di Paola Pizzi
La storica città tuareg nel cuore del Niger, un tempo fulcro del commercio carovaniero e poi meta turistica, è oggi crocevia di migranti e di cercatori d’oro. Alle prese con boom demografico, insicurezza e cambiamenti climatici, combatte per preservare la sua identità e il suo ruolo strategico nel Sahel. Ma nulla si farà senza la pace
Porta del deserto, città degli uomini blu, crocevia dei commerci transahariani… Comunque la si voglia definire, la città di Agadez, polveroso agglomerato urbano nel cuore del Niger, a circa 900 chilometri dalla capitale Niamey, occupa da sempre un posto centrale nella storia della regione sahelo-sahariana. La sua vocazione alla centralità è insita nell’etimologia stessa del suo nome, che deriva da egdez, ossia “luogo di visita” in tamasheq, la lingua del popolo tuareg, che per primo vi si insediò e ne è quindi considerato il fondatore.
Posizione strategica
Fin dalle sue origini, che sembrano risalire al XIV-XV secolo, Agadez ha rappresentato uno spazio di incontro tra le varie comunità locali e un punto di passaggio per le carovane che, muovendosi dai regni dell’Africa occidentale, la attraversavano cariche di sale, oro, avorio e schiavi per raggiungere i mercati del Nord Africa e della costa del Mediterraneo. Di là riprendevano la via del ritorno portando indietro manufatti e cereali. Di questo viavai, Agadez era il vero e proprio fulcro in virtù della sua collocazione geografica: una posizione di strategica equidistanza tra i vari poli commerciali e culturali del mondo africano antico.
In tempi più recenti, l’andirivieni delle carovane ha lasciato il posto ad altri tipi di traffici non meno redditizi, e Agadez si è trasformata, da luogo di transito di merci pregiate, in un vero e proprio “hub logistico” per decine di migliaia di migranti che, partendo dai Paesi del Sahel e dell’Africa subsahariana, qui confluiscono per poi intraprendere il “viaggio della speranza” verso l’Europa attraverso il deserto, la Libia e il Mar Mediterraneo, in quella che è considerata la principale e la più pericolosa delle rotte migratorie contemporanee. Questo importante afflusso ha segnato profondamente la città e ne ha influenzato non solo la demografia e l’urbanistica ma anche l’economia.

Inoltre, negli anni Ottanta del secolo scorso e fino ai primi anni Duemila, Agadez ha conosciuto un vero e proprio boom turistico, e grazie alla sua ubicazione privilegiata si è trasformata in una delle mete più ambite per migliaia di viaggiatori sahariani. Come spiega l’ex sindaco della città, Abdourahamane Tourawa, «Agadez era l’immaginario di tutti gli europei, soprattutto degli italiani. La città era piena di turisti, in particolare quelli che arrivavano via terra passando per l’Algeria e che poi proseguivano per i porti di Dakar e Cotonou. Questo permetteva agli operatori turistici di fare grossi investimenti, e in effetti a quell’epoca erano molti gli investitori nel turismo e nell’accoglienza interessati ad Agadez, e il settore aveva un peso enorme nell’economia locale. Oggi, la situazione non permette più di svolgere questo tipo di attività».
L’inizio dell’instabilità
Quando, nel 2007, scoppia l’ennesima rivolta tuareg, che spinge l’allora presidente Mamadou Tandja a inviare l’esercito nel nord per reprimere i ribelli, il turismo subisce una drastica battuta d’arresto, isolando sempre più Agadez dal mondo esterno e privando i suoi abitanti di quella che all’epoca costituiva senza dubbio la principale risorsa economica della regione. Ibrahim Kane Annour, esperta guida sahariana che dal 2007 vive in Italia, dove ha ottenuto lo status di rifugiato politico, ricorda che «negli anni Ottanta c’erano 56 agenzie di viaggi, arrivavano anche 8.000 turisti all’anno, compresi quelli che venivano ad assistere alla Parigi-Dakar. Avevamo un volo diretto Parigi-Agadez che portava ogni settimana 200 persone durante la stagione turