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Rivista Africa
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AFRICA

AFRICA

    Migranti
    MIGRAZIONI e DIASPORE

    Migranti, la pandemia ha aggravato le disuguaglianze

    di AFRICA 28 Ottobre 2020
    Scritto da AFRICA

    È il covid il convitato di pietra determinante nell’influire sul valore dell’immensa mole di dati offerta dal “Dossier statistico immigrazione 2020” curato e presentato mercoledì 28 ottobre dal Centro studi e ricerche Idos in partenariato con il Centro studi Confronti, appoggiato da strutture internazionali e nazionali nonché dai fondi “8 per mille” dell’Unione delle Chiese metodiste e valdesi. Il Dossier celebra quest’anno la sua 30° edizione e lo fa in un momento particolarmente delicato per lo scoppio della pandemia che con il suo progressivo diffondersi sta condizionando in maniera sempre più significativa la vita degli stranieri nel nostro Paese.

    Vittime, non untori

    Nonostante i dati principali di riferimento siano ovviamente risalenti al 2019, ben dieci dei 74 capitoli di cui si compone lo studio sono scritti con particolare attenzione al nuovo fenomeno che sta pesando sulle spalle dei già provati migranti, sia in termini di occupazione, sia di nuova linfa per un razzismo che purtroppo non è solo latente, ma anche stuzzicato ad arte. Ciò in concreto li ha additati come untori, mentre invece i migranti si sono rivelati doppie vittime, privati anche della copertura sanitaria e contemporaneamente esposti più facilmente di altri al rischio di contagio per le loro precarie condizioni di vita in spazi molto affollati e carenti di igiene. L’emersione del lavoro irregolare voluta dal Governo italiano con il Decreto 103/2020, che propone una sanatoria per gli immigrati che si occupano di lavoro domestico e assistenza o attivi in campo agricolo, si è rivelata, secondo i dati del rapporto, un “parziale fallimento”. Su un numero di lavoratori irregolari in quei settori stimato in 621mila, soltanto un terzo di essi ha presentato domanda di regolarizzazione, oltretutto quasi sempre esclusivamente utilizzando la norma che prevede la disponibilità dell’imprenditore di portare alla luce una rapporto dipendente di fatto mai emerso negli anni. Altrettanti, si valuta attorno ai 180 mila, sono rimasti gratuitamente e inspiegabilmente esclusi a priori dal legislatore dai possibili benefici di quel decreto solo perché addetti a settori quali ristorazione, commercio, logistica. Così come non ha funzionato, causa norme troppo stringenti e farraginose, neppure l’inquadramento di chi aveva già avuto in passato un rapporto regolare di soggiorno o lavorativo poi cessato.

    Invisibili ma necessari

    Tornando ai soli lavoratori agricoli, più che sfruttati quasi schiavizzati in agricoltura, stimati in 450 mila, quasi il 10 per cento di loro si è trovato a lavorare obbligatoriamente sino a 15 ore al giorno con il parallelo incremento del 20 per cento del numero di ore gestite in nero dal datore di lavoro, con ulteriori negative ricadute economiche. I motivi stanno proprio, dicono i ricercatori, nella pandemia che ha «aumentato esponenzialmente la loro arrendevolezza» perché si tratta di persone sempre più marginalizzate da parte dell’opinione pubblica, già presa di suo in un vortice mai conosciuto di incertezze. Non miglior sorte ha avuto il lavoro domestico, settore nel quale sono saltati 13mila posti su 850mila totali. Le richieste di emersione dal lavoro nero qui sono state 177mila. Senza contare che proprio la perdita del lavoro ha fatto emergere con clamore che spesso dipende proprio dai migranti il funzionamento di servizi chiave per preservare i cittadini dalle contaminazioni della pandemia, come l’assistenza domiciliare, le pulizie, alcune mansioni parasanitarie. Dulcis in fundo, per loro è sempre più difficile acquisire la cittadinanza italiana per via dell’inasprimento delle norme volute dal primo governo Conte. I ricercatori segnalano che per completare la pratica sono oggi necessari nei fatti 14 anni, di cui 10 di residenza legale e 4 di elaborazione amministrativa. Ma non è tutto: di quei 10 anni gli ultimi 7 devono essere stati coperti da un reddito costante, requisito già difficile da ottenere anche per gli italiani, figuriamoci per uno straniero che deve mantenere un lavoro in tempi di Covid.

