Canestri da sogno a Bangui

di claudia

testo e foto di Florent Vergnes / Afp

Basket in sedia a rotelle, la rivincita delle vittime delle violenze in Centrafrica. Nella Repubblica Centrafricana, sono decine di migliaia le persone, in gran parte giovani, cui sono stati amputati gli arti durante la sanguinosa guerra civile scoppiata dieci anni fa. Per loro la vita è una battaglia quotidiana. Che si può vincere anche grazie allo sport

I giocatori si spostano veloci, si passano il pallone, fanno finte con il corpo per ingannare gli avversari, prendono la mira per andare a canestro. Le gomme delle loro carrozzelle sibilano sull’asfalto rovente di questo vecchio cortile alla periferia di Bangui, trasformato in campo da basket. La palla a spicchi è una passione nazionale. Ma per questi giovani in sedia a rotelle con le protesi in acciaio rappresenta un simbolo di riscatto e di orgoglio ritrovato.

Enormi ostacoli

L’allenatore, Idriss Feissal, 40 anni, anch’egli amputato alle gambe, incita i ragazzi a impegnarsi maggiormente: «Dai! Più forza nelle braccia quando tiri!». I suoi bicipiti sono degni di un campione di sollevamento pesi. «Ci tengo al mio fisico. Mantenersi in forma aiuta a superare il proprio handicap».

La Repubblica Centrafricana, uno dei Paesi più poveri del mondo, è stata devastata da tre guerre civili, e molte migliaia di suoi abitanti portano nel loro corpo le cicatrici delle violenze. Convivere con un handicap fisico in una nazione priva di infrastrutture e di welfare costringe ad affrontare la vita come una battaglia quotidiana. I giocatori dell’équipe de basket-ball amputé devono percorre, sotto un sole cocente, diversi chilometri di strade sterrate per raggiungere il rettangolo di catrame dove si tengono gli allenamenti.

I più fortunati si muovono con un rudimentale triciclo con i pedali azionati dalle mani, gli altri impiegano molte ore per spostarsi con l’aiuto di stampelle o scalcagnate carrozzelle. «Fatiche e ostacoli enormi che spingono alcuni a rinunciare», riferisce con amarezza Feissal, che dal 2003 guida la nazionale di basket in sedia a rotelle. «A Bangui c’è una mezza dozzina di club di pallacanestro formati da giocatori disabili che si sfidano in un campionato sempre molto agguerrito»

Protesi per pochi

La città vanta una clinica che da ventitré anni assiste chi soffre di disabilità motorie: il Centro dell’Associazione nazionale di riabilitazione e strumenti della Repubblica Centrafricana (Anrac). Seduto su una panca di legno all’ingresso del piccolo edificio dell’Anrac, il quarantenne Eddy Ngalikossi è felice di sfoggiare la sua protesi. «Ho sempre lavorato come commerciante, facendo sacrifici enormi per sfamare la mia famiglia – racconta –. Sei anni fa la mia vita è cambiata profondamente: i ribelli Seleka (“coalizione”, in lingua sango, l’alleanza delle milizie che nel 2013 lanciarono un’offensiva contro il governo di François Bozizé, riuscendo a conquistare il potere e innescando la guerra civile, NDR) hanno assaltato il mio negozio infierendo su di me coi loro machete». L’uomo, gravemente ferito, fu portato in ospedale. «Come nel peggiore degli incubi, ho subito l’amputazione di entrambe le gambe, perdendo il lavoro e la possibilità di nutrire i miei figli… Quando è accaduto, ho pensato che fosse finito tutto, che la vita non valesse più la pena di essere vissuta».

All’epoca il Paese era immerso nel caos e le sue strutture sanitarie di base erano sopraffatte. Ma l’Anrac ha beneficiato dal 2013 del sostegno del Comitato internazionale della Croce rossa, che ha pagato le attrezzature e la formazione del personale. Ora in questa struttura una dozzina di tecnici realizzano protesi su misura per i pazienti e altrettanti sono impegnati ad assicurare la riabilitazione. «Per il momento ho imparato a camminare appoggiandomi a un bastone», dice orgoglioso Ngalikossi. Ma gli esercizi di fisioterapia sono duri e il periodo di recupero è particolarmente lungo. Gli amputati centrafricani devono imparare a camminare su terreni accidentati, a trovare un posto in minibus sempre affollati e semplicemente a salire le scale. I 339 pazienti accolti dal centro l’anno scorso sono una goccia nell’oceano dei 30.000 persone che l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ritiene essere portatori di handicap nel Paese.

A testa alta

Godefroy Bombaida, direttore dell’Anrac, ritiene che la cifra dell’Oms sia altamente sottostimata. «Malgrado i periodici proclami di accordi di pace, le violenze proseguono in molte regioni del Paese e negli ultimi tempi il numero di amputati è triplicato».

L’assistenza nelle aree rurali è impossibile perché mancano vie di comunicazione sicure, e nella capitale Bangui solo una piccola parte dei disabili fisici riesce ad accedere alle protesi. Sono in corso i lavori di costruzione di un nuovo padiglione sanitario che farà aumentare a 1.700 il numero dei pazienti. Molti dei quali, però, necessiterebbero anche di supporto psicologico. «Il trauma che si subisce è enorme – concorda Ngalikossi –. In una società malata e spietata come la nostra solo i più forti sopravvivono. Anche i familiari tendono ad abbandonarti al tuo destino, quando non sei più in grado di garantirti l’autonomia. Conosco molte persone rimaste disabili che si sono suicidate per disperazione, e anch’io onestamente avevo pensato di farla finita. Se ho ritrovato la forza di vivere, è grazie al basket. Nella mia squadra ho compagni che vivono i miei stessi problemi. Assieme ci facciamo forza reciprocamente. I sacrifici negli allenamenti mi hanno fortificato lo spirito, ora sono rinato. E guardo il mondo a testa alta».

Questo articolo è uscito sul numero 4/2023 della rivista Africa. Per acquistare una copia, clicca qui, o visita l’eshop.

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