Sudafrica, la xenofobia raccontata da un missionario

di Enrico Casale
xenofobia in Sudafrica raccontata da un missionario

La guerra tra poveri in Sudafrica si trasforma in furia xenofoba. Nelle ultime tre settimane, i lavoratori locali hanno dato la caccia ai lavoratori immigrati derubando i loro negozi, distruggendo proprietà e provocando almeno 80 morti. Il governo di Pretoria ha dovuto schierare l’esercito nel sobborgo di Alexandra a Johannesburg. Ospitiamo la testimonianza di Luigi Morell, un padre bianco, che vive e opera nel Paese.

Il Sudafrica attrae lavoratori dai Paesi vicini. Il sua carattere di nazione-arcobaleno in cui convivono tante etnie diverse e la presenza di un sistema socio-assistenziale più organizzato ed efficiente rispetto a quello degli altri Paesi africani lo rendono «attraente» agli occhi dei tanti africani poverissimi che vivono nell’Africa australe. Inoltre da sempre il Sudafrica ha attratto manodopera che veniva impiegata nelle miniere.
Gli immigrati sono impegnati soprattutto nel piccolo commercio: piccoli negozi, spesso venditori ambulanti. In alcuni casi, però, si riescono a creare strutture più grandi e alcuni immigrati che hanno fatto fortuna arrivano ad assumere anche personale locale.

Risentimenti ne esistono e sono diffuse le voci che attribuiscono agli stranieri la responsabilità della ampia diffusione della microcriminalità. Sono voci in gran parte infondate perché un rapporto ufficiale della polizia imputa ai sudafricani la responsabilità della maggior parte degli atti criminosi. Ma il rapporto è stato diffuso dalla stampa che l’ha avuto in modo informale e la polizia non intende renderlo pubblico ufficialmente, almeno per il momento. In questa atmosfera surriscaldata, sono bastate le affermazioni xenofobe di Goodwill Zwelithini, il leader tradizionale degli zulu, per scaldare gli animi e dare l’impressione alle migliaia di giovani disoccupati che vivono nelle periferie cittadine di poter agire impunemente e legalmente contro gli immigrati.

Inizialmente la risposta del Governo è stata ambigua. Un ministro ha sostenuto in pubblico che non si trattava di xenofobia, ma di africofobia, perché si scontravano africani contro africani. Poi, davanti all’aumento della violenza (in particolare a Durban e Johannesburg) e di fronte alle dure reazioni dei Governi delle nazioni confinanti (che sono arrivati a minacciare l’espulsione dei sudafricani dai loro Paesi), l’Esecutivo di Pretoria ha preso misure molto dure, tra le quali l’invio dell’esercito nelle zone più calde. Inoltre il re zulu ha convocato un Consiglio degli anziani e ha dichiarato che la violenza doveva cessare e che le sue dichiarazioni era state male interpretate dalla stampa.

Tra gli zulu, però, continua a prevalere l’idea che la violenza può risolvere ogni problema. Ne sono convinti soprattutto gli uomini, mentre le donne, grandi lavoratrici, hanno un atteggiamento più pacifico. Molti giovani lasciano al scuola senza completare gli studi e cadono facilmente preda della microcriminalità e della tossicodipendenza. Molti di loro rifiutano di assumersi qualsivoglia responsabilità. Preferiscono farsi mantenere dalla pensione che i loro genitori hanno accumulato con anni di lavoro, oppure dai sussidi che il Governo distribuisce come una specie di compensazione per la discriminazione subita durante l’apartheid.

Per fare un esempio, domenica scorsa ho battezzato una quindicina di bambini durante la Messa. La stragrande maggioranza dei genitori aveva scritto il nome della mamma solamente. Alla fine della Messa ho suscitato un po’ di ilarità quando ho detto che vedevo solo mamme e non c’era neanche un papà! Le famiglie con un genitore solo sono tantissime in questa zona. La ragione principale è che le unioni non tengono. A volte sono le stesse ragazze a volere un bambino, ma non vogliono rimanere insieme all’uomo.

L’ambasciatore sudafricano in Gran Bretagna affermava, in un’intervista concessa alla Bbc, che con l’apartheid la gente è vissuta chiusa in sé, nel   proprio gruppo etnico e famigliare, per cui l’orizzonte è rimasto molto ristretto. Naturalmente l’ambasciatore non ha accennato al fatto che l’apartheid è finito vent’anni fa!
Mi sembra, vedendo le cose come nuovo arrivato, che il sistema educativo non incoraggia l’apertura e il confronto. Lezioni di educazione civica non esistono, la geografia e la storia sono materie spesso ignorate o insegnate in modo parziale, per giustificare le posizioni e l’operato del partito al potere, l’Anc, che ha portato avanti la guerra di liberazione. Dopo Mandela non ci sono stati leader che hanno avuto personalità forte.

Mi sembra di notare un certa chiusura anche in alcuni ambienti di Chiesa. Qualche tempo fa, ho sentito affermazioni riguardanti l’Africa e la Chiesa in Africa e ho fatto notare a chi parlava che la sua nozione di Africa si fermava al confine settentrionale del Sudafrica: il continente è più vasto di questo bellissimo Paese dove da qualche mese sono arrivato per aiutare nella formazione dei futuri missionari Padri bianchi. L’istituto di Teologia nel quale insegno raccoglie studenti di varie nazionalità, africane in maggioranza, ma anche di altri continenti. A mio avviso è un esempio di convivenza e fratellanza universale che spero posso influire sulla mentalità corrente. Tutti noi siamo coinvolti nella pastorale locale e la gente ci apprezza. Vede nelle nostre comunità qualcosa di insolito, ma si lascia coinvolgere dalle liturgie nelle quali usiamo canti in varie lingue.

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