Non un Paese in ginocchio, ma una delle economie più solide d’Africa: è il paradosso al centro dell’editoriale con cui Agence Ecofin, testata di informazione economica panafricana, legge i fatti di Ceuta del 30 e 31 luglio, quando migliaia di giovani marocchini hanno tentato di forzare la frontiera con la Spagna, lasciando sul terreno almeno 18 morti e costringendo Madrid a schierare l’esercito nell’enclave. A firmarlo è Idriss Linge, direttore editoriale della pubblicazione, spostando il fuoco dalla cronaca alla struttura economica dell’Africa. Per Linge, infatti, l’episodio non va letto come il sintomo di uno Stato fallito, ma come un monito per l’intero continente.
Il Marocco è oggi la prima economia africana per industrializzazione secondo la Banca africana di sviluppo (AfDB), e tra le prime sei per prodotto interno lordo (pil), con circa 130 miliardi di euro. L’automotive è diventato il primo settore dell’export del Paese, con quasi 11 miliardi di euro in valore e 700.000 veicoli l’anno; il porto di Tanger Med è collegato a più di 180 scali nel mondo. È, scrive Linge, quasi esattamente il modello di sviluppo che si raccomanda alle economie africane, ed è proprio qui che scatta il meccanismo di Ceuta.
Citando gli studi dell’economista Michael Clemens sulla relazione tra reddito e migrazione, l’editoriale ricorda che la spinta a emigrare non cala con la crescita: aumenta, disegnando una curva a campana che si inflette solo intorno ai 5.000 dollari di reddito pro capite e si inverte solo oltre i 10.000. Il Marocco, a ridosso dei 10.000 dollari in parità di potere d’acquisto, si trova esattamente nel punto più alto della curva dove la pressione a partire è massima.
I numeri del mercato del lavoro aggravano il quadro. Nel 2025 l’economia marocchina ha creato 193.000 posti di lavoro, portando la disoccupazione generale dal 13,3% al 13%. Ma tra i 15-24 anni la disoccupazione è salita dal 36,7% al 37,2%, e la sottoccupazione da 1,08 a 1,19 milioni di persone, secondo i dati l’istituto di statistica marocchino citati nell’editoriale: la crescita crea lavoro, ma non abbastanza né abbastanza in fretta per la generazione che preme alla frontiera.
In conclusione, Linge punta il dito anche sull’Europa: negli ultimi dieci anni, scrive, la gran parte dei finanziamenti migratori verso Rabat è andata al controllo delle frontiere, quasi nulla all’apertura di canali di lavoro legale. «Si è pagato per trattenere, non per organizzare», sintetizza l’editoriale. Il monito finale guarda oltre il Marocco: ogni anno 12 milioni di giovani africani entrano nel mercato del lavoro a fronte di appena 3 milioni di posti formali disponibili. Un’aritmetica che, avverte Linge, l’intero continente si troverà presto ad affrontare, con strumenti ancora più deboli di quelli marocchini.



