Dopo la risoluzione Onu che di fatto riconosce la sovranità del Marocco sul Sahara Occidentale, il Fronte Polisario denuncia la fine del diritto internazionale. In questa intervista (rilasciata prima della svolta decisa dalle Nazioni Unite), Fatima Mahfud, rappresentante del movimento in Italia, ribadisce che solo un referendum potrà garantire giustizia al popolo sahrawi, da mezzo secolo in lotta per l’autodeterminazione
di Marco Trovato
«Perché mai il mondo dovrebbe rinunciare al diritto all’autodeterminazione? Solo i popoli hanno sovranità sulle proprie terre e potere sui propri destini. Negarlo significa rinunciare alla giustizia stessa». Con queste parole, Fatima Mahfud, rappresentante in Italia del Fronte Polisario, difende con fermezza la causa del popolo sahrawi. Da quasi cinquant’anni, il movimento indipendentista lotta per l’autodeterminazione del Sahara Occidentale, territorio conteso tra Marocco e Polisario, dove la promessa di un referendum sotto l’egida ONU è rimasta lettera morta e la pace, ancora oggi, un traguardo lontano. Con una storica risoluzione, lo scorso 30 ottobre, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha di fatto riconosciuto la sovranità del Marocco sul Sahara Occidentale, appoggiando per la prima volta il Piano di Autonomia proposto da Rabat. Una svolta che segna la sconfitta diplomatica del popolo saharwi. Ne abbiamo parlato con Fatima Mahfud, portavoce in Italia del Fronte Polisario.
Qual è oggi la situazione del Sahara Occidentale?
Il Sahara Occidentale è iscritto dal 1963 nella lista dei territori non autonomi delle Nazioni Unite. Prima ancora della nascita del Fronte Polisario, prima dell’occupazione del 1975, il Marocco non aveva alcun titolo legale su quel territorio: lo ha detto la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja. L’accordo tripartito con la Spagna e la Mauritania fu illegale. Il Marocco occupa tuttora il Sahara Occidentale contro ogni norma del diritto internazionale. La nostra lotta non nasce da propaganda o ideologia, ma da un principio universale: i popoli devono poter decidere il proprio destino.
Il referendum previsto dal cessate il fuoco del 1991 non è mai stato celebrato. Ritiene che sia ancora una via percorribile?
È l’unica via percorribile. Rinunciare al diritto all’autodeterminazione significherebbe smantellare il diritto internazionale – unico strumento utile per risolvere i conflitti e garantire la stabilità – e aprire la porta a qualsiasi pretesa territoriale. Solo attraverso il voto libero dei saharawi si potrà arrivare a una soluzione giusta e duratura.
Rabat promuove il piano di autonomia sotto la sovranità marocchina, oggi sostenuto da diverse potenze occidentali (e, di recente, ha avuto anche l’appoggio del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, ndr). Come risponde il Polisario a questa crescente pressione internazionale?
Quel piano non riguarda il popolo saharawi. Noi chiediamo un referendum che includa tutte le opzioni, compresa l’indipendenza. Lo abbiamo già accettato nel piano Baker. Il nostro mandato, ricevuto dal popolo saharawi, è chiaro: esercitare il diritto all’autodeterminazione. Abbiamo fondato una Repubblica laica in esilio, non una monarchia. Nessuna pressione internazionale potrà cancellare questo principio.
Qual è la situazione nei territori controllati dal Marocco?
Il Marocco reprime ogni forma di dissenso ed è già stato condannato per le torture inflitte ai prigionieri politici saharawi, numerosi e detenuti ingiustamente dal 2010. Molti attivisti sono stati processati da corti militari solo per aver reclamato i propri diritti socio-economici. Repressione e violenze sono state documentate da Amnesty International e Human Rights Watch. Il Marocco impedisce perfino a osservatori europei e parlamentari di entrare nei territori occupati del Sahara Occidentale. Posso fornire dossier completi su questi abusi: non ci sono libertà d’espressione né garanzie giudiziarie.
Il Marocco tenta di screditare il Fronte Polisario definendolo un gruppo terroristico. Come replica a questa campagna di delegittimazione?
Prima di qualunque etichetta che Rabat voglia applicare al Polisario, bisogna tornare ai fatti politici, storici e giuridici, che non sono in discussione. Il Marocco occupa illegalmente il Sahara Occidentale dal 1975: lo affermano l’Assemblea Generale dell’ONU e la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja. Il Polisario, al contrario, è il legittimo rappresentante del popolo saharawi, riconosciuto come tale non solo dai saharawi stessi ma anche dalle sentenze della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, che ha ribadito come ogni accordo commerciale debba avere il consenso dei saharawi attraverso il loro rappresentante legittimo. Il Marocco ha sempre cercato di screditare il Polisario, ma non ci è mai riuscito. Neppure in un clima internazionale sempre più ostile ai movimenti di liberazione nazionale. Mi rifiuto di commentare ulteriormente delle accuse prive di fondamento frutto della propaganda marocchina.
In Europa il conflitto appare spesso dimenticato. Qual è la situazione in Italia?
In realtà l’Italia è uno dei Paesi più solidali con la nostra causa. Esistono oltre 300 comuni gemellati con città o campi saharawi e più di 70 associazioni impegnate in progetti di cooperazione e accoglienza dei bambini. L’Italia ha mantenuto una posizione coerente con il diritto internazionale e di questo siamo profondamente grati al popolo italiano.
La nuova generazione di saharawi, cresciuta tra esilio e occupazione, crede ancora nell’indipendenza?
Assolutamente sì. Lo dimostra il fatto che il nostro popolo ha scelto di vivere in un deserto arido piuttosto che sottomettersi a una monarchia. È una scelta radicale ma carica di dignità. Il legame dei saharawi con la libertà e l’indipendenza resta più forte che mai.


