di Enrico Casale
I tentativi di accordo tra Dbeibeh e Haftar rischiano di scatenare nuove rivolte tra le milizie, mentre il Paese reale sperimenta una miseria mai vista prima. L’analisi di Karin Mezran, direttore della North Africa Initiative
In Libia gli schieramenti non sono rigidi come un tempo e nemmeno le potenze estere sono più ancorate agli alleati tradizionali e cercano interlocutori anche tra i vecchi nemici. La politica segue quindi percorsi nuovi e imprevedibili: fluidi. Sul terreno, però, la situazione resta difficile e la popolazione continua a vivere condizioni molto dure. A tracciare questo quadro è Karim Mezran, direttore della North Africa Initiative e senior fellow presso il Rafik Hariri Center e i Middle East Programs dell’Atlantic Council, osservatore attento e diretto delle dinamiche libiche.
«Massad Boulos, consulente senior di Washington per gli affari arabi e africani – osserva Mezran – sta mediando tra Abdulhamid Dbeibeh, primo ministro della Libia e leader di fatto della Tripolitania, e il suo antagonista Khalifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica. Un accordo tra i due è possibile, ma quale successo potrebbe avere?» si chiede l’analista. «Una trattativa di questo tipo presuppone che entrambi siano realmente rappresentativi dei rispettivi territori. In realtà non è così. Il rischio è che, se per esempio Haftar diventasse presidente, molte milizie della Tripolitania si rivoltino, aprendo una fase di forte instabilità».
Fino a qualche anno fa i due leader e i loro gruppi di potere potevano contare su solidi alleati esterni. Dietro Dbeibeh c’era la Turchia; dietro Haftar si schieravano Egitto, Emirati Arabi Uniti e Russia. «Le cose sono cambiate – continua Mezran –. La Turchia sta cercando una sponda a Est, aprendo ai rapporti commerciali con Haftar. L’Egitto ha riaperto la propria ambasciata a Tripoli, seppure senza grande clamore. Gli Emirati Arabi Uniti si sono in parte ritirati dall’area. La Russia continua a fare affari con tutti. L’Italia, ex potenza coloniale, mantiene una linea di basso profilo. Roma è interessata soprattutto al contenimento dell’immigrazione e, per questo, conserva rapporti aperti con varie milizie, oltre a tutelare gli interessi legati allo sfruttamento dei giacimenti, in particolare offshore».
Sul fronte migratorio, negli ultimi tempi sono nate proteste diffuse che chiedono il rimpatrio di gran parte dei migranti presenti nel Paese. Mezran ridimensiona però i toni della polemica che si è sviluppata attorno a questo fenomeno. «In Libia – sottolinea – i migranti sono tra i 700.000 e il milione. Sono davvero moltissimi. Gran parte vive nei centri di raccolta. Tantissimi altri sono accampati nelle città e bivaccano per le strade. La popolazione non sa come reagire, ma è stanca di questa presenza. Non mi stupirei, tuttavia, se dietro queste proteste ci fossero le milizie che in passato facevano affari con le partenze verso l’Europa e che oggi si trovano private della loro principale fonte di guadagno».
A pagare il prezzo di questa instabilità generale è, secondo Mezran, la popolazione libica. La disoccupazione rimane uno dei principali problemi del Paese. Le stime più recenti la collocano attorno al 19%, con livelli ancora più elevati tra giovani e donne. Nonostante il reddito pro capite sia relativamente alto rispetto a molti Paesi africani, una parte significativa della popolazione deve fare i conti con servizi sanitari insufficienti, frequenti interruzioni dell’energia elettrica, carenze nella distribuzione dell’acqua, infrastrutture deteriorate da anni di conflitti e difficoltà di accesso all’istruzione e ai servizi pubblici in diverse regioni.
«In Libia – conclude – non si era mai sofferto la povertà in questi termini. Le entrate petrolifere garantivano un buon tenore di vita alla popolazione. Oggi non è più così. Nelle strade si vedono persone poverissime che rovistano nell’immondizia, ragazzi e ragazze che non vanno a scuola, anziani che non riescono a curarsi per la mancanza di farmaci. Una situazione che sta diventando intollerabile».



