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senegal

    SOLIDARIETÀ

    Le “zie di quartiere” del Senegal

    di Valentina Milani 15 Marzo 2020
    Scritto da Valentina Milani

    Si chiamano badiènu gox, ovvero “zie di quartiere” e, cariche della loro esperienza, a passo stanco di elefante, ogni giorno rendono visita porta dopo porta alle famiglie dei quartieri popolari di Dakar.

    Nello spiegarmi in cosa consiste il suo ruolo, Fatou, che profuma di buono, mi appoggia la mano sulla gamba con la rara confidenza di una nonna. «Vedi, ci alziamo di buon’ora e andiamo a parlare con la gente. Cerchiamo di far visita soprattutto alle donne. Approfittiamo della mattina perché gli uomini sono al lavoro e loro si sentono più libere di parlare». Gravidanze precoci, maltrattamenti, problemi economici, vita coniugale, la lista delle situazioni che vengono prese in carico sembra non finire più.

    Da quando era al potere il presidente Abdoulaye Wade, moltissimi Comuni, dipartimenti ma anche villaggi dell’intero Paese hanno istituito questa magica figura, non retribuita, che sembra fare veramente piccoli miracoli quotidiani. A scegliere a chi spetta il delicato compito di diventare “zia” è il sindaco assieme all’assemblea cittadina. I requisiti da avere: essere donna, saggia, affabile e dotata di capacità di dialogo e ascolto.

    «Io sono badiènu gox da ormai sedici anni – continua Fatou –. Qua mi conoscono tutti e si fidano di me, perché so tenere i segreti. Spesso ci sono delle cose che non possono essere affrontate in famiglia, o possono esserci orecchie indiscrete e malelingue che mettono zizzania. Allora quando le donne hanno bisogno di confidarsi o sfogarsi sanno che con me lo possono fare. Ad esempio, se una bambina, e nel dire bambina ci si riferisce alle ragazze adolescenti che vengono chiamate amorevolmente enfant, rimane incinta e non lo può dire ai genitori, viene a casa mia. Ci sediamo, la tranquillizzo e cerchiamo di passare in rassegna tutte le possibilità. Spesso il bambino viene tenuto, perché in Senegal è vietato abortire. Di conseguenza il passo difficile da compiere è far accettare la cosa ai genitori, in quanto le gravidanze indesiderate sono considerate una vergogna. Dopo aver parlato con la ragazza mi reco a casa della famiglia e ragiono con la mamma in un primo momento e, con molta calma e diplomazia, affronto il padre alla fine».

    Oltre a queste consulenze, le badiènu gox svolgono anche attività di sensibilizzazione più strutturate. «Qua a Cité Baraka, ad esempio, una delle bidonville della capitale, il martedì sera riuniamo tutte le adolescenti e cerchiamo di sopperire alle lacune del sistema scolastico nazionale offrendo corsi di educazione sessuale. Il giovedì facciamo la stessa cosa ma con i ragazzi, ai quali distribuiamo gratuitamente i preservativi».

    Ma non è solamente di riproduzione e sessualità ciò di cui si occupa Fatou. «Il lunedì, un’infermiera viene a prendere il peso e il perimetro brachiale dei bambini sotto i 5 anni. Purtroppo, constatiamo frequentemente diversi casi di malnutrizione. Le ong attivano progetti mastodontici nelle zone rurali del Nord e si dimenticano che l’insicurezza alimentare c’è anche in città. Soprattutto con i bambini di strada».

    Quando ho incontrato Fatou per la prima volta, a un evento sui movimenti rurali dell’Africa occidentale, era vestita con un solenne abito bianco (colore della pace), in testa portava un turbante in wax e sulle labbra aveva un rossetto nero da guerriera. Al tempo mai avrei pensato che vivesse qui, sotto un tetto in lamiera, in una casa senza indirizzo.

    Baraka è una bidonville nata spontaneamente, in seguito all’arrivo di numerosi immigrati provenienti da Paesi limitrofi, come la Guinea, ma anche dalle zone rurali del Senegal, dalle quali la gente se ne va in cerca di condizioni di vita meno degradanti. Come dice Fatou, «qua puoi trovare le vere Nazioni Unite».

    Questo slum dovrebbe essere demolito fra poco. Lo Stato assieme a una «buona volontà», termine usato da Fatou per designare un benefattore europeo, ha realizzato delle case popolari, dove lei stessa andrà ad abitare. Le andiamo a visitare. Nei piccoli appartamenti si respira un buon odore di vernice. «Vedi – indica una porta lontana –, quella sarà casa mia e lì a fianco organizzeremo un centro sanitario».

    È difficile descrivere la baraccopoli, ci sono bambini ovunque, giovani che passano il tempo che scorre lento in strada e tantissime donne di etnia peul che cucinano, friggono, setacciano farina di miglio o tessono treccine, quasi in attesa di un Ulisse lontano.

    Camminando per il dedalo di stradine a volte si riesce a spiare all’interno di una finestra improvvisata. Dietro le tende, materassi ammucchiati a terra con bambini e uomini di tutte le età che dormono in pieno giorno.

    Costa fatica, soprattutto per un’anziana signora dall’andatura zoppicante, essere in movimento dalla mattina alla sera. Ma il porta a porta fa la differenza, specialmente per vedere situazioni altrimenti tenute nascoste; per accedere alla vita delle persone serve entrare nelle loro case. «Se qualcuno nella famiglia sta male e deve prendere delle medicine, io vado a controllare che le assuma con regolarità. La gente di qui spesso non è istruita e quindi non è in grado di autogestire i farmaci. Per esempio, le donne incinte dovrebbero assumere il ferro tutti i giorni, ma se non vado io a controllare non lo fanno».

    Continuo a farmi raccontare la vita nella bidonville, senza sapere se prendere appunti, scattare foto o bere le poche gocce di un succo ghiacciato che ricevo in regalo da una venditrice ambulante. «La domenica ci riuniamo, tutte noi signore di Baraka, e organizziamo la tontine, una sorta di microcredito autogestito che funziona benissimo. Ogni donna contribuisce con 2500 franchi Cfa (circa 4 euro) e, alla fine della riunione, si sorteggia la persona che ha diritto di portarsi a casa la somma raccolta. Questa iniziativa rappresenta sia un aiuto economico che un incentivo alla partecipazione a queste assemblee, nel corso delle quali tocchiamo aspetti delicati riguardanti la nostra piccola comunità».

    Al calar della sera, nonostante l’assenza di lampioni, la bidonville è ancora brulicante di vita.
    Salutandola, Fatou mi lascia con queste poche parole: «Cerca di sviluppare tutte le foto che puoi, così, quando questo posto sparirà, potremo mostrare dove sono cresciuti i nostri ragazzi».

    (Testo e foto di Lucia Michelini)

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    15 Marzo 2020 1 commento
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