La memoria negata della tratta

di Tommaso Meo
dipinto tratta schiavi

Con una risoluzione storica dell’Onu, la tratta atlantica è stata dichiarata «il più grave crimine della storia». Eppure, visti i voti contrari e le astensioni, il riconoscimento resta incompleto. Tra responsabilità europee, e anche africane, silenzi politici e il nodo delle riparazioni, resta aperto il dibattito su un debito storico mai davvero affrontato

di Marco Aime

Nel 1562 il navigatore inglese John Hawkins approda alle coste del Golfo di Guinea con tre navi – Salomon, Jonas e Swallow. I suoi uomini scendono a terra, rapiscono e incatenano più di trecento giovani africani, li caricano a forza a bordo e salpano per le Americhe, dove li scambieranno con zucchero. È uno degli atti inaugurali della tratta atlantica, un sistema destinato a strappare milioni di persone alle loro terre e alle loro vite. Questo commercio disumano prosegue per secoli, fino al XIX: il Regno Unito lo abolisce nel 1807, seguito dalla Francia nel 1818 e dal Portogallo nel 1836. Ma la tratta illegale continua a lungo, fino all’abolizione formale della schiavitù negli Stati Uniti nel 1865.

Il 25 marzo 2026 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite, su iniziativa del presidente del Ghana John Dramani Mahama, approva una risoluzione che definisce la tratta degli schiavi «il più grave crimine contro l’umanità» e invita, per la prima volta, gli Stati membri ad avviare percorsi di riparazione come «passo concreto per rimediare alle ingiustizie storiche». Un riconoscimento forse tardivo, che dimostra ancora una volta, se fosse necessario, che i deportati africani e quelli che hanno perso la vita sono di serie B. Su questa risoluzione, inoltre, pesa un dato politico tutt’altro che secondario: 123 voti favorevoli, 3 contrari e 52 astensioni. A votare contro sono Stati Uniti, Argentina e Israele. Gli Stati Uniti – tra i principali beneficiari storici del lavoro schiavista – sembrano riflettere, con questa scelta, una linea politica sempre più segnata da pulsioni identitarie e da una rimozione del dibattito sulle disuguaglianze razziali, riemerso con forza dopo l’uccisione di George Floyd. L’Argentina del presidente Milei si allinea a questa posizione, mentre il voto israeliano appare legato anche alla sensibilità rispetto alla definizione di «più grave crimine contro l’umanità», che inevitabilmente richiama il confronto con la Shoah.

Non meno significativa è la scelta di astenersi da parte del Regno Unito e dell’Unione Europea, Italia inclusa, astensione che appare ambigua: furono proprio le potenze europee – britannici, francesi, portoghesi, spagnoli – i principali protagonisti della tratta. Oggi riconoscono la gravità storica di quel sistema, ma esitano quando si tratta di affrontarne le conseguenze, in particolare sul piano delle riparazioni. Eppure, il tema riguarda direttamente anche il presente. Quando si parla di “debito” africano, raramente si tiene conto del costo umano ed economico della tratta: oltre dieci milioni di persone deportate, intere società destabilizzate. Se a questo si aggiungono gli effetti del colonialismo, il bilancio storico si rovescia: sono le ex potenze coloniali, semmai, a risultare debitrici. La risoluzione dell’Onu non è giuridicamente vincolante, ma rappresenta un passaggio politico rilevante. Riporta l’Africa al centro della storia globale – seppur attraverso una delle sue pagine più tragiche – e apre uno spazio di riflessione necessario. Una riflessione che non può essere unilaterale. Il sistema schiavistico fu alimentato anche da élite africane: regni costieri come quello degli Ashanti, del Dahomey o di Allada si arricchirono partecipando alla cattura e alla vendita di popolazioni dell’interno.

Anche su questo versante, spesso rimosso, si impone oggi un lavoro di memoria e riconciliazione. Riconoscere il passato, in tutta la sua complessità, non significa distribuirne le colpe in modo semplicistico, ma assumersi la responsabilità di guardarlo senza omissioni. Solo così la storia può smettere di essere un’eredità rimossa e diventare, finalmente, una base per il futuro.

Questo servizio è uscito sul numero 4/2026 della rivista Africa. Per acquistare una copia, clicca qui.

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