Guerra a internet

di Marco Trovato
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In Africa si moltiplicano gli attacchi dei governanti alla libertà di parola digitale. Con il boom di internet aumentano i casi di censura e i tentativi di manipolazione da parte dei governi, preoccupati di controllare l’opinione pubblica e di contrastare la voce di oppositori e attivisti. Ma la rivoluzione del web non si ferma

di Marco Trovato

Connessioni interrotte, navigazione impraticabile, niente accesso ai social network. Il blackout di internet imposto dai governanti africani sta diventando una consuetudine: alla vigilia delle elezioni più delicate, nei momenti di tensione della vita politica, in concomitanza di proteste di piazza. Ma può diventare la normalità. Una disposizione precauzionale «adottata per motivazioni di ordine pubblico e di sicurezza nazionale».
In Ciad, i social network sono irraggiungibili da oltre un anno. Non va meglio in Eritrea, nazione-prigione che vanta un duplice primato negativo: è all’ultimo posto nella classifica della libertà di stampa stilata da Reporter senza frontiere e si trova (con il Centrafrica) in fondo alla graduatoria delle nazioni africane per numero di utilizzatori del web. Poco più dell’1% della popolazione – quella legata al regime autoritario di Isaias Afewerki – ha il privilegio di poter navigare. I drappelli di turisti che si muovono tra Asmara e Massaua possono accedere solo parzialmente alla Rete coi wi-fi di hotel opportunamente filtrati.

Repressione
Oltre a questi casi eclatanti, da più parti si moltiplicano le notizie di censure e di interruzione del web. In Benin, poche settimane fa, in occasione delle elezioni generali (da cui era stata esclusa l’opposizione!), la connessione internet è stata limitata e l’accesso ai social network interdetto. Situazioni analoghe in Gabon, Rd Congo, Zimbabwe, Camerun, Togo, Gibuti, Gambia, Uganda, Burundi, Burkina Faso… Sempre in occasione di tornate elettorali o mobilitazioni di piazza.
I governanti giustificano il giro di vite come una misura necessaria per contrastare, di volta in volta, le fake news, tentativi di colpi di Stato, incitamenti all’odio razziale, attività terroristiche, minacce secessionistiche. Ma, come dimostra una ricerca dell’organismo indipendente Cipesa (Ict Policy in East and Southern Africa), con sede in Uganda, il 77% dei casi di blocco di internet registrati negli ultimi due anni in Africa sono stati decisi per soffocare il dissenso. «Gli Stati che hanno bloccato con più frequenza il web sono gli stessi che si trovano in fondo alla classifica delle libertà fondamentali garantite ai loro cittadini», chiariscono i ricercatori. E osservano: «Nessun problema si è registrato in Paesi che vantano solide (ancorché imperfette) democrazie come Botswana, Capo Verde, Ghana, Sudafrica o Mauritius».
In Etiopia, prima dell’avvento al potere del primo ministro Abiy Ahmed, il leader africano più giovane (43 anni) e riformista del momento, il governo aveva imposto un rigido controllo sul web. Con la proclamazione dello stato di emergenza, a inizio 2018, era stato interdetto l’accesso ai social network e ai siti di informazione indipendenti. In quei mesi Addis Abeba reprimeva con la forza le proteste degli Oromo. Malgrado il blocco delle connessioni, alcune immagini e notizie delle violenze erano filtrate fuori dai confini. E in breve tempo si erano diffuse in tutto il mondo, a dimostrazione che oggi è impossibile sigillare totalmente le comunicazioni. Anche nella recente crisi del Tigray, le autorità di Addis Abeba hanno imposto un blocco totale di Internet nella regione settentrionale del Paese e una generale limitazione di accesso ai siti indipendenti.

In piazza coi cellulari
Ogni volta che un governo ha stretto le maglie della censura sul web, i giovani hanno trovato il modo di farsi beffa dei divieti. Come? Per esempio, utilizzando le Vpn, “reti private virtuali” che consentono di navigare senza essere controllati, in quanto nascondono il proprio indirizzo Ip aggirando dunque i blocchi imposti ad alcuni siti. Di recente, gli apparati di sicurezza di regimi (apparentemente) granitici come quelli di Omar al-Bashir (Sudan) e di Abdelaziz Bouteflika (Algeria) non sono riusciti a spegnere gli echi delle rivolte che si sono propagati nel web mobilitando decine di migliaia di manifestanti. Le rivoluzioni (pacifiche) sono state innescate e alimentate da moltitudini di attivisti armati di smartphone.
Com’era avvenuto durante le primavere arabe in Egitto e in Tunisia, i rivoltosi si sono coordinati sfruttando la comunicazione digitale. Coi loro telefonini hanno indetto le manifestazioni di protesta, annunciato i luoghi di ritrovo, diffuso notizie sui movimenti di polizia e militari, documentato in presa diretta ciò che avveniva in piazza e divulgato notizie a una platea globale. È diventato virale il video di quella giovane donna sudanese vestita di bianco, ripresa mentre intona una canzone di protesta. Un’altra immagine-simbolo delle proteste a Khartoum – pubblicata qui accanto – mostra una marea di manifestanti accendere le luci di migliaia di smartphone a un raduno serale davanti al quartier generale dell’esercito.

