Libia e Italia, sul tavolo la questione migranti

di Enrico Casale
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Il 2 luglio sarà un giorno cruciale per il destino di migliaia di migranti africani. Giovedì prossimo prenderanno infatti il via i colloqui tra Italia e Libia sulla gestione dei flussi migratori. L’annuncio è stato dato da Luigi Di Maio, il ministro degli Esteri italiano, che, di ritorno dal Tripoli, ha dichiarato all’agenzia Ansa: «Il presidente al-Serraj mi ha consegnato la proposta libica di modifica del memorandum of understanding in materia migratoria. Ad una prima lettura si va in una giusta direzione, con la volontà della Libia di applicare i diritti umani. Anche nelle fasi più drammatiche dell’epidemia, il dialogo dell’Italia con la Libia non si è mai interrotto. La Libia è una priorità della nostra politica estera e della sicurezza nazionale».

Le autorità libiche, secondo quanto riporta l’Ansa, avrebbero consegnato a Di Maio una serie di proposte nelle quali la Libia «si impegna nell’assistere i migranti salvati nelle loro acque, a vigilare sul pieno rispetto delle convenzioni internazionali attribuendo loro protezione internazionale così come stabilito dalle Nazioni Unite.

Quello dei migranti è un tema molto delicato. «Secondo recenti dati governativi, circa 1.500 persone sono attualmente detenute in 11 centri della Direzione per la lotta contro l’immigrazione illegale libico (Dcim), alcuni da molti anni. Si tratta del numero più basso registrato da ottobre 2019», spiega l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni  in una nota. Tuttavia, nel 2020 almeno 3.200 uomini, donne e bambini a bordo di imbarcazioni dirette in Europa sono stati intercettati dalla cosiddetta guardia costiera libica «e riportati indietro. La maggior parte finisce in strutture adibite ad attività investigative o in centri di detenzione non ufficiali. L’Oim non ha accesso a questi centri». Per questa ragione l’organizzazione dell’Onu ha espresso «grave preoccupazione per la sorte di centinaia di migranti che quest’anno la Guardia Costiera libica ha riportato a terra e dei quali non si hanno più notizie».

Intanto, però, sul terreno i combattimenti continuano, nonostante Khalifa Haftar, uomo forte di Bengasi, abbia chiesto l’apertura di colloqui di pace. Il governo di Tripoli ha respinto qualsiasi colloqui e le sue milizie, sostenute da Qatar e Turchia, continuano ad avanzare verso Sirte, la città natale di Muammar Gheddafi. Per contrastarle, la Russia, fedele alleato di Khalifa Haftar, ha spostato alcuni aerei da caccia dalla Siria alla Libia. Nei giorni scorsi, anche l’Egitto, altro alleato di Haftar, ha minacciato un intervento armato diretto per difendere il proprio «spazio vitale» e, soprattutto, contrastare la possibile avanzata delle truppe di Ankara.

Ieri, 26 giugno, la compagnia petrolifera statale libica ha dichiarato che mercenari russi e altri stranieri «si sono trasferiti in un grande giacimento petrolifero, chiamato El Sharara, dove è stato programmato di riavviare la produzione». La maggior parte degli impianti petroliferi della Libia si infatti trovano in aree sotto il controllo del generale militare rinnegato Khalifa Haftar.

L’Italia, ex potenza coloniale con vari interessi soprattutto in campo petrolifero, lavora per una ricomposizione del conflitto e per la riunificazione politica del Paese. «Riteniamo inaccettabile una divisione del Paese – ha detto Di Maio -, perché sarebbe l’anticamera di nuovi conflitti armati». Il ministro degli Esteri italiano ha chiesto anche al premier al-Sarraj di «tornare sul sentiero della politica e di respingere negativi interventi esterni nella questione libica». Vincerà la realpolitik? O si tornerà al dialogo?

(Tesfaie Gebremariam)

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