Il libro della settimana: “Il corvo che s’innamorò di me”

di Tommaso Meo

«Adam Inghilterra!» Nour chiama l’uomo che ha appena riconosciuto alla stazione di Graz. Ma Adam non si volta. Non riconosce chi lo chiama e non ricorda il proprio soprannome. Nour ha davanti a sè un uomo devastato dall’alcol e dal crack, ridotto a chiedere l’elemosina. Dell’amico che aveva condiviso con lui l’infanzia, la giovinezza e la fuga dal Sudan sono rimasti soltanto i grandi occhi buoni.

Da questa amicizia interrotta Abdelaziz Baraka Sakin costruisce Il corvo che s’innamorò di me (Emuse, 2026, pp144. € 16). Intanto il Sudan è devastato dalla guerra civile ma lo scrittore, originario del Darfur ed esule in Europa, sceglie di non raccontare direttamente il conflitto. La guerra resta sullo sfondo; al centro ci sono le conseguenze dello sradicamento e l’esistenza precaria di chi attraversa la Terra senza riuscire a trovare un luogo in cui ricominciare.

La vicenda di Nour e Adam, separati dopo essere passati per Calais, diventa così più di una storia di migrazione. Baraka Sakin mette in discussione l’idea che talento e volontà siano sufficienti a determinare il proprio destino. Ci sono persone alle quali il mondo offre possibilità e altre alle quali le nega, fino a trasformare un essere umano in un’ombra di sé stesso. La voce narrante è ironica, affabulatoria, sorprendente, capace di passare dalla comicità alla tragedia con naturalezza. Sakin sembra affidarsi alla tradizione orale del griot, ma la sua scrittura è tutt’altro che ingenua: dietro il piacere del racconto c’è uno sguardo lucidissimo sulla condizione umana.

Il risultato è un romanzo che fa male ma non si lascia avvolgere dalla cupezza, che intreccia Paesi distanti, amicizie e perdite attorno al progetto di restare sé stessi, anche quando tutto ciò che ci definiva sembra essere rimasto ancorato a tempi e luoghi perduti.

Il corvo che s’innamorò di me (Emuse, 2026, pp144. € 16)

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