Verso una deriva jihadista nel Golfo di Guinea?

di claudia
jihadista

di Valentina Giulia Milani

E’ possibile che si verifichi un’espansione della minaccia jihadista dal Sahel ai Paesi del Golfo di Guinea? Per Luca Raineri, ricercatore sulle questioni di sicurezza dell’Università Sant’Anna di Pisa, la risposta è affermativa e i fatti a suo avviso parlano chiaro: “ci sono stati diversi attacchi da parte dei gruppi jihadisti nella fascia nord dei Paesi che si affacciano sul Golfo di Guinea”.

Costa d’Avorio, Ghana, Togo, Benin sono infatti tutti stati teatro di fatti di cronaca che confermano la preoccupazione circa una deriva a sud dell’insicurezza che ormai da anni si registra in Paesi come Mali, Burkina Faso, Niger, Ciad. Altro elemento di non secondaria importanza – e preoccupazione – è il fatto che il Benin confina con la Nigeria che nella sua fascia orientale ospita l’insurrezione dei gruppi di Boko Haram.

“Gli attacchi sono in crescita perché questi Stati del Golfo di Guinea offrono una possibilità di radicamento interessante”, dice Raineri a InfoAfrica/Africa Rivista spiegando che si tratta di nazioni che nella maggior parte dei casi manifestano una forte dicotomia tra la parte meridionale affacciata sul Golfo e la parte settentrionale vicina al Sahel. Dicotomia in molti sensi, precisa: innanzitutto dal punto di vista politico, “le capitali sono tutte lungo il mare e quindi le regioni settentrionali si sentono marginalizzate”. Differenze anche dal punto di vista religioso: “da nord sono arrivati nei secoli i missionari arabi, quindi la parte settentrionale di questi Paesi è a prevalenza musulmana, mentre quella meridionale è a prevalenza cristiana”. Sempre a livello religioso – aggiunge il ricercatore – “a giocare un ruolo determinante è la prevalenza trasversale delle ancorate credenze animiste che vengono viste dai jihadisti come uno dei bersagli polemici principali. Gi estremisti si propongono infatti di purificare la fede da delle credenze spurie e da delle forme si sincretismo che niente hanno a che vedere – a loro avviso – con il messaggio della fede”.

Tali differenze e divisioni interne diventano così terreno fertile per i jihadisti. Due sono quindi secondo Raineri le ragioni per cui sta avvenendo questa espansione della minaccia terroristica. La prima è di tipo strategico: “è probabile che questi gruppi jihadisti abbiano un’astuta strategia militare che prevede il soffocamento delle capitali”, spiega ricordando che Mali e Burkina Faso sono dei Paesi senza sbocchi sul mare e, quindi, “una volta prese le principali strade attraverso cui i rifornimenti arrivano verso le capitali, questi gruppi sono in grado di esercitare una forte pressione nei confronti del potere annidato nelle città”.

La seconda ragione è di tipo tattico. “Il Sahel è una grande savana e in un contesto di guerra con i droni un tale territorio rappresenta una minaccia considerevole per i gruppi jihadisti: dall’alto possono sempre essere individuati e colpiti”, analizza il docente facendo presente che, invece, man mano che ci si sposta a sud sono presenti delle foreste che proteggono dalla rilevazione aerea oltre ad essere difficilmente penetrabili. “I jihadisti si muovono con mezzi leggeri, con moto mentre gli eserciti con mezzi blindati che non riescono ad accedere alle foreste”.

Elementi che, secondo Raineri, suggeriscono inoltre che “c’è una sorta di continuità con i gruppi jihadisti africani, almeno a livello di comunicazione, circa le tattiche più efficaci: l’utilizzare la foresta come rifugio è infatti sempre stato fatto da Boko Haram nella foresta nigeriana di Sambisa, al confine tra Nigeria e Camerun”.

La grande preoccupazione – conclude Luca Raineri – è che questo tipo tipo di spostamento dei gruppi jihadisti possa rappresentare una saldatura tra i due fronti principali del Sahel: quello centrale tra Mali, Burkina Faso e Niger e l’area che ruota intorno al lago Ciad. “Sono zone ancora lontane ma i collegamenti dal punto di vista etnico, retorico e politico commerciale sono molto numerosi. Tra le due aree si trova il territorio centro settentrionale della Nigeria dove, negli ultimi anni, ha preso piede una forte insurrezione criminale: tantissimi gruppi che razziano villaggi e compiono rapimenti a scopo di riscatto”. Ad oggi però – puntualizza – questo tipo di saldatura non è ancora stata confermata. 

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