di Stefano Pancera
Niamey cancella decenni di tolleranza giuridica e criminalizza l’omosessualità. Una svolta che riscuote un consenso quasi totale perché intercetta il bisogno di proteggere la famiglia tradizionale come ammortizzatore sociale
Per sessantacinque anni il Niger è stato un’eccezione: dall’indipendenza, uno dei pochi Paesi dell’Africa occidentale a non punire esplicitamente i rapporti tra adulti dello stesso sesso. Non per scelta progressista: l’omosessualità restava un tabù in una società in larghissima maggioranza musulmana. Il silenzio della legge era un’eredità tecnica: il codice del 1961 ricalcava il modello penale francese, di matrice napoleonica, che a differenza di quello inglese non puniva la sodomia tra adulti ma i rapporti tra persone dello stesso sesso solo se coinvolgevano un minore. Tra adulti consenzienti, non si specificava nulla.
Ma con il nuovo Codice penale da poco approvato la situazione cambia. Il testo infatti punisce «chiunque commette o tenta di commettere un atto impudico o contro natura o pratiche lesbiche, gay, bisessuali, transgender, queer, intersessuali, asessuali» con una pena da cinque a meno di dieci anni di reclusione e una multa fino a 100 milioni di franchi Cfa, circa 150mila euro. Poi, per chi celebrasse un rito in sé anche informale o consuetudinario di unione omosessuale, la pena sale da dieci fino a vent’anni. La stessa forbice si applica a chi dirige finanzia o anche solo partecipa ad associazioni definite «omosessuali o Lgbtq».
Un passaggio intermedio recente rispetto a oggi c’era già stato: nel marzo 2025 la Carta della Rifondazione, il testo adottato dalla giunta del generale Abdourahamane Tiani per regolare i cinque anni di transizione, vietava genericamente le pratiche Lgbtq senza però fissare pene.
Non che prima ci fosse armonia: la disapprovazione in tutto il Sahel è antica, e chi viveva ai margini lo sapeva. Ma la persecuzione organizzata in retate e leggi, è esplosa solo negli ultimi decenni e cresce di pari passo con la crisi economica.
Il Niger è il terzo Paese dell’Alleanza degli Stati del Sahel a inasprire le norme contro l’omosessualità, dopo il Mali (reato inserito nel codice penale a fine 2024) e il Burkina Faso che nel settembre 2025 ha approvato nuove pene in nome del rifiuto dei «valori occidentali». Ma la stretta non riguarda solo le giunte militari: in Senegal le condanne per gli «atti contro natura» sono salite da cinque a dieci anni, e in Ghana, democrazia ed ex colonia britannica, il Parlamento ha approvato un testo che inasprisce le sanzioni già in vigore. Giunte golpiste e governi eletti, Paesi francofoni e anglofoni: sul carcere per gli omosessuali gran parte dell’Africa occidentale mostra una convergenza rara.
Per capire perché la recente legge nigerina non sembra aver suscitato ampie mobilitazioni o un dibattito pubblico, bisogna però guardarla da Niamey. Spesso nell’acceso dibattito pubblico europeo sul tema, si trascura un elemento centrale: in molti contesti dell’Africa occidentale i figli rappresentano al tempo stesso previdenza sociale, forza lavoro, sostegno nella vecchiaia e continuità familiare. In questo quadro, una persona si realizza – o è socialmente percepita come tale – attraverso il matrimonio e la procreazione. Chi non si inserisce in questo schema non è semplicemente «diverso»: può essere visto come qualcuno che si sottrae a una rete di obblighi reciproci su cui si reggono famiglie e comunità. In questa prospettiva, l’omosessualità può essere percepita come una rottura del patto generazionale.
Su tutto questo soffia anche la ferita coloniale. Per sessant’anni l’Occidente ha fatto la morale sul buon governo, sui diritti e sulla democrazia, continuando al tempo stesso a sostenere i regimi che gli erano più utili. Quando le ambasciate europee espongono la bandiera arcobaleno, una parte della popolazione locale può leggerla non come un gesto di tutela dei diritti, ma come l’ennesima ingerenza morale: l’idea che l’Africa debba ancora una volta «diventare come» l’Europa per essere considerata legittima.
È un terreno che i regimi militari conoscono bene. La retorica contro i diritti Lgbt diventa uno strumento politico efficace per rafforzare un’identità nazionale: quelle contro i gay sono leggi «anti-occidentali» perfette, non costano nulla e uniscono tutti, o quasi.
In Niger i numeri di Afrobarometer non lasciano spazio a interpretazioni: nelle ultime rilevazioni disponibili, più di nove intervistati su dieci dichiarano che non vorrebbero un vicino di casa omosessuale. È una delle percentuali più alte del continente. E quello che colpisce di più è che la cifra non cambia molto se si guarda ai giovani: anche tra le fasce d’età più basse, il rifiuto resta quasi invariato.
Ma il consenso è la misura di un sentimento, non lo trasforma in verità storica. «Il Niger ha legiferato in piena responsabilità e sovranità perché l’omosessualità non è conforme ai valori sociali e culturali del nostro paese» ha dichiarato il ministro della giustizia di Niamey. La storia è però più sfumata rispetto a questa retorica.
Ben prima che arrivassero i francesi, la società hausa, che copre il sud del Paese e il nord della Nigeria, non aveva una una categoria che corrispondesse all’omosessuale come identità sessuale fissa.
Aveva invece una figura sociale riconosciuta, integrata in pratiche rituali, che incarnava una fluidità di genere. Una figura che esiste ancora oggi e non rientra in nessuna delle categorie agitate nei tribunali: gli ƴan daudu. Uomini che adottano abiti, gesti e parlata femminili, svolgono mestieri tradizionalmente riservati alle donne, cucinano e vendono cibo nei mercati. Alcuni hanno relazioni con altri uomini, ma non si definiscono affatto con le nostre categorie occidentali: quella degli ƴan daudu è una categoria di genere e di ruolo sociale, non un’identità sessuale dichiarata. Oggi, nel linguaggio contemporaneo, esistono termini usati per tradurre “gay” – come luwaɗi, spesso tratti dal lessico religioso e morale – ma indicano soprattutto un comportamento stigmatizzato, più che un’identità rivendicata sul modello delle categorie occidentali.
E il Niger non è un caso isolato nel continente. L’etnografia ha registrato altrove figure e pratiche che la retorica del «valore tradizionale africano» preferisce dimenticare: tra gli Azande, nell’odierna Repubblica Democratica del Congo, i guerrieri prendevano in moglie ragazzi più giovani con tanto di prezzo della sposa pagato alle famiglie; in Angola i Chibados, uomini vestiti da donna, erano consiglieri spirituali documentati dai missionari portoghesi già nel Seicento. Mondi lontani dal Sahel, certo. Ma bastano a incrinare l’idea che la diversità sessuale sia un’invenzione occidentale calata sull’Africa. Se qualcosa è stato importato dalla vecchia Europa, non è l’esistenza di ruoli non eterosessuali, ma semmai la loro persecuzione.



