A. Sinopoli ▸ Kibera, le foto rubate, il rispetto smarrito

di Pier Maria Mazzola

Non sarà l’abbattimento delle baracche di Kibera a fermare la pornografia della povertà. A esercitarla siamo un po’ tutti: viaggiatori, ong, volontari, persino la popolazione locale quando riesce a individuare il guadagno.

Ero a Nairobi da poche ore e la persona con cui dovevo incontrami mi disse: «Non puoi essere qui e non vedere Kibera». E così fu. Non ci andammo sole ma con un accompagnatore locale che lavorava per una ong. Quello che ho provato sta nelle foto che ho scattato quel giorno, perché ognuna di quelle immagini – chieste o rubate – si trasformavano per me in un carosello di pensieri, in una confusione di sentimenti, in una marea di parole di cui solo una parte può essere detta. Perché, come si dice, a volte mancano le parole per dirlo.

Provai a raccontarlo, questo grande, immenso slum dell’Africa occidentale, in un breve reportage. Era il 2008 e da allora la mia visione del continente africano si è andata evolvendo, modificando, plasmando. Mescolando il nero dell’Africa con i suoi colori brillanti. Una metamorfosi generata da una maggiore conoscenza e sicuramente da una diversa sensibilità (le due cose viaggiano insieme e si condizionano a vicenda).

foto Antonella Sinopoli

Dicevo: fotografie rubate… Che è quello che fa la maggior parte degli occidentali che visitano i Paesi subsahariani. Non un luogo da conoscere, capire, amare, affrontare con tutte le sue difficoltà, bellezze e contraddizioni, ma un grande parco giochi dove animali e persone sono considerati alla stessa stregua: oggetti muti e senz’anima. Negli anni mi sono accorta che questi oggetti – al di là del loro grado di cultura o delle loro storie personali – pensano, ponderano, giudicano. Ci giudicano. Giudicano la nostra arroganza, il nostro pietismo, la nostra incapacità di andare oltre quello che è immediatamente sotto i nostri occhi. A nessuno parrebbe normale andare in giro per le nostre periferie a fotografare donne e bambini sporchi e con il moccio al naso, oppure sbirciare dietro le tende delle loro case o nei cortili per riprendere immagini delle loro attività quotidiane. Come minimo potremmo essere insultati o persino aggrediti. La vita privata delle persone e la loro dignità è sacra, anche quando si tratta di persone disagiate.

In Africa no, il rispetto è una parola sconosciuta. Perché il rispetto, diciamocelo pure, è una cosa da ricchi. È un privilegio (o formalità) che si riserva a quelli che hanno diritto di parola, diritto di esistere, diritto di incazzarsi se gli sbatti un obiettivo in faccia senza motivo e senza permesso. Ma in Africa tutto si può. Negli slum, poi. Terra di disperati, terra di nessuno, terra per farci ciò che si vuole. E i governi spesso lo dimostrano nei fatti.

Pochi giorni fa su Kibera sono passate le ruspe. Al posto delle catapecchie, dei piccoli negozietti, e dei “viali” ricavati sull’immondizia, presto ci sarà una superstrada a due corsie per un valore pari a 20 milioni di dollari. In nome del “progresso”, dello “sviluppo”, del business, sono state sacrificate circa 30.000 persone. E come al solito questi numeri sono approssimativi, perché mai si è saputo quale sia l’esatta popolazione dello slum. Quando questo è accaduto, come in una serie tv che torna alle puntate precedenti ho cominciato a rivedere i luoghi e le persone che avevo incontrato e incrociato in quel lontano 2008. Il bambino che giocava (e poi sorrideva al mio obiettivo) in uno scolo a cielo aperto. La maestra giovanissima che in una stanza lurida aveva raccolto qualche banchetto e sedia e una lavagna e faceva lezione ai bambini che non avevano altro posto (e altra scuola, ovviamente) dove andare. Il Masai appoggiato al suo bastone e con il suo shuka un po’ consumato, sradicato più volte: dalla savana a uno slum, da uno slum a non si sa dove. Le migliaia di mamme altere sotto il peso dei bambini sulle spalle. I giovani orgogliosi e arrabbiati per queste visite sgradite e inopportune.

foto Antonella Sinopoli

Ma non sarà l’abbattimento delle baracche di Kibera a fermare la pornografia della povertà. A esercitarla siamo un po’ tutti: viaggiatori, ong, volontari, persino la popolazione locale quando riesce a individuare il guadagno. È il caso di Kibera Tours, una specie di agenzia che porta i turisti in giro per lo slum chiedendo in cambio un sostegno finanziario e il rispetto di alcune regole, come chiedere il consenso prima di fare foto. A fondare l’agenzia, due ragazzi del posto e una donna di nazionalità olandese. Promuovere Kibera come città della speranza”, questo il loro scopo. E nessuno può metterlo in dubbio. Io stessa ne ho tratto messaggi positivi, di forza, resilienza, passione. Eppure… Eppure non si può imparare da una gita turistica cosa si prova a vivere come reietti, ad arrangiarsi ogni giorno che viene. Non si può imparare a esercitare la creatività e la fantasia per assicurarsi un futuro. Non si può imparare da una gita perché e come nascono le baraccopoli e perché possono essere rase al suolo e perennemente ricostruite altrove. Non si può capire cosa vuole dire sentirsi animali in un circo alla mercé degli sguardi altrui. No, non basta un tour. E non basta una sola esperienza. E non basta un mese, un anno, e neanche dieci anni. L’Africa ha bisogno di tempo e di immersione profonda. Di riflessione, di apertura e di libertà. Tutto quello di cui questa società ci priva sempre di più. Tutto quello di cui questa società priva l’Africa.

«A questi delle ong piace un sacco fare fotografie, come se fossimo davvero amici o parenti e una volta tornati a casa andassero a rivedersi le foto e ci indicassero a uno a uno ad altri amici o parenti chiamandoci per nome. Non pensano che lo sporco e i vestiti strappati ci mettono in imbarazzo, che preferiremmo che non ci facessero foto. Ce le scattano comunque le loro foto: clic, clic, clic. Noi non diciamo niente perché sappiamo che dopo le foto arrivano i regali» (da C’è bisogno di nuovi nomi di NoViolet Bulawayo, Bompiani).

Foto di Antonella Sinopoli


Antonella Sinopoli. Giornalista professionista e videomaker, è cofondatrice e direttrice responsabile di Voci Globali. Scrive di Africa anche su Ghanaway. Ha fondato il progetto AfroWomenPoetry con l’obiettivo di dare spazio e voce alle donne poete africane. Vive tra il Ghana e l’Italia.

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