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Rivista Africa
La rivista del continente vero
Autore

claudia

claudia

    CONTINENTE VERO

    La colossale transumanza sul Mar Rosso

    di claudia 30 Aprile 2023
    Scritto da claudia

    di Mariachiara Boldrini

    Ogni anno, quattro milioni di capre e pecore lasciano il porto somalo di Berbera per l’Arabia Saudita. È il più grande movimento commerciale di animali vivi al mondo nonché la principale attività economica del Somaliland: una risorsa vitale per migliaia di allevatori, mercanti, trasportatori e intermediari

    Allah chiese ad Abramo di sacrificare il figlio per dimostrargli la sua fedeltà, ma poi ebbe pietà di lui e venne ucciso un agnello. Ancora oggi, ogni anno, durante il dodicesimo mese del calendario islamico migliaia di capre e pecore vengono sacrificate in memoria del gesto di Abramo al culmine dello Hajj, il pellegrinaggio sacro verso La Mecca compiuto ogni anno da due miliardi di fedeli.

    Provenienti in gran parte dai mercati interni del Corno d’Africa, come quello di Hargheisa, capitale del Somaliland, gli animali partono dai porti africani sul Mar Rosso e attraversano il Golfo di Aden per raggiungere l’Arabia Saudita. Il bestiame deve essere il migliore che i fedeli possano permettersi e la pecora somala Berberawi, famosa per la sua caratteristica testa nera, è in particolare apprezzata nella penisola arabica proprio perché la si crede rappresentativa dell’agnaello che Abramo sacrificò in luogo del figlio. 

    In attesa di essere sottoposte agli screening sanitari e ricevere le vaccinazioni, le capre e le pecore affollano i vasti recinti puzzolenti sui moli delle antiche città portuali di Bosaso e Berbera, e nel caldo torrido del deserto si accalcano ordinatamente tra i container verso l’entrata delle navi cargo stracolme di fieno che le trasporteranno verso il loro destino sacrificale. Il viaggio alla volta della città santa dell’islam dura tre giorni e ogni nave può trasportare anche 85.000 esemplari alla volta.

    Miniera d’oro

    Questa colossale “transumanza” verso la penisola arabica è il più grande movimento commerciale di animali vivi al mondo. Il collaudato meccanismo di esportazione di bestiame a fini sacrificali nutre periodicamente la fragile economia pastorale tipica del Corno d’Africa, avvantaggiando gli allevatori e i commercianti di Somalia, Gibuti e Somaliland. Secondo la Fao, la domanda saudita rappresenta quasi i due terzi delle esportazioni annuali somale di bestiame: oltre cinque milioni di pecore e capre vengono spediti dai porti della regione verso la penisola arabica. La capacità trainante del settore, vera e propria miniera d’oro per i commercianti della zona, è tanto importante che lo scorso anno Dp World, la più importante società portuale globale con sede a Dubai, si è aggiudicata un contratto del valore di 442 milioni di dollari per espandere e gestire per un periodo di 30 anni il porto di Berbera – snodo cruciale per gli animali diretti alla Mecca.

    La macchina economica che rende possibile il pellegrinaggio è tanto articolata da coinvolgere migliaia di famiglie ed essere fonte occupazionale anche per trasportatori e broker, tecnici e ingegneri portuali, specialisti legali e soprattutto veterinari.

    Pericoli sanitari

    Per finire macellato durante le celebrazioni dell’Id al-Adha, la “Festa del Sacrificio” con cui termina lo Hajj, ogni animale deve essere in perfetta salute e non presentare difetti fisici. Solo a Berbera, durante la stagione di picco vengono messi in quarantena per due settimane fino a un milione di esemplari destinati al macello, per un tempo che può durare fino a due settimane e che serve ad assicurarsi che siano garantiti i requisiti minimi di importazione dell’Arabia Saudita, affinché non entrino nel Paese anche malattie trasmissibili all’uomo. La situazione sanitaria del bestiame proveniente dal Somaliland in passato aveva portato l’Arabia Saudita a vietarne temporaneamente le importazioni. Fece rumore nel 2018 il caso di circa 27.000 capi tra ovini e caprini reinviati in Africa perché infettati della cosiddetta “febbre della Rift Valley”, trasmessa dalle zanzare, che aveva già provocato un blocco di ben nove anni, dal 2000 al 2009.

    Lo spettro di malattie contratte dagli animali è, tra l’altro, aumentato nel corso del tempo anche a causa della catastrofica situazione climatica del Corno d’Africa: i periodi di siccità ricorrenti e le ripetute inondazioni, oltre a generare uno stato di precarietà quasi permanente dei pascoli, sono condizioni favorevoli al proliferare di virus e batteri che possono facilmente infettare gli animali.

    Mercato in crisi

    Anche la pandemia nel 2020 aveva stoccato un duro colpo al mercato, a causa delle restrizioni imposte dal governo saudita. Il drastico ridimensionamento del pellegrinaggio sacro e una Kaaba non affollata avevano prodotto dirette ripercussioni sulla sussistenza di migliaia di somali, dimostrando ancora una volta l’interconnessione economica tra le due sponde del Mar Rosso. Lo scorso anno lo Hajj si è tenuto tra fine giugno e inizio luglio, ma l’inflazione crescente dovuta all’instabile situazione internazionale e alla crisi ucraina ha generato un aumento dei prezzi anche di capre e pecore, e rischiato di ridurne notevolmente la domanda.

    La crisi idrica che attualmente devasta il Corno d’Africa, la peggiore degli ultimi quarant’anni, ha reso inoltre più difficile nutrire gli animali. Molti allevatori hanno perso il bestiame e, con esso, il reddito. Secondo ArabNews, la colossale “transumanza” dalle coste africane alla penisola arabica ha registrato nel 2022 un’importazione di “solo” 444.554 pecore, numeri importanti ma che non rispecchiano la reale potenzialità del mercato. Ora si spera che quest’anno (l’epoca del pellegrinaggio sarà tra giugno e luglio) le cose vadano meglio, ma, come spiegato, i presagi non sono affatto buoni. Oltre il 70% del Pil del Somaliland – la più settentrionale delle regioni somale, autoproclamatasi nazione indipendente – è costituito dalle esportazioni di bestiame. Se la crisi del mercato del bestiame dovesse proseguire o, peggio acuirsi, le conseguenze per la popolazione locale sarebbero catastrofiche.

    Questo articolo è uscito sul numero 1/2023 della rivista Africa. Per acquistare una copia, clicca qui, o visita l’e-shop

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