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Edizione del 23/09/2026

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Rivista Africa
La rivista del continente vero
Autore

Marco Trovato

Marco Trovato

    FOCUSGLOBAL AFRICA - Mario Giro

    Braccio di ferro per la nuova moneta

    di Marco Trovato 9 Febbraio 2020
    Scritto da Marco Trovato
    La questione della nuova moneta dell’Africa occidentale diviene sempre più politica. Due sono i fronti aperti: quello che vede affrontarsi tecnici e intellettuali e quello che divide anglofoni e francofoni.

    Il primo è uno scontro simbolico: il solo annuncio della possibilità dell’introduzione della moneta unica non legata al tesoro francese ha avuto un enorme impatto emotivo sulla pubblica opinione. Se ne sono fatti interpreti numerosi intellettuali africani che hanno dichiarato più volte quanto il tema sia secondo loro politico più che tecnico. Si tratterebbe di una “seconda indipendenza” dopo quella incompleta degli anni Sessanta. L’idea stessa di non dipendere monetariamente più dalla Francia (e dall’Europa) scalda i cuori e le menti di molti. Reagiscono i tecnici – africani anch’essi – esperti in questioni finanziarie che il cammino non è così semplice e che le conseguenze possono essere dure. Il dover depositare una parte delle riserve di cambio nel tesoro francese – sostengono – rappresenta anche una garanzia di stabilità: quante volte in questi decenni il bilancio francese ha dovuto ripianare i debiti africani dopo una cattiva congiuntura? Secondo i tecnici non sarebbe possibile garantire la stabilità monetaria dei Paesi Ecowas senza l’ancoraggio ad una moneta forte. Il franco Cfa, negli anni, ha garantito proprio questo: stabilità e bassa inflazione, a differenza di ciò che è accaduto nei Paesi dell’area con una moneta propria.

    Ma il versante più difficile è quello che separa gli Stati francofoni da quelli anglofoni, Nigeria in testa. L’aver dichiarato che i primi procederanno senz’altro alla creazione della nuova moneta (l’eco), anche in assenza di altre adesioni, ha raffreddato l’iniziale consenso ricevuto da alcuni paesi come il Ghana. Si tratta di una lotta per la leadership: chi avrà più peso nel nuovo assetto: la Costa d’Avorio (che deteneva già quasi la metà della massa monetaria del franco Cfa) o la Nigeria, il colosso economico della regione?

    Il 16 gennaio, quest’ultima, assieme a diversi Stati del West Africa anglofono, ha criticato la decisione dei francofoni di andare avanti comunque, anche da soli. Un mero cambio di nome dal franco Cfa all’eco senza l’adesione negoziata di nuovi Paesi parrebbe loro un maquillage. È ciò che si teme dopo le dichiarazioni congiunte di dicembre di Macron e Ouattara ad Abidjan. L’idea, secondo Abuja, è quella di creare una vera moneta unica tra tutti gli Stati dell’Ecowas. Per questo ogni decisione unilaterale sarebbe dannosa. Oltre la Nigeria sono dello stesso parere Ghana, Liberia, Sierra Leone, Gambia e anche la francofona Guinea Conakry, che non adotta il Cfa.

    Se da una parte la strada della fine del franco Cfa dell’Africa occidentale sembra segnata, quella della nascita dell’eco è dunque ancora in alto mare. Restano aperte molte domande: la nuova moneta sarà legata ad alcune divise, come ad esempio lo yuan o ad un paniere euro-dollaro-yuan? Come verrà garantita la sua convertibilità? La nuova valuta dovrebbe mantenere una parità fissa con l’euro? Che relazione ci sarà con il Cfa dell’Africa centrale che ancora permane? Qualcuno vocifera che si tratti di un manovra francofona per svalutare la moneta attuale cambiandole il nome, dopo l’ultima svalutazione al 50% del 1994. Ciò aiuterebbe certamente le esportazioni ma avrebbe un contraccolpo sull’import difficilmente quantificabile. Altri sostengono che nulla cambierà: i Paesi avvantaggiati lo rimarrebbero (come la Costa d’Avorio) e gli altri finirebbero ancora una volta in coda.

    Vi sono purtuttavia delle condizioni per passare all’eco, tra le quali: avere un’inflazione a una sola cifra; un deficit fiscale di non più del 4% del Pil; un deficit di finanziamento della banca centrale di non più del 10% delle rendite da imposte; riserve di valuta per almeno 3 mesi di importazioni. Va ricordato anche che nell’area il Ghana è il principale partner commerciale della Cina, con 6,7 miliardi di interscambio. I francofoni non potranno non tenerne conto. La partita è ancora aperta.

    (Mario Giro)

     

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    9 Febbraio 2020 0 commentI
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