Sudafrica, Ramaphosa resiste tra impeachment e tensioni xenofobe

di claudia
Cyril Ramaphosa

Il presidente del Sudafrica, Cyril Ramaphosa, si trova ad affrontare una delle fasi più delicate del suo mandato, stretto tra la riapertura del procedimento di impeachment legato allo scandalo Phala Phala e una nuova ondata di violenze xenofobe che sta alimentando tensioni diplomatiche con diversi Paesi africani in vista delle elezioni municipali previste per novembre 2026.

In un discorso televisivo alla nazione, Ramaphosa ha confermato la volontà di restare in carica e difendersi nel merito dopo che la Corte costituzionale ha annullato il precedente stop parlamentare ai procedimenti relativi al cosiddetto caso “Farmgate”. Lo scandalo risale al 2020, quando dalla sua tenuta privata di Phala Phala furono sottratte ingenti somme di denaro in valuta estera nascoste all’interno di un divano. Secondo la versione fornita dal presidente, il denaro proveniva dalla vendita di bufali della sua azienda agricola. La cifra ufficialmente indicata sarebbe di 580.000 dollari, anche se alcune fonti parlano di almeno 4 milioni di dollari.

Ramaphosa ha sottolineato che la sentenza della Corte non comporta alcun obbligo di dimissioni. “Sebbene in alcuni ambienti siano state avanzate richieste affinché io rassegni le dimissioni, nulla nella sentenza della Corte costituzionale mi obbliga a lasciare la carica”, ha dichiarato il presidente, ribadendo il rispetto per l’autorità giudiziaria.

La riapertura dell’inchiesta parlamentare ha però rafforzato le opposizioni. Il partito Umkhonto we Sizwe dell’ex presidente Jacob Zuma ha chiesto una mozione di sfiducia, aumentando la pressione sull’esecutivo. Nonostante ciò, gli osservatori ritengono improbabile un’immediata caduta del governo. L’impeachment richiede infatti una maggioranza dei due terzi in parlamento, mentre l’African National Congress mantiene circa il 40% dei seggi e continua a poter contare sull’appoggio dei partner di coalizione, tra cui la Democratic Alliance. Il comitato esecutivo nazionale dell’Anc è stato convocato per definire la strategia politica del partito.

Parallelamente, il presidente è intervenuto pubblicamente per condannare le recenti violenze xenofobe che hanno colpito cittadini stranieri in diverse aree del Paese, tra cui Durban. In una lettera aperta diffusa dal suo ufficio, Ramaphosa ha definito gli attacchi opera di “opportunisti”, assicurando che la contrapposizione etnica e l’intolleranza “non hanno posto nella società sudafricana”.

Le proteste hanno preso di mira soprattutto i migranti non regolari, con manifestanti che in alcuni casi hanno chiesto di negare loro l’accesso ai servizi sanitari. Le tensioni hanno provocato una crisi diplomatica con Nigeria e Ghana, che hanno convocato i rappresentanti diplomatici sudafricani per protestare contro gli attacchi ai propri cittadini. Abuja ha inoltre annunciato voli di rimpatrio d’emergenza per i connazionali presenti nel Paese e ha chiesto chiarimenti sulla morte di due cittadini nigeriani durante scontri con le forze di sicurezza sudafricane.

Ramaphosa ha riconosciuto che l’immigrazione irregolare esercita pressioni sui servizi pubblici, in particolare sanità e alloggi, soprattutto nelle comunità più povere. Tuttavia ha difeso il modello sudafricano di integrazione, che consente a rifugiati e richiedenti asilo di vivere e lavorare fuori dai campi profughi.

Secondo i dati dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), nel 2025 il Sudafrica ospitava oltre 167.000 rifugiati e richiedenti asilo, provenienti principalmente da Zimbabwe, Somalia e Repubblica Democratica del Congo.

L’intreccio tra crisi politica interna, crescente malcontento sociale e dibattito sull’immigrazione rischia ora di trasformarsi in un tema centrale della campagna elettorale per le amministrative di novembre, in un momento in cui il presidente appare impegnato a difendere contemporaneamente la tenuta del governo, la propria leadership all’interno dell’Anc e l’immagine internazionale del Paese.

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