La crisi del Botswana e il futuro della sua fauna selvatica

di Tommaso Meo
elefante

Nel cuore del Paese i ghepardi stanno scomparendo, mentre la crisi economica spinge il governo a puntare sul trophy hunting. La guida Marcus e la Boga (Botwana Guides association) lottano ogni giorno per salvare il turismo sostenibile e la fauna selvatica

di Lorenzo Brancaccia – Centro Studi Amistades

Lo sguardo di Marcus si perde nell’orizzonte della savana del Parco nazionale di Makgadikgadi, in Botswana, uno dei Paesi africani più noti per i paesaggi incontaminati, la ricchezza della fauna selvatica e il leggendario delta dell’Okavango. Marcus fa la guida turistica da tutta la vita. Ha iniziato da ragazzo con il padre, una vita passata nel “bush”, nella savana, come era solito ripetere. Conosce ogni strada sterrata, ogni pista, ogni pozza e ama quello che fa. Eppure nei suoi occhi si legge la malinconia per un mondo che sta cambiando. «Non siamo riusciti a trovare neanche un ghepardo. Quando ero piccolo, qui a Makgadikgadi, era facile incontrarne diversi già all’entrata del parco». È una frase che in quei giorni trascorsi insieme, Marcus ripeteva spesso.

Il numero dei grandi felini, come in molte altre aree dell’Africa è in calo. Secondo un recente rapporto dell’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (Iucn), la popolazione dei ghepardi si è ridotta di circa il 30% dall’inizio degli anni Duemila, un fenomeno che negli ultimi anni si è accentuato anche in Botswana. Tra le cause, la progressiva riduzione dell’habitat naturale, con una quota crescente di terreni destinati ai pascoli, fattori che portano la fauna selvatica ad attaccare il bestiame; uno studio pubblicato su WildLife research ha evidenziato come il 60% degli allevatori abbia subito perdite e come il 21% di questi abbia risposto con l’uso delle armi. Va considerato poi il fenomeno del bracconaggio, tutt’altro che marginale soprattutto al confine con la Namibia. A ciò si aggiunge il fatto che il Paese sta attraversando una seria crisi. La sua economia, fortemente legata all’estrazione dei diamanti, ha risentito del drastico calo dei prezzi al carato, riducendo una delle principali fonti di entrate.

La povertà, già in aumento negli ultimi anni, è così ulteriormente cresciuta: secondo una stima della Banca Mondiale, circa il 13 per cento della popolazione vive in condizioni di povertà estrema. Di fronte a questa situazione, il governo ha deciso nel 2022 di scommettere sul cosiddetto trophy hunting, i safari venatori in cui facoltosi cacciatori possono partecipare a battute di caccia nelle quali è possibile abbattere un elefante per 20.000 dollari o un leone per 40.000. È una quantità di denaro significativa per un Paese in crisi, si pensi che la quota di elefanti che possono essere abbattuti è passata dai 294 del 2022 ai 415 del 2026.

Secondo Marcus, però, nella strategia del governo c’è un problema: le stime sul numero di animali sono approssimative, e infatti non esistono riserve recintate e gli animali si spostano liberamente da un’area all’altra. Può così accadere che lo stesso esemplare venga contato più volte.  “Il Botswana non è come il Kruger”, aggiunge Marcus con un sorriso e una punta di orgoglio, riferendosi al celebre parco nazionale sudafricano. Studi sui censimenti degli elefanti evidenziano infatti come gli spostamenti in aree diverse da parte dei pachidermi possano alterare le stime locali.

A combattere questa battaglia con Marcus c’è la Boga, la Botswana Guides Association, nata nel 1999 a Maun. È la principale organizzazione che riunisce guide turistiche e operatori di safari nel Paese. Una lotta tutt’altro che semplice, resa ancora più difficile dalla crisi provocata dai conflitti in Iran e Ucraina; guerre lontane, ma capaci di avere pesanti ripercussioni anche in Paesi come il Botswana, fortemente dipendenti dalle importazioni e dall’andamento dei prezzi dei cereali e del carburante.

L’esito di questa lotta è ancora incerto e le recenti dichiarazioni governative non fanno ben sperare. Marcus e i suoi colleghi però sembrano determinati a combattere fino all’ultimo per impedire che i ghepardi scompaiano definitivamente dal Makgadikgadi.

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