L’Africa in cerca dei suoi leader

di Marco Trovato
Tempo di lettura stimato: 3 minuti

Continua la nostra rievocazione della stagione delle indipendenze africane. Il favoloso 1960 è un anno di incarnazioni politiche: chi sarà il presidente? Chi, cioè, incarnerà il potere indipendente e libero della Nuova Africa? Varie figure dominano il panorama africano, alcune già famose, altre piuttosto nuove… Due in particolare segneranno la storia: Félix Houphouët-Boigny e Léopold Sédar Senghor

di Mario Giro

Abbiamo già parlato di due uomini nuovi, Sékou Touré, il guineano che divenne famoso nel 1958, e poi del povero Lumumba, una specie di Che Guevara africano ante litteram, almeno fino all’epopea successiva del burkinabè Thomas Sankara. Ma sembra che siano i vecchi a cavarsela meglio, all’inizio, come il senegalese Léopold Sédar Senghor o l’ivoriano Houphouët-Boigny. Di loro si parla da tempo.

L’uomo “ma anche”

Il primo è noto anche come poeta, scrittore e inventore – assieme a Césaire – della négritude. Su di lui il dibattito è sempre stato aperto: socialista? Sì, ma anche umanista. Favorevole al federalismo africano e all’unione? A parole sì, ma con il Mali poi non funzionò. Democratico ma anche assai autoritario. L’unica cosa che tutti gli riconoscono è di aver lasciato il potere nel 1980 al suo successore designato (in un quadro sostanzialmente a partito unico) senza perennizzarsi come fecero poi molti suoi contemporanei.

Di Senghor non si finirà mai di parlare, tanto è ricca la sua biografia e complessa la personalità. Jacques Diouf, che fu suo giovane ministro prima di una brillante carriera internazionale, mi raccontò le sedute dei consigli dei ministri di Senghor, con la lavagna per correggere gli errori di… ortografia e francese. Professore tutta la vita. Ma anche attento politico: pur tendente a sinistra e in buone relazioni con i suoi pari africani socialisti, fece sempre ben attenzione a non dar adito a simpatie per il blocco sovietico. Il suo attaccamento alla Francia era indiscutibile.

Il modello ivoriano

Houphouët era di tutt’altra pasta. Anche lui come Senghor fondatore di partito e deputato francese, ma poi si distinse anche come ministro, dove fu nello stesso gabinetto con Mitterrand prima che costui passasse alla Sfio socialista. Félix Houphouët-Boigny era soprattutto un proprietario terriero, legato alla sua etnia e alla terra. Fece della Costa d’Avorio la vetrina dell’Occidente opponendosi apertamente a tutto ciò che avesse una pur minuscola tendenza contraria. Fu quindi contro l’unità africana senza ambiguità, se la prese coi tentativi di federazione africana, mise su il Consiglio dell’Intesa per sostenere Parigi e Washington (fu infatti il primo presidente africano francofono ad essere ricevuto alla Casa Bianca, da Kennedy e Jacqueline). Nel palazzo della fondazione per la pace di Yamoussoukro che porta il suo nome, le foto di quell’evento sono in bella mostra.

La nigeriana Rosemary Anieze sfila per Lagos dopo essere stata incoronata Miss Indipendenza il 28 settembre 1960.

Houphouët interpretò da par suo la Guerra fredda: in equilibrio tra le tentazioni autonomiste di De Gaulle (che aiutò nel suo sostegno alla guerra del Biafra) e un ottimo rapporto con gli Usa, non si fece mai cogliere in fallo. Intanto Abidjan fioriva e si faceva sci d’acqua nella laguna davanti al Plateau, che prendeva le forme di una specie di piccola Manhattan…

L’unica opposizione Houphouët l’aveva nella Chiesa cattolica, dal cardinal Yago, immenso personaggio della prima generazione di alti prelati africani. Quest’ultimo non amava che Houphouët avesse una politica vaticana parallela e non coordinata, e non portava al presidente fondatore lo stesso ossequio di tutti gli altri. In privato Houphouët lo chiamava «stregone con la tiara», ma non poté mai attaccarlo frontalmente. La sua Costa d’Avorio aprì per prima l’ambasciata a Roma presso la Santa Sede e instaurò coi vescovi una relazione particolare.

Foto di apertura: il presidente della Costa d’Avorio Félix Houphouët-Boigny (a destra) e il presidente senegalese Léopold Sédar Senghor in corteo per le vie di Abidjan in occasione del primo anniversario delle indipendenze

L’anno dell’Africa

Nel 1960, 17 colonie africane divengono indipendenti: è l’anno che sancisce l’emancipazione politica del continente. A sessant’anni di distanza, a partire da questa settimana e nei prossimi weekend, una memoria sintetica di quegli eventi. Ne è autore Mario Giro, collaboratore della nostra rivista, docente di geopolitica, ex ministro degli esteri, membro della Comunità di Sant’Egidio, per la quale si occupa di Africa e di mediazione dei conflitti.

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 1/2021 della rivista Africa, disponibile nell’eshop. Per abbonarsi alla rivista, approfittando delle promozioni in corso, clicca qui

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