I quartieri informali sono terra dell’invisibile. Ma c’è un rimedio

di Diego Fiore
Nairobi
Tempo di lettura stimato: 2 minuti

Una delle caratteristiche che rende immediatamente riconoscibile un quartiere informale è l’essere almeno in parte costruito direttamente dai suoi residenti. L’irregolarità delle costruzioni si traduce ovviamente nell’assenza di intere porzioni di città dalle mappe ufficiali: non è raro che le cartografie di molte città rappresentino desolate aree bianche al posto di quartieri in cui vivono ammassate decine di migliaia di persone. Un problema non da poco in quanto è sulle carte che vengono studiate la pianificazione strategica delle città, il potenziamento dei servizi e la realizzazione di nuove infrastrutture. Un tema legato a doppio filo con quello dei “data gaps”, i dati (e le persone) che sfuggono ai censimenti: non di rado, infatti, le informazioni raccolte nei quartieri informali risultano incomplete, insufficienti oppure volutamente falsate a causa della sfiducia nelle istituzioni o della paura di sanzioni e sgomberi forzati. Buchi e spazi bianchi che rischiano di escludere ulteriormente da processi e occasioni di sviluppo le fasce più in difficoltà della popolazione urbana.

Un virtuoso fai da te

Per invertire questa tendenza diverse organizzazioni hanno ideato metodi creativi che impiegano le stesse dinamiche con cui spesso crescono questi quartieri: il fai da te. Self enumeration e self-mapping sono le parole d’ordine di associazioni di residenti, ONG locali o comunità di base che si occupano di sviluppo urbano: se le autorità non sono in grado di disegnare mappe e raccogliere dati nei quartieri informali sono i residenti stessi a improvvisarsi cartografi, rilevatori e raccoglitori di dati e informazioni. Una delle iniziative più estese è sicuramente “Know your City”, una campagna lanciata da “Slum Dwellers International”, federazione di associazioni di residenti negli slum nata in India e oggi diffusa in gran parte del sud del mondo. Sono molte le città africane in cui i residenti degli slum hanno aderito a questa campagna e grazie a un percorso di formazione hanno potuto raccogliere dati utili sul loro insediamento pubblicandoli poi sul portale web, a disposizione di ricercatori, autorità locali o organizzazioni di cooperazione. Al fianco di “Know Your City” gli esempi made in Africa sono decine, come “Map Kibera”, organizzazione che opera nell’omonimo quartiere di Nairobi formando i giovani locali ad utilizzare strumenti GPS e software di elaborazione grafica per ricostruire le mappe del quartiere. Non solo mappe di case e strade ma raccolte di informazioni preziose che solo chi vive in un insediamento può conoscere, ad esempio la grande carta collettiva sulla sicurezza del quartiere che riporta le aree illuminate da lampioni, i luoghi dove si sono verificate aggressioni o furti, i locali in cui si vendono alcolici o i centri di supporto per la violenza di genere. La storia ci insegna che disegnare mappe è un vero e proprio atto di potere, da sempre esercitato da vincitori, colonizzatori e classi dominanti; lunga vita alle città in cui sono i residenti stessi a riappropriarsi simbolicamente del potere di tracciare le carte dei propri insediamenti.

(Federico Monica, autore dell’articolo, sarà relatore del seminario, organizzato dalla rivista Africa, “L’Africa delle città”. Per info e prenotazioni, clicca qui)

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