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Edizione del 24/08/2026

© Rivista Africa
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Rivista Africa
La rivista del continente vero
Autore

Tommaso Meo

Tommaso Meo

    FOCUS

    In Sudan la violenza sessuale è diventata un’arma come le altre

    di Tommaso Meo 2 Aprile 2026
    Scritto da Tommaso Meo

    di Valentina Giulia Milani

    Un nuovo rapporto di Medici Senza Frontiere denuncia la natura sistematica degli abusi in Darfur e il fallimento del sistema di protezione internazionale

    La violenza sessuale è diventata una componente strutturale della guerra in Sudan, con un impatto sistematico e diffuso sulle donne e le ragazze del Darfur, secondo un rapporto di Medici senza frontiere (Msf) basato su dati clinici e testimonianze raccolti tra il 2024 e il 2025. Il documento, intitolato «There is something I want to tell you…», descrive un quadro in cui gli abusi non rappresentano episodi isolati, ma una pratica ricorrente che accompagna e segue le operazioni militari. Le violenze, si legge, avvengono non solo nelle fasi più acute dei combattimenti, ma anche nella vita quotidiana: lungo le strade, nei mercati, nei campi e persino nelle abitazioni o durante gli spostamenti forzati.

    Secondo Msf, i civili continuano a sopportare il peso principale del conflitto, esposti a uccisioni di massa, torture e detenzioni arbitrarie, mentre le infrastrutture civili e sanitarie restano bersagli frequenti. In questo contesto, la violenza sessuale emerge come una delle manifestazioni più pervasive e meno contrastate della guerra, favorita dal collasso dei sistemi di protezione, dallo sfollamento di massa e da disuguaglianze di genere radicate.

    Il rapporto sottolinea che gli abusi sono attribuiti a tutte le parti in conflitto, ma evidenzia come nel Darfur la loro diffusione affondi le radici in decenni di violenze e nell’assenza di responsabilità. In particolare, la caduta di El Fasher nell’ottobre 2025 viene indicata come uno degli episodi più gravi, con testimonianze di violenze estreme riportate dalle donne riuscite a fuggire dalla città.

    I dati raccolti dall’organizzazione si basano su attività mediche condotte in strutture sostenute da Msf e su interviste a sopravvissute e operatori locali. Tuttavia, la stessa organizzazione avverte che si tratta solo di una rappresentazione parziale del fenomeno: lo stigma sociale, l’insicurezza e la mancanza di servizi funzionanti impediscono a molte vittime – comprese quelle di sesso maschile – di accedere alle cure o di denunciare gli abusi.

    Halima*, 19 anni, è fuggita da El Fasher con la sua famiglia dopo mesi di bombardamenti e violenze che hanno causato la morte di suo nonno e il ferimento di suo padre. Durante il viaggio di due giorni verso un luogo sicuro, uomini armati hanno fermato i civili lungo la strada, derubandoli e umiliandoli, e impedendo ad alcune donne e ragazze di andarsene. «Avevano altre intenzioni, come lo stupro», racconta. Halima e sua sorella sono riuscite a fuggire salendo di nascosto su un altro camion con l’aiuto di un vicino. Tawila, Stato del Darfur settentrionale, Sudan.
    *È stato utilizzato uno pseudonimo per proteggere la sua identità.

    Nonostante alcuni miglioramenti nell’accesso ai servizi, come l’introduzione di modelli di assistenza comunitaria e il rafforzamento dei sistemi di riferimento sanitario nel Darfur meridionale e settentrionale, le barriere restano elevate. Le strutture sanitarie sono spesso inaccessibili o distrutte, mentre il timore di stigmatizzazione continua a scoraggiare la ricerca di assistenza.

    Msf denuncia inoltre il fallimento del sistema umanitario nel fornire una risposta adeguata alla crisi. «Vi sono pochissime iniziative per proteggere le sopravvissute, sostenere il loro recupero o prevenire ulteriori abusi», si legge nel rapporto, che parla di una carenza strutturale di protezione e giustizia.

    Un ulteriore elemento che emerge dal rapporto riguarda le difficoltà strutturali nell’accesso alle cure: molte sopravvissute arrivano alle strutture sanitarie con ritardi significativi, riducendo l’efficacia degli interventi medici d’urgenza, come la profilassi post-esposizione o il supporto psicologico immediato. Msf evidenzia come la paura di ritorsioni, lo stigma sociale e la distruzione delle reti comunitarie contribuiscano a isolare le vittime, mentre la carenza di personale sanitario formato e di strutture funzionanti limita ulteriormente la capacità di risposta sul terreno.

    Rimeh, referente della comunità nel campo di Daba Naira, nello Stato del Darfur settentrionale, in Sudan, partecipa a una sessione di promozione della salute organizzata da Msf sul tema della violenza sessuale. Attraverso queste sessioni, Msf sensibilizza la popolazione sulla violenza sessuale e garantisce che le vittime sappiano come accedere alle cure.
    Rimeh sostiene le vittime della comunità, aiutandole a raggiungere la clinica di emergenza di MSF per ricevere assistenza medica e psicologica.

    Infine, il rapporto sottolinea come molte sopravvissute chiedano non solo assistenza medica, ma anche riconoscimento e giustizia. Le testimonianze raccolte indicano una domanda esplicita di protezione, sostegno psicologico e fine dell’impunità per i responsabili, in un contesto in cui – secondo Msf – la violenza sessuale continua a essere utilizzata come strumento di guerra e controllo sociale. L’organizzazione conclude che senza un intervento internazionale più incisivo, il rischio è che tali violazioni restino sistematiche e largamente invisibili, perpetuando un ciclo di violenza già radicato nel Darfur.

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    2 Aprile 2026 0 commentI
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