Addis Abeba cresce più velocemente dei posti di lavoro. Ogni anno migliaia di giovani arrivano nella capitale etiope in cerca di opportunità che spesso non trovano. Per molti la migrazione diventa l’unica prospettiva. Il progetto EQUALE, sostenuto da Amref, investe in formazione professionale e occupazione per offrire un’alternativa concreta alle partenze
di Amref Health Africa Italia – foto di Marco Simoncelli
Le gru disegnano l’orizzonte di Addis Abeba. Dove fino a pochi anni fa c’erano campi coltivati, oggi sorgono condomini popolari, strade asfaltate, cantieri, officine improvvisate e quartieri che sembrano nascere nel giro di pochi mesi. La capitale etiope cresce in tutte le direzioni, divorando la campagna e attirando migliaia di persone dalle aree rurali.
La città cambia volto quasi ogni giorno. Ma non cresce tutto alla stessa velocità. Non crescono abbastanza i posti di lavoro. Non crescono abbastanza i servizi. Non crescono abbastanza le opportunità.
È il paradosso di un Paese che sta vivendo una delle più rapide trasformazioni demografiche del continente. L’Etiopia supera oggi i 135 milioni di abitanti ed è una delle nazioni più giovani del mondo: quasi quattro persone su dieci hanno meno di quindici anni e l’età mediana non raggiunge i vent’anni. Ogni anno centinaia di migliaia di ragazzi entrano nel mercato del lavoro, mentre le città continuano ad attrarre nuovi migranti interni in cerca di un reddito e di prospettive migliori.

Tilahun Reta stringe con decisione una chiave inglese attorno a una tubatura appena installata. Indossa jeans e una maglietta bianca e si muove con sicurezza nel piccolo cantiere di Akaki Kality, alla periferia di Addis Abeba. Oggi lavora come idraulico autonomo. Fino a poco tempo fa, invece, il suo futuro era fatto di impieghi saltuari e di un’idea sempre più insistente: lasciare l’Etiopia.
«Era un lavoro a intermittenza», racconta. Dopo la scuola professionale aveva imparato idraulica ed elettricità, ma riusciva a trovare solo piccoli lavori insieme alla famiglia. «Alcuni periodi c’era lavoro, altri no». Il reddito non bastava per immaginare un futuro.
«Le città crescono molto velocemente, ma le opportunità di lavoro non crescono allo stesso ritmo», osserva Gizachew Mengie, rappresentante di Amref Health Africa Ethiopia. «Questo crea frustrazione, soprattutto tra i giovani, e aumenta il rischio che molti guardino alla migrazione come unica alternativa». Per rispondere a questa sfida è nato EQUALE – Access to Social and Economic Opportunities for Migrants and Vulnerable Groups, progetto finanziato dal Ministero dell’Interno italiano attraverso Amref Italia e realizzato ad Addis Abeba e Debre Berhan.

L’iniziativa sostiene migranti di ritorno, sfollati interni, rifugiati, persone con disabilità e comunità ospitanti, puntando su formazione professionale, orientamento al lavoro, sostegno all’autoimpiego e informazione sui rischi della migrazione irregolare e sulle opportunità offerte dai canali regolari. I corsi riguardano soprattutto i settori legati alla crescita urbana: gestione dei rifiuti, servizi idraulici, acqua, igiene e sanificazione. Circa 2.500 giovani e donne disoccupati saranno coinvolti direttamente, mentre gli interventi sui servizi essenziali raggiungeranno un numero molto più ampio di abitanti.
Per Tilahun la svolta arriva dopo l’iscrizione alle liste dei disoccupati. Selezionato per un corso intensivo di trenta giorni organizzato con un istituto tecnico professionale, perfeziona le proprie competenze e riceve un kit completo di attrezzi. «La formazione è stata molto pratica. Ci hanno insegnato come lavorare meglio e in sicurezza». Oggi lavora come libero professionista, spesso insieme ad altri colleghi. I guadagni variano, ma gli permettono di vivere del proprio mestiere e progettare il futuro. Vive in affitto e sogna di aprire un’impresa specializzata in impianti idraulici, elettrici e finiture edilizie. In passato aveva preso in considerazione l’idea di emigrare nei Paesi del Golfo come autista o operaio edile. Attraverso social network e intermediari aveva raccolto informazioni su un impiego regolare, ma il costo richiesto – circa 400 mila birr – era fuori dalla sua portata.

La formazione e gli strumenti di lavoro gli hanno offerto un’alternativa concreta. «Ho amici che sono partiti e poi sono tornati. Alcuni hanno migliorato la loro vita, altri no». Il suo lavoro ha anche un valore sociale. Opera spesso negli insediamenti informali della capitale, dove molte famiglie hanno ancora difficoltà ad accedere ai servizi idrici. A volte interviene gratuitamente. «L’acqua è vita», dice. Grazie agli attrezzi ricevuti è riuscito anche a installare una doccia nella casa dei genitori.
Secondo Mengie è proprio questo il punto di forza del progetto: «Creare lavoro dignitoso è già una forma di prevenzione. Ma è importante anche informare sui rischi della migrazione irregolare e sulle alternative disponibili». Molti beneficiari sono infatti migranti di ritorno che, senza nuove opportunità, rischiano di ripartire.
Una visione condivisa anche da Roberta Rughetti, direttrice di Amref Italia, che sottolinea la portata strategica dell’iniziativa: «L’Etiopia ha una popolazione giovanissima: un enorme dividendo demografico che può trasformarsi in sviluppo reale solo offrendo ai giovani gli strumenti per costruirsi un futuro. È questa la scommessa del progetto EQUALE. L’obiettivo non è scoraggiare la migrazione, ma garantire il diritto di scegliere: fare in modo che restare o partire sia una libera opportunità e non una necessità. Progetti come questo dimostrano l’efficacia di una cooperazione internazionale radicata nei territori e costruita insieme alle comunità, capace di generare un cambiamento concreto a partire dai bisogni reali delle persone».

Accanto ai percorsi individuali, EQUALE sostiene anche iniziative collettive. È il caso della cooperativa in cui lavora Nejat Delsebo, 34 anni, alla periferia di Addis Abeba. Fondata nel 2025, riunisce 92 persone, in larga maggioranza donne, tra cui dodici migranti rientrati dai Paesi del Golfo. Dopo una formazione sulla gestione dei rifiuti e sulla sicurezza, oggi la cooperativa serve circa 500 famiglie con la raccolta porta a porta e la separazione dei materiali riciclabili.
«Prima dipendevo completamente dal reddito di mio marito», racconta Nejat. «Ora ho un lavoro, contribuisco al mantenimento della famiglia e riesco anche a risparmiare qualcosa».
Le storie di Tilahun e Nejat mostrano come la formazione professionale possa incidere non solo sull’occupazione, ma anche sulla qualità dei servizi urbani e sulla fiducia delle persone. «Quando le risorse diminuiscono è ancora più importante investire in progetti con effetti duraturi», conclude Mengie. «Il lavoro dignitoso non è solo una questione economica: è una condizione essenziale per la stabilità sociale e per il futuro dei giovani». In un Paese dove crescita demografica, urbanizzazione e disoccupazione alimentano il desiderio di partire, EQUALE prova a percorrere una strada diversa: ridurre le cause della migrazione offrendo competenze, reddito e prospettive a chi vuole costruire il proprio futuro in Etiopia.

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