    Dati impietosi

    Introdotta da Marco Fornerone, pastore della Chiesa valdese di Roma, la presentazione in videoconferenza streaming del Dossier è stata affidata a Luca Di Sciullo, presidente Idos, affiancato negli interventi di commento da Nandy Porsia, Marco Omizzolo, Igiaba Scego e Giampiero Palmieri sotto il coordinamento di Claudio Paravati e Ginevra Demaio. Le schede base del Dossier 2020 raccontano che a fronte di un lievissimo aumento netto annuo di residenti stranieri, che a fine 2019 sono in totale 5.306.500 (appena 47.100 in più rispetto a inizio anno: +0,9%), l’8,8% di tutta la popolazione residente in Italia, i soli non comunitari regolarmente soggiornanti sono diminuiti di ben 101.600 unità (-2,7%), arrivando a poco più 3.615.000 (erano 3.717.000 l’anno precedente). Di riflesso è probabilmente aumentata la presenza di non comunitari irregolari, i quali, stimati in 562.000 a fine 2018 (Ismu) e calcolato che – anche per effetto del Decreto “sicurezza” varato in tale anno – sarebbero cresciuti di ben 120-140.000 unità nei due anni successivi (Ispi), a fine 2019 erano già stimati in oltre 600.000 e a fine 2020 avrebbero plausibilmente sfiorato o raggiunto i 700.000 se, nel frattempo, non fosse intervenuta la regolarizzazione della scorsa estate a farne emergere (almeno temporaneamente) circa 220.500, in stragrande maggioranza dal lavoro in nero domestico e solo in minima parte dal lavoro nero in agricoltura. Del resto, l’ulteriore crollo del numero di migranti forzati sbarcati nel paese (11.471: -50,9% rispetto ai 23.370 del 2018 e -90,4% rispetto ai 119.369 del 2017), non solo ha confermato la fine della cosiddetta “emergenza sbarchi”, ma ha contribuito a svuotare i centri di accoglienza, in cui i migranti sono scesi da circa 183.700 nel 2017 a poco più di 84.400 a fine giugno 2020: quasi 100.000 persone fuoriuscite in appena 2 anni e mezzo, moltissime delle quali si sono disperse sul territorio, andando a ingrossare le fila già assai nutrite degli irregolari. La perdurante mancanza, dal 2011, di una programmazione dei flussi in ingresso di lavoratori stranieri ne ha ulteriormente ridotto l’incidenza, non solo nello stock dei soggiornanti (25,7% dei permessi a termine, inclusi gli stagionali, contro il 53,6% dei motivi di famiglia), ma anche tra i 177.000 nuovi permessi di soggiorno rilasciati nel 2019 (6,4% per lavoro, a fronte di ben il 56,9% per famiglia). L’enorme raccolta di dati e commenti su questi flussi e sulle presenze straniere in Italia è corredata da importanti capitoli sul livello di integrazione e pari diritti concessi, srotolati sempre con uno sguardo attento al contesto europeo ed internazionale, per scendere poi in analisi molto dettagliate anche a livello regionale, analisi che occupano una parte rilevante del volume.

    Distanti come sempre 

    «In questo contesto – ha detto ironicamente Di Sciullo – la raccomandazione ai tempi del covid di mantenere il distanziamento sociale, se la riferiamo agli immigrati che vivono in Italia, non ha avuto e non ha difficoltà ad essere osservata, perché si innesta su un atteggiamento già ben radicato: con gli stranieri è bene mantenere le distanze e soprattutto tenerli a distanza. Il meccanismo è semplice e chiaro. Il potente di turno indica pubblicamente il capro espiatorio dei problemi italiani negli stranieri seguito da certi media che pompano questa versione attribuendo loro la qualifica di ladri, delinquenti, estremisti islamici e via discorrendo, non importa se spesso contraddicendosi ad esempio quando li additano come fannulloni e nel contempo come coloro che rubano il lavoro. E così in questa perversa catarsi collettiva, mentre il simile colpisce il simile, l’impoverito aggredisce il povero, il potente conserva il suo potere e la sua inettitudine. A questa dinamica naturalmente è stata funzionale tutta la politica italiana in fatto di leggi sull’immigrazione degli ultimi decenni». La conclusione è dunque molto amara. Da una parte non facciamo entrare in Italia chi vuole lavorare, destinandoli all’irregolarità, dall’altra coloro a cui diamo un lavoro li usiamo poco e male anche dopo anni di esperienza, costringendoli alle mansioni meno ambite, meno pagate che sono quelle nel contempo più precarie, faticose, rischiose, dequalificate e squalificanti socialmente. «Queste dinamiche lavorative di esclusione, emarginazione e invisibilità osservate nel mondo del lavoro – commenta Di Sciullo – vengono introdotte anche in ambito sociale, in una Italia in cui ad esempio i matrimoni misti sono il 12 per cento del totale e 800 mila giovani qui nati e che qui studiano lavorano e mettono su famiglia non possono avere la cittadinanza, a fronte di una natalità che ha raggiunto il più basso livello degli ultimi 102 anni».

    (Mario Ghirardi)

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    28 Ottobre 2020 0 commentI
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