazione Asde che, assieme alla onlus italiana Amses (Associazione missionaria solidarietà e sviluppo, www.amses.it), è stata voluta da padre Ottavio per garantire un futuro ai tanti progetti avviati. «Puntiamo a raggiungere la sostenibilità e l’indipendenza economica delle attività», dice la donna, già imprenditrice di successo, che ha scelto di mettere a disposizione le sue capacità di manager al servizio della missione. «Alla carriera e ai soldi ho preferito la dedizione a un progetto sociale in cui credo molto. Aiutare i bisognosi a non avere più bisogno, creare opportunità di lavoro perché il lavoro è dignità, favorire il dialogo e l’incontro tra i popoli, promuovere lo sviluppo di Capo Verde a partire dalle sue potenzialità: padre Ottavio ci ha insegnato tutto questo».

    L’anziano missionario non smette di darsi da fare. «A breve realizzeremo una casa di accoglienza per donne abusate – annuncia –. Mentre in questa magnifica posizione (e mi mostra un cantiere affacciato sull’Atlantico) sorgerà un hospice dedicato ai malati che necessitano di cure palliative». Vento e sole hanno scavato delle rughe sul suo viso, ma gli occhi scintillano come le acque dell’oceano.

    (testo e foto di Marco Trovato)

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