Tasse e manipolazione
In Uganda, il presidente Museveni, 75 anni, ininterrottamente al potere dal 1986, ha pensato di tassare chi fa uso dei principali social network. Dalla scorsa estate chi intende utilizzare Facebook, WhatsApp o Twitter deve pagare 200 scellini al giorno (circa 5 centesimi di euro). Una misura ufficialmente adottata per finanziare i conti pubblici. Ma è evidente che punta a soffocare sul web – «pieno di bugie, pettegolezzi, dichiarazioni eversive», ha dichiarato il presidente – le proteste antigovernative. Risultato: in un anno, chi fa uso della Rete è diminuito del 3%.
Non è un caso isolato. La Tanzania ha introdotto da qualche mese una tassa annuale di oltre 900 dollari che va a colpire editori online e blogger. Kenya, Zambia e Zimbabwe hanno varato misure simili. In questi Paesi la sorveglianza del web è affidata a società cinesi specializzate. Non solo. Osservatori indipendenti sull’informazione web, come AfricaCheck e PesaCheck, hanno segnalato numerosi casi di manipolazione di notizie e fabbricazione di calunnie partiti da siti e società al servizio dei governi.
«Gli utenti africani di internet sono i più esposti al mondo al rischio di disinformazione», si legge in un recente studio del Pew Research Center. Nel giugno 2018, in Nigeria la diffusione via social network di una serie di informazioni false e fotografie manipolate aveva innescato un’ondata di violenza interetnica nello Stato del Plateau. E lo scandalo Cambridge Analytics ha rivelato l’interferenza di oscure società private nelle campagne elettorali di Nigeria (2015) e Kenya (2013 e 2017).

Web inarrestabile
A ben guardare, il moltiplicarsi dei casi di sospensione del web e la volontà di controllo da parte dei governi testimoniano che il web si diffonde sempre più e che i governi ne temono il potenziale eversivo, anzi il suo potere crescente (nel plasmare l’opinione pubblica, scuotere le coscienze, sobillare le proteste). Nel 2000 gli utenti africani di internet erano quattro milioni e mezzo, oggi sono 475 milioni. È il livello di crescita più rapido al mondo. Gli utilizzatori del web a sud del Sahara sono raddoppiati negli ultimi cinque anni. Il tasso di penetrazione di internet nel continente (ovvero il suo livello di diffusione rispetto alla popolazione generale), oggi del 36%, rimane largamente inferiore di quello del resto del mondo (60,5%). Anche gli utenti africani di Facebook (circa duecento milioni) sono un decimo degli utilizzatori globali del più importante social network.
A frenare la diffusione della Rete sono – oltre ai regimi autoritari – i costi spesso proibitivi. Per dare un’idea, in Guinea Equatoriale, Zimbabwe ed Eswatini (i tre Paesi africani più costosi per la navigazione da telefonia mobile) un gigabyte di dati costa più di 20 dollari, mentre il costo medio nel continente supera i 7 dollari (fino al 20% del reddito medio mensile, in alcune nazioni). Ma è solo questione di tempo: il moltiplicarsi dei gestori telefonici che forniscono l’accesso al web farà crollare i prezzi – come già accaduto nei Paesi, quali Kenya o Nigeria, dove la concorrenza è elevata). I colossi della tecnologia mobile prevedono che gli utenti africani di internet decuplicheranno entro il 2030. La diffusione del web favorirà l’accesso alla conoscenza, incoraggerà la partecipazione civica, faciliterà il controllo dei leader politici da parte dei cittadini, ma aumenterà pure la possibilità di condizionare le campagne elettorali e di interferire sui processi democratici. Per questo motivo, la guerra a internet (o meglio, la guerra su internet) scatenata dai governi, specie i più dispotici, è destinata a farsi sempre più dura.

Questo articolo è tratto dal numero 4/2019 della rivista Africa. Per acquistare una copia digitale della rivista clicca qui







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