L’estrattivismo sanitario minaccia l’Africa

di Tommaso Meo

I tuoi dati in cambio dei miei soldi. Trentun governi africani sono stati contattati dagli Usa di Trump. Milioni di dollari per la sanità contro l’accesso a campioni biologici, sequenziamenti genomici, eccetera: per sempre e senza possibilità di verifica del loro uso. Dati particolarmente preziosi perché estratti da popolazioni non ancora contaminate da decenni di farmacologia intensiva. Non tutti, però, hanno ceduto

di Stefano Pancera

Dati contro fondi: 31 memorandum bilaterali per almeno 20,3 miliardi di dollari. Uno per uno, i governi africani (tra cui Kenya, Nigeria, Senegal, Botswana, Etiopia, Guinea, Angola, Niger, Burkina Faso) sono stati contattati dall’amministrazione Trump con un’offerta: milioni di dollari destinati al sostegno sanitario in cambio dell’accesso americano diretto, e senza necessità di approvazione preventiva, a campioni biologici, sequenziamenti genomici, cartelle cliniche identificabili, registri di sorveglianza epidemiologica, modelli di diffusione delle malattie.

Dopo avere smantellato Usaid, l’agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale, Washington ha sostituito decenni di cooperazione multilaterale con una serie di singoli accordi opachi i cui testi integrali non sono mai stati resi pubblici. Vero, la salute pubblica ha bisogno di database. Ma quando i dati diventano la condizione per ricevere fondi, farmaci e assistenza, la cooperazione cambia natura. Il punto non è rifiutarne la condivisione: il punto è chi decide, controlla, monetizza, risponde in caso di abuso. Oltretutto, nessuno degli accordi assicura che i farmaci o i vaccini eventualmente sviluppati grazie a quei dati saranno disponibili con un accesso prioritario o a prezzi accessibili per i Paesi che li avranno forniti.

Il termine che circola tra i commentatori è estrattivismo sanitario. Non è una metafora. È la descrizione di un meccanismo con cui un Paese esternalizza l’intera architettura dei propri dati sulla salute trasformandoli in materia strategica esportata a basso costo. Certo, dire a un ministro africano «non firmare perché è estrattivismo» è facile; più difficile è dirgli come pagare, allora, gli antiretrovirali e gli stipendi degli operatori sanitari. Ma, in un accordo, la sovranità è poter dire di sì alle proprie condizioni. Comunque sia, la maggior parte dei governi in causa non hanno convocato conferenze stampa né chiamato esperti giuristi. Sono andati avanti: prima i farmaci e gli stipendi degli operatori sanitari. Il problema, anche secondo gran parte della stampa africana, è che gli standard previsti da questi accordi sarebbero illeciti negli Stati Uniti o in Europa. Ciò che sarebbe abusivo raccogliere a Boston o a Berlino diventa negoziabile in Senegal o in Nigeria.  

Ma perché questi dati sono così preziosi? Oltre il 60% della popolazione africana ha meno di 25 anni. Entro il 2050 il continente raggiungerà i 2,5 miliardi di abitanti, più di un quarto dell’umanità. Le giovani popolazioni offrono alle aziende farmaceutiche statunitensi qualcosa che non trovano altrove: variabilità genetica e profili immunologici non contaminati da decenni di farmacologia intensiva. Ma l’Africa non è un soggetto passivo. Alcuni Paesi hanno rifiutato, altri hanno firmato, altri negoziano, altri portano gli accordi davanti ai tribunali. Lo Zimbabwe è stato il primo a ritirarsi dai colloqui per un accordo da 367 milioni di dollari in cinque anni, definendo il patto «asimmetrico» e pericoloso per la sovranità nazionale. Il Ghana ha cancellato negoziati del valore di circa 300 milioni di dollari citando preoccupazioni sulla privacy e la mancanza di controllo sulla governance dei dati. Lo Zambia ha sospeso le trattative per un accordo da 2 miliardi di dollari, giudicando i termini proposti da Washington «inaccettabili». Il ministro degli Esteri ha denunciato pubblicamente che gli Stati Uniti avrebbero addirittura condizionato i fondi sanitari all’accesso preferenziale ai minerali critici del Paese.

Jean Kaseya, direttore generale di Africa Cdc (il braccio sanitario dell’Unione Africana che coordina la sicurezza sanitaria nel continente), ha detto di no al ruolo di osservatore che Washington gli aveva offerto nei negoziati bilaterali. «Vogliamo custodire i nostri dati in Africa. Vogliamo essere padroni del nostro futuro», ha dichiarato, promettendo supporto a tutti i Paesi, indipendentemente da quello che hanno scelto di firmare. 

Questo servizio è uscito sul numero 4/2026 della rivista Africa. Per acquistare una copia, clicca qui.

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