La rete libica che alimenta la guerra in Sudan

di Tommaso Meo
Hemetti e Haftar

di Valentina Giulia Milani

Testimonianze di disertori e immagini satellitari documentano il flusso costante di armi, carburante e istruttori stranieri diretti ai paramilitari delle Forze di supporto rapido (Rsf)

La Libia orientale sarebbe diventata il principale corridoio logistico attraverso cui armi, carburante, mezzi e combattenti raggiungono le Forze di supporto rapido (Rsf) impegnate nella guerra in Sudan. È quanto emerge da un’inchiesta pubblicata da Lighthouse Reports, realizzata insieme a Evident, Sudan War Monitor e altri partner editoriali internazionali, sulla base di testimonianze di disertori, immagini satellitari, analisi di fonti aperte e sopralluoghi condotti in Libia orientale.

Secondo l’inchiesta, la rete opererebbe nei territori controllati dal Libyan National Army (Lna) del maresciallo Khalifa Haftar. Armi e materiali arriverebbero attraverso il porto e gli aeroporti militari di Bengasi, per poi essere trasferiti verso basi nel deserto, fino alle aree di raccolta nei pressi del confine con il Sudan. Gli autori dell’inchiesta affermano inoltre di aver identificato quattro campi di addestramento delle Rsf in territorio libico, finora mai documentati pubblicamente.

Tra le strutture citate figura il cosiddetto Camp 17, una base dell’Lna nei pressi di Bengasi dove, secondo diversi disertori intervistati, i combattenti delle Rsf sarebbero stati addestrati all’impiego di droni, mitragliatrici pesanti Dushka, lanciarazzi e sistemi anticarro Rpg. Gli ex miliziani sostengono che gli istruttori non fossero né libici né sudanesi, ma stranieri, probabilmente colombiani, ingaggiati e finanziati dagli Emirati Arabi Uniti. Un altro disertore ha inoltre riferito della presenza di personale russo con funzioni operative nella base di Jufra, mentre ai militari libici sarebbe spettata la gestione amministrativa della struttura.

L’inchiesta sostiene inoltre che voli cargo diretti nelle basi della Libia orientale trasporterebbero con regolarità armi, munizioni, veicoli e altri equipaggiamenti destinati alle Rsf. Alcuni mezzi blindati filmati a Nyala riporterebbero la dicitura “Made in Uae”, un elemento che, secondo gli analisti consultati, sarebbe compatibile con una produzione negli Emirati Arabi Uniti appositamente destinata alle Rsf e ai loro alleati libici.

L’inchiesta richiama anche una precedente indagine di The Sentry, secondo cui la coalizione guidata da Haftar avrebbe garantito per tutta la durata del conflitto un flusso costante di carburante alle Rsf attraverso Kufra e altre località della Libia orientale. Secondo The Sentry, l’operazione sarebbe stata coordinata da Saddam Haftar su richiesta degli Emirati.

Secondo gli autori, la Libia offrirebbe alle Rsf un vantaggio strategico fondamentale: una retrovia relativamente sicura, al riparo dagli attacchi aerei dell’esercito sudanese, dove organizzare l’addestramento, immagazzinare armi e rifornimenti e ricevere istruttori stranieri con maggiore discrezione rispetto al Darfur.

Intervistato da Lighthouse Reports, il portavoce dell’alleanza Tasis vicina alle Rsf, Alaa El-Din Nugud, ha negato l’esistenza di campi di addestramento delle Rsf in Libia. Ha tuttavia riconosciuto che gli Emirati Arabi Uniti hanno fornito armamenti al gruppo paramilitare, sostenendo che tale sostegno si inserisce nella comune opposizione all’islamismo politico.

L’inchiesta si conclude con le testimonianze di civili sudanesi fuggiti in Libia, evidenziando come la stessa rotta utilizzata per il traffico di armi e rifornimenti sia percorsa, in direzione opposta, da migliaia di persone in fuga dalla guerra.

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