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Edizione del 24/08/2026

© Rivista Africa
Editore: Internationalia srl
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Rivista Africa
La rivista del continente vero
Autore

Tommaso Meo

Tommaso Meo

    FOCUS

    L’offensiva di Trump sulle miniere africane

    di Tommaso Meo 4 Aprile 2026
    Scritto da Tommaso Meo

    di Stefano Pancera

    Il nuovo piano statunitense ridefinisce le rotte dei minerali critici tra Africa e Occidente, inserendosi nella competizione globale con la Cina per il controllo delle catene di fornitura. Ma il continente rischia di restare ancora una volta un mero fornitore di materie prime

    Donald Trump osserva la mappa dell’Africa stesa sul tavolo dello Studio Ovale come fosse una grande planimetria di tubature: corridoi logistici, porti d’acqua profonda, miniere di rame e cobalto, terminal ferroviari che dal Katanga scendono verso l’Atlantico. Sta pensando a come mettere le mani sul rame della Repubblica Democratica del Congo (Rdc), il cobalto dello Zambia, il tantalio della Guinea, e trasportarli dall’altra parte dell’oceano.

    Quella mappa è un percorso che parte da Conakry, attraversa Kinshasa e arriva a Lusaka, una linea spezzata che unisce i punti dove si decidono i futuri flussi di minerali critici. È questa la traiettoria che i suoi consiglieri hanno disegnato come nuova “arteria” del potere americano in Africa.

    Un progetto da 12 miliardi

    Il nome scelto lo scorso febbraio per il nuovo programma, Project Vault, è una dichiarazione di intenti. Una volta nei sotterranei delle banche, vault o caveau, si mettevano lingotti d’oro. Oggi, nella visione di Trump e del suo cerchio ristretto di dirigenti, lobbisti e consiglieri, si metteranno rame congolese, cobalto zambiano, tantalio guineano. Un caveau nazionale dei minerali critici da 12 miliardi di dollari. La spina dorsale del progetto infatti è un prestito da 10 miliardi della banca pubblica per l’export, la Exim Bank, affiancato da circa 2 miliardi di capitale privato.

    Fuori, a Washington, si parla di transizione verde e auto elettriche; dentro quella stanza, l’immaginario è ancora quello della Guerra fredda: scorte strategiche, riserve federali un nemico onnipresente. Quando Trump annuncia formalmente Project Vault, lo Studio Ovale è pieno: ci sono i dirigenti delle grandi aziende automobilistiche e tecnologiche, gli emissari dei giganti del settore minerario, gli uomini della finanza chiamati a far funzionare i 12 miliardi del piano e poi il livello più discreto, quello dei lobbisti e dei consiglieri che da mesi tessono la trama del ritorno americano nel settore minerario africano.

    È il pezzo visibile di un disegno più ampio, che ha come obiettivo primario riportare gli Stati Uniti al centro del gioco minerario africano dopo anni di presenza meno aggressiva. La spiegazione fornita ufficialmente per questa mobilitazione cita interessi di «sicurezza nazionale». Quella meno ufficiale, ma forse più vera, viene dalla presa di coscienza di essere in ritardo di un oltre un decennio sulla Cina, per quanto riguarda i minerali.

    L’errore del 2016 e il sorpasso di Pechino

    Per capire la portata del salto, bisogna tornare al 2016. In quell’anno, Washington vende gran parte dei propri asset nelle miniere della Repubblica Democratica del Congo, lasciando di fatto la strada libera ai gruppi cinesi. All’epoca, i prezzi sono più bassi e la narrativa dei minerali critici per la transizione energetica non ha ancora colonizzato il dibattito pubblico. Il Congo è visto più come un rischio che come un perno strategico.

    Il risultato è che la Cina oggi controlla una quota decisiva del flusso fisico di due materie prime strategiche: il rame e, soprattutto, il cobalto. La Rdc produce circa il 70% del cobalto mondiale e quasi il 14% del rame globale, collocandosi come secondo produttore al mondo. Con Kinshasa, Pechino ha recentemente firmato un nuovo accordo che copre la condivisione dei dati geologici e le protezioni degli investimenti.

    Il ruolo del Congo tra due giganti

    Ma il patto Cina-Congo non dovrebbe essere visto come una risposta agli Stati Uniti, perché quell’accordo non è paragonabile, per dimensioni, a quello che Kinshasa ha siglato con Washington. Pechino mantiene ancora alcuni vantaggi strutturali, essendo il più grande creditore bilaterale della Rdc, ma le aziende cinesi stanno ora guardando ad altri minerali critici. In particolare litio, nichel, manganese, grafite e varie terre rare utilizzate nell’elettronica avanzata.

    Se le imprese statunitensi, dall’automotive all’hi-tech, in caso di crisi nelle catene di fornitura potranno attingere alla riserva; per i governi africani, il futuro è più in bilico. Da un lato, la promessa di nuovi investimenti e di un potenziale aumento della concorrenza tra Cina e Stati Uniti, dall’altro il rischio che Project Vault cristallizzi un modello in cui il continente continui a restare ancora soprattutto un semplice fornitore di materie prime.

    Promesse di sviluppo, inaugurazioni di infrastrutture, nuovi contratti, sigle e acronimi. Le grandi potenze alternano i propri marchi – Belt and Road, Global Gateway, Partnership for Global Infrastructure, Project Vault – ma nonostante i tentativi di alcuni governi africani di trattenere più valore sul continente, il risultato è troppo spesso lo stesso: gran parte del valore estratto dal sottosuolo africano viene contabilizzato altrove. E l’Africa sembra restare ancora in gran parte una superficie su cui disegnare linee, mai un posto fatto di persone che si svegliano la mattina, lavorano, mandano i figli a scuola e contribuiscono a un lento ma costante sviluppo. Sulla mappa loro non ci sono: a esistere sono soltanto le loro miniere.

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    4 Aprile 2026 0 commentI
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