Mentre Uefa e Paesi occidentali gli voltano le spalle, il presidente cerca a Rabat i voti decisivi per la rielezione offrendo al Marocco la finale dei Mondiali 2030
di Andrea Spinelli Barrile
Il complesso calcistico Mohammed VI di Salé, alle porte della capitale marocchina Rabat, ha ospitato mercoledì una riunione a porte chiuse tra i vertici della Fifa in cui era presente anche il presidente Gianni Infantino. L’incontro si è svolto nel mezzo di un’accesa controversia relativa al piano, poi abbandonato, di aprire parte delle attività commerciali dell’organizzazione a investitori privati.
Secondo quanto trapelato da alcuni giornali internazionali, il presidente della Fifa durante l’incontro di Rabat avrebbe offerto al Marocco i diritti per ospitare la finale dei Mondiali del 2030 in cambio del sostegno alla rielezione alla presidenza della Fifa. La finale potrebbe così giocarsi allo stadio Hassan II, in costruzione a Casablanca, con una capienza di 115.000 posti. La decisione, tuttavia, non può essere presa così: a co-organizzare quei Mondiali ci saranno anche Spagna e Portogallo e il presidente federale spagnolo Rafael Louzán lo ha detto più volte e con grande sicumera: «La finale sarà a Madrid», a maggior ragione ora con la Spagna campione del mondo in carica.
Ufficialmente, non sono stati diffusi dettagli in merito al contenuto dell’incontro, né alle ragioni che hanno indotto l’organizzazione a scegliere il Regno per questo appuntamento a pochi giorni dal ritiro del progetto della Fifa Forward Enterprise, una nuova società che avrebbe gestire le attività commerciali dell’organizzazione e alcune importanti competizioni (come la Coppa del Mondo di calcio), con il coinvolgimento massiccio di investitori privati. Rivelata prima del suo annuncio ufficiale, questa iniziativa ha scatenato l’indignazione della comunità calcistica mondiale, costringendo la Fifa ad abbandonarla.
Tuttavia, il timore è che questa ipotesi ritorni sul tavolo, magari sotto una forma diversa: per i critici, l’iniziativa di Infantino equivaleva a privatizzare parte dei ricavi dei Mondiali e anche la Uefa ha espresso critiche veementi, accusando l’avvocato italo-svizzero di voler «vendere l’anima del calcio» e annunciando di aver perso la fiducia in lui.
Un tema, quello della fiducia, che in questo 2026 è particolarmente caro a Infantino: a marzo 2027, sempre a Rabat in Marocco, si terranno le elezioni per la presidenza della Fifa e il presidente uscente è al momento l’unico candidato. Nei giorni scorsi, i massimi vertici calcistici delle prime cinque federazioni africane hanno manifestato il proprio sostegno al presidente della Fifa, che nella sua campagna elettorale sta cercando di ottenere l’appoggio dei 54 membri del continente e mantenere così il suo incarico: se da un lato Asia, Europa e Concacaf, che gestisce il calcio in Nord e Centro America e nei Caraibi, hanno tutte dichiarato ai primi di agosto di aver perso fiducia nella leadership di Infantino, la Caf (la Confederazione di calcio africana) ha mantenuto il silenzio, offrendo a Infantino la speranza di poter contare sul sostegno dei suoi numerosi membri.
Il vertice di Rabat si inserisce in questo contesto: quella di Infantino è una vera e propria campagna acquisti, per mantenere un linguaggio calcistico, in cui i numerosi player africani hanno un ruolo importante. La Caf infatti è tra i pochi ad aver detto, acriticamente, che avrebbe «studiato l’iniziativa» della Fifa ed è l’unica federazione a non aver commentato il ritiro della proposta. Ciò che è noto è che il vicepresidente della Caf, il marocchino Fouzi Lekjaa, e gli altri membri del Consiglio Fifa, Hany Abo Rida (Egitto), Hamidou Djibrilla (Niger) e Ahmed Yahya (Mauritania) sono tutti con Infantino. Anche Veron Mosengo-Omba, recentemente eletto presidente della federazione calcistica della Repubblica Democratica del Congo ed ex segretario generale della Caf, che ha studiato all’università in Svizzera proprio con Infantino, ha manifestato il suo entusiasmo per la proposta.
Quello di Infantino in Africa è un ritorno: i Paesi africani hanno contribuito al suo successo elettorale già dieci anni fa, nel 2016, grazie alle promesse di più che raddoppiare i fondi per lo sviluppo destinati alle federazioni affiliate alla Fifa. Una generosità che si è tradotta in concretezza e che ha contribuito a mantenerlo popolare tra i membri africani. Said Ali Athouman, presidente della Federazione calcistica delle Comore, lo ha spiegato chiaramente alla Reuters: «Il nostro problema è come ottenere finanziamenti. Al momento non abbiamo sponsor. Quindi come possiamo competere?». Parole simili a quelle del suo collega malawiano Fleetwood Haiya, secondo cui «il nostro governo non è in grado di garantire la fornitura di materiale medico agli ospedali e allo stesso tempo di occuparsi del calcio».
Oggi, il finanziamento di base della Fifa garantisce a ciascuna delle sue 211 federazioni affiliate 8 milioni di dollari in un ciclo quadriennale, inoltre la Caf offre ora anche una sovvenzione annuale ai suoi membri. Questa struttura proviene dal mondo pre-Infantino: già Sepp Blatter, nel 1998, vinse con il sostegno della maggior parte dei Paesi africani, che prima non avevano mai ricevuto un dollaro e che dopo hanno cominciato a riceverne. Infantino ha continuato l’idea di Blatter, l’ha ribattezzata da Goal Project a Fifa Forward e ha aumentato esponenzialmente i fondi.
Mentre però a Rabat si parlava di calcio, in Spagna continua «l’effetto Ceuta», che si allarga anche al pallone: il gruppo parlamentare spagnolo Sumar ha presentato al Congresso una mozione non vincolante per chiedere che la Spagna rinunci all’organizzazione congiunta dei Mondiali di calcio del 2030 con il Marocco.



