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Edizione del 27/07/2026

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Rivista Africa
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Autore

Tommaso Meo

Tommaso Meo

    FOCUS

    Guinea, un moderno laboratorio di autoritarismo

    di Tommaso Meo 26 Marzo 2026
    Scritto da Tommaso Meo

    di Fabrizio Floris

    Il governo del presidente Mamady Doumbouya ordina la dissoluzione di 40 sigle politiche a pochi mesi dalle elezioni legislative. Tra accuse di deriva autoritaria e restrizioni amministrative, il Paese sembra scivolare verso un modello di pluralismo controllato che soffoca ogni reale alternativa al potere

    Il 7 marzo il governo della Guinea ha ordinato lo scioglimento di 40 partiti politici, compresi i tre principali movimenti di opposizione, in una decisione che ha provocato forti critiche interne e timori di una deriva autoritaria nel paese dell’Africa occidentale. Il provvedimento è arrivato pochi giorni dopo il ritorno del presidente Mamady Doumbouya, assente dal Paese per circa tre settimane.

    Il decreto è stato giustificato con il presunto mancato rispetto degli obblighi legali previsti per i partiti politici. La decisione comporta la perdita immediata dello status legale delle organizzazioni coinvolte e il divieto di qualsiasi attività politica a loro nome. Tra le formazioni sciolte figurano i tre principali partiti di opposizione: l’Unione delle forze democratiche di Guinea (Ufdg) guidata da Cellou Dalein Diallo, il Raggruppamento del popolo guineano (Rpg), partito dell’ex presidente Alpha Condé e l’Unione delle forze repubblicane (Ufr) guidata da Sidya Touré. Secondo il decreto, ai partiti dissolti è vietato utilizzare nomi, loghi e simboli e i loro beni possono essere posti sotto sequestro statale.

    L’ombra dello “Stato-partito”

    L’opposizione ha denunciato la misura come un passo verso l’instaurazione di un sistema politico dominato da un unico potere. Il leader dell’Ufdg, Cellou Dalein Diallo, ha accusato il presidente Doumbouya di voler instaurare uno “Stato-partito” e ha invitato i cittadini a mobilitarsi contro il governo. Secondo un funzionario locale contattato dal Manifesto «lo scioglimento dei partiti rappresenta l’ultimo capitolo di una serie di restrizioni alle libertà politiche adottate dalle autorità negli ultimi anni». Dalla presa del potere di Doumbouya con il colpo di Stato del 2021, diversi leader dell’opposizione sono stati arrestati o costretti all’esilio.

    La decisione arriva poco dopo il ritorno in Guinea del presidente la cui assenza prolungata aveva alimentato speculazioni sul suo stato di salute e sulla situazione politica interna. Doumbouya, ex leader della giunta militare salita al potere nel 2021, è stato eletto presidente nelle controverse elezioni del dicembre 2025, a cui non hanno potuto partecipare i principali leader dell’opposizione. Lo scioglimento dei partiti avviene a poche settimane dalle elezioni legislative previste per maggio 2026 e considerate un passaggio chiave nel processo politico del Paese. Organizzazioni della società civile e osservatori internazionali temono che la misura possa ridurre ulteriormente lo spazio democratico in Guinea e aggravare la tensione politica nel paese, già segnato da anni di instabilità istituzionale.

    Pluralismo formale contro competizione reale

    La questione centrale è se la Guinea stia entrando in una fase assimilabile a una progressiva costruzione di un sistema a partito dominante o addirittura di partito unico. Formalmente, il pluralismo non è abolito: numerosi partiti restano legalmente autorizzati. Tuttavia, nei sistemi politici contemporanei la distinzione tra multipartitismo formale e competizione reale è decisiva. Quando le principali forze di opposizione vengono sospese, sciolte o private della possibilità di agire politicamente, il sistema può mantenere una pluralità nominale, ma perdere sostanzialmente la competizione democratica. È in questo quadro che l’accusa lanciata dai leader dell’opposizione assume rilievo politico: secondo diversi dirigenti guineani, il Paese starebbe entrando in una fase di “Stato-partito”, espressione che richiama modelli africani del passato nei quali l’apparato statale e il gruppo dirigente si sovrappongono fino a rendere marginale ogni alternativa politica.

    Un laboratorio di autoritarismo moderno

    Il caso guineano presenta però caratteristiche specifiche. A differenza dei regimi storicamente monopartitici del continente africano del secondo Novecento, oggi il controllo non passa necessariamente attraverso la proclamazione esplicita di un unico partito ufficiale, ma attraverso strumenti regolatori: registrazione amministrativa, certificazioni legali, controlli sulle attività politiche, limitazioni alle manifestazioni pubbliche e restrizioni ai leader politici in esilio. In questo senso, il potere può ridurre il pluralismo senza abolirlo formalmente. Dal colpo di Stato del 2021, con cui Doumbouya ha rovesciato Alpha Condé, la Guinea vive una transizione che avrebbe dovuto portare a una normalizzazione istituzionale. Tuttavia, negli ultimi anni il calendario elettorale è stato progressivamente ridefinito, mentre la capacità dell’opposizione di mobilitarsi si è ridotta. La dissoluzione dei partiti arriva dunque in una fase in cui il controllo del potere appare già fortemente centralizzato.

    La questione decisiva riguarda ora il futuro elettorale del Paese: se i partiti sciolti non potranno riorganizzarsi rapidamente o se nuove formazioni politiche saranno sottoposte a condizioni selettive, il rischio è che le future consultazioni si svolgano in un ambiente formalmente pluralista ma sostanzialmente privo di reale competizione. Più che verso un partito unico classico, la Guinea sembra quindi orientarsi verso un modello di pluralismo controllato, nel quale il potere centrale seleziona gli attori ammessi alla competizione. In molti contesti africani contemporanei questo tipo di configurazione si è rivelato politicamente stabile nel breve periodo, ma spesso fragile nel medio termine, perché produce una crescente distanza tra legalità istituzionale e legittimità politica.

    La domanda non è quindi soltanto se la Guinea stia andando verso il partito unico, ma se il sistema che si sta costruendo lasci ancora spazio a una vera alternanza politica. Ed è proprio su questo terreno che si misurerà la natura del potere di Doumbouya nei prossimi mesi. In un’Africa occidentale segnata dalla crescita dei regimi militari, il caso guineano potrebbe diventare uno dei laboratori più significativi di ridefinizione autoritaria del pluralismo politico.

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