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Rivista Africa
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Autore

claudia

claudia

    CINEMA

    La noire de… di Sembène Ousmane, un film sempre attuale

    di claudia 4 Febbraio 2023
    Scritto da claudia

    di Annamaria Gallone

    Oggi vi parliamo di La noire de… (1966), capolavoro del regista Sembène Ousmane, che quest’anno avrebbe compiuto cento anni. Un film toccante che fa luce sullo sfruttamento, la sottomissione e la dipendenza di chi ha meno soldi, meno possibilità. Ma, attenzione: la storia che ci racconta Sembène, quasi sessant’anni fa, è ancora oggi profondamente attuale.

    Continuiamo il nostro viaggio con Sembène Ousmane per scoprire uno dei suoi film che amo di più: La noire de…

    La sua uscita, nel 1966, rappresenta una data fondamentale nella storia del cinema sub sahariano francofono, in quanto è il primo lungometraggio mai realizzato da un africano in Africa e costituisce un dittico insieme al cortometraggio  Borom Sarret di cui abbiamo parlato la volta scorsa: entrambi i protagonisti sono vittime del sistema post coloniale.

    Girato in 35 mm in bianco e nero e della durata di 60 minuti, subito riscuote un grande successo: vince il premio Jean-Vigo a Parigi, l’Antilope d’argento al primo Festival mondiale delle arti nere di Dakar e il Tanit d’oro al Festival di Cartagine. Basato su un racconto di Sembène, Voltaïque, a sua volta ispirato a una notizia apparsa su un giornale francese, Nice-matin, è la storia della triste avventura di una giovane senegalese, Diouana, l’eroina del film.

    La vediamo scendere da una nave con altri passeggeri in un porto della Costa Azzurra: a riceverla il marito della coppia per cui aveva già lavorato a Dakar come bambinaia. Scelta dalla “padrona” al mercato di Dakar dove si ritrovano ogni mattina le tante donne speranzose di trovare un impiego come cameriere, alla notizia che sarebbe potuta andare in Francia per seguire i bambini, aveva accettato con entusiasmo la proposta. Lasciava la famiglia e un  ragazzo con cui aveva una relazione, ma la prospettiva di conoscere un nuovo era troppo bella. Sognava di potersi comprare bei vestiti, parrucche sontuose con cui farsi fotografare, ma l’attendeva una grande delusione.

    La “signora”, all’inizio gentile, si era ben presto inasprita, trattandola non come una bambinaia, ma costringendola a servire tutto il giorno come una schiava e esibendola alle cene come un oggetto esotico. Nessuna possibilità di uscire, se non per fare la spesa, nessun “Paese delle meraviglie”, solo le luci della costa guardate con malinconia dalla finestra, di notte. Cresce allora in lei una malinconia profonda e un senso frustrante di alienazione: non conosce la lingua, comprende solo gli ordini che le vengono impartiti. Giorno per giorno scompare la suavoglia di lavorare e la ragazza si chiude nella sua cameretta, nonostante le ire della signora che non riesce a placare neppure il marito, più accomodante.

    Tutto è troppo cambiato: dal momento in cui aveva accettato di lavorare per i “Bianchi”, si era distinta dagli altri perché mangiava con i padroni, indossava i vecchi abiti europei di “Madame” e metteva parrucche occidentali con i capelli spettinati. In Francia accade il contrario: all’inizio Diouana indossa ancora le sue scarpe a spillo, la sua parrucca, i suoi gioielli, il suo vestito, per fare i lavori di casa, ma più si sente sola, più si rifugia nella sua africanità: si fa le trecce, indossa il suo pagne, guarda le sue foto per sognare il passato e riprende in mano la maschera che aveva dato ai suoi capi il primo giorno di lavoro. È così che si suicida, nella vasca da bagno, con la valigia pronta e la maschera sopra: si è tagliata i polsi, disperata per le umiliazioni subite, malata di nostalgia.

    Il Francese va a Dakar per incontrare la famiglia di Diouana, riportando la valigia con le sue poche cose, la macchina, i salari che lei ha rifiutato, ma viene respinto con disprezzo. Sembène stesso compare in un cammeo, come maestro/scrivano per la sua gente che non sa scrivere.

    Per enfatizzare i pensieri e i sentimenti della sua eroina, il regista ha deciso di utilizzare una voce fuori campo, come già per Borom sarret. Questa voce della protagonista, sotto forma di monologo interiore e trasmessa attraverso l’uso di immagini durante i flashback, permette al pubblico di identificarsi meglio con la ragazza, interpretata da Thérèse N’Bissine Diop e doppiata da una cantante haitiana, Toto Biassainthe.

    La colonna sonora del film è composta prima da musica francese, dall’arrivo, durante il viaggio da Marsiglia ad Antibes, per poi passare alla musica tradizionale africana. L’intera struttura de La noire de… è organizzata intorno a un’opposizione tra spazio africano ed europeo. Il film è girato, da un lato, in Africa (in uno spazio aperto che va dal quartiere popolare a quello ricco e alla Place de l’Indépendance nel Plateau) e, dall’altro, nel sud della Francia (in uno spazio ristretto, l’appartamento dei padroni di Diouana).

    Tutto nel film è ricco di simboli: la maschera, innanzi tutto. All’inizio, un oggetto ludico per il bambino, un oggetto festivo per Diouana, insomma un oggetto quotidiano; in seguito, quando l’eroina compra la maschera del bambino e la offre ai suoi padroni, è un oggetto estetico, ma statico – un oggetto tra gli altri nella collezione dei cooperanti francesi. Viene da pensare che, offrendo la maschera ai suoi capi, Diouana abbia venduto se stessa, e più precisamente la sua africanità. Riprendendo questo oggetto tradizionale africano, ricorda una parte di sé che aveva perso e si ribella. Quando Diouana si suicida, la maschera è accanto a lei, così come la sua valigia, come se la morte le permettesse di tornare a casa. Infine, è la maschera a tornare in Senegal: indossata dal bambino, diventa un oggetto vivo che rappresenta la dignità africana.

    È soprattutto alla fine del film che la dinamica della maschera diventa evidente: dopo aver voluto fare ammenda con la madre di Diouana, che rifiuta i soldi che le sono stati offerti, il bianco se ne va. Il bambino, invece, prende la maschera e segue “Monsieur” sulla passerella fino alla sua auto. Per creare l’effetto drammatico di un “inseguimento”, Sembène utilizza in quest’ultima sequenza brevi inquadrature, accompagnate da musica africana, alternando il bianco che si gira più volte e il ragazzino, con la maschera sul volto, che lo insegue. Poi il ragazzino si gira e scappa. Nelle inquadrature finali, si avvicina sempre di più alla macchina da presa  per fermarsi in un’inquadratura fissa: si toglie la maschera e guarda direttamente l’obiettivo. 

    La noire de... è quindi un film sullo sfruttamento, la sottomissione e la dipendenza di chi ha meno soldi, meno possibilità. Terribile quel “de”: Diouana ha perso il suo nome, è solo La noire de, perché appartiene, come un oggetto ai suoi padroni.

    La storia che ci racconta Sembène può essere una storia d’oggi: che differenza c’è tra la ragazza senegalese e le donne che vengono a lavorare da noi come donne delle pulizie, badanti o prostitute, lontane dalla loro famiglia, per curare i nostri figli, i nostri anziani, spesso senza conoscere la nostra lingua, afflitte da una profonda alienazione? 

    Per questo il film di Sembène è un capolavoro, sempre attuale.

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    4 Febbraio 2023 0 commentI
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