di Stefano Samo
Il virologo Jean-Jacques Muyembe spiega cosa non ha funzionato nella prevenzione e traccia la rotta per fermare il virus: «Niente panico, sappiamo come spezzare il contagio anche senza vaccini»
Il sistema di sorveglianza non ha funzionato, la conferma è arrivata tardi perché il sistema diagnostico utilizzato nella provincia di Ituri non riconosceva il ceppo Bundibugyo, ma adesso si può agire per interrompere la catena di trasmissione e superare anche questa epidemia di Ebola, come già avvenuto in passato nella Repubblica democratica del Congo, anche in assenza di vaccino. Questo il messaggio rivolto ai propri connazionali dal professor Jean-Jacques Muyembe, virologo di fama mondiale, che ha fatto parte del team che ha scoperto il virus Ebola nel 1976 a Yambuku e che per 50 anni ha gestito un’epidemia dopo l’altra nella Repubblica democratica del Congo, spesso in zone di guerra.
Commentando i dati sull’epidemia di Ebola nella provincia orientale dell’Ituri e in Uganda – in totale sono statai segnalati 246 casi sospetti e 80 decessi – Muyembe ha rimarcato che se «in poche settimane abbiamo già avuto così tanti decessi, questo significa che il virus sta girando tra la popolazione» e che «il nostro sistema di sorveglianza non ha funzionato». Il virologo ha però aggiunto che il monitoraggio di un’epidemia «non è solo responsabilità del ministero della Salute. È responsabilità di tutti».
Se il sistema di sorveglianza non ha funzionato prima è perché «il sistema diagnostico utilizzato localmente non riconosceva questo virus. Riconosceva solo il ceppo Zaire, il più comune. Ecco perché la diagnosi era negativa». Solo una volta inviati i campioni a Kinshasa «lo abbiamo rilevato rapidamente»: su 13 campioni, otto sono risultati positivi. «C’è stato quindi un ritardo tecnico nella diagnosi e nella segnalazione del focolai. Credo che questo non debba ripetersi», ha detto Muyembe in un’intervista al quotidiano congolese Actualite.
Interpellato su come il ceppo Bundibugyo differisca dal ceppo Zaire, il virologo ha spiegato: «Clinicamente non c’è alcuna differenza. Nemmeno dal punto di vista epidemiologico. La differenza risiede nella patogenicità. Con il ceppo Bundibugyo, il tasso di mortalità si aggira intorno al 30%, sotto il 50%. Mentre con il ceppo Zaire, il tasso di mortalità supera l’80%. La modalità di trasmissione è la stessa». In assenza di vaccino e di cura per il ceppo Bundibugyo, Muyembe ha sottolineato che la prima cosa da fare «è interrompere la catena di trasmissione», ricordando che «delle 17 epidemie che abbiamo vissuto nella Repubblica Democratica del Congo, 15 sono state tenute sotto controllo semplicemente implementando misure di sanità pubblica».
«La malattia si trasmette attraverso il contatto con i fluidi corporei. Evitando questo contatto, si interrompe la catena di trasmissione e l’epidemia si arresta – ha spiegato – per i pazienti ricoverati in ospedale, i medici sanno come reperire farmaci per alleviare il dolore e reidratare l’organismo. Non esiste una terapia specifica, ma i pazienti vengono isolati, si pratica la sorveglianza attiva, si rintracciano i contatti e si effettuano sepolture dignitose e sicure. È così che abbiamo controllato tutte le epidemie precedenti».
«Entro la fine di questo mese sapremo quali candidati vaccinali o molecole saranno disponibili per trattare i casi di Ebola Bundibugyo. Gli studi sono già iniziati», ha rassicurato il virologo, invitando a fornire informazioni corrette e a evitare di «seminare il panico solo perché non abbiamo un vaccino». «Abbiamo la capacità di gestire questa epidemia in modo metodico. Penso che il popolo congolese possa avere fiducia: abbiamo degli esperti. Gestiranno questa situazione e la malattia non si diffonderà», ha concluso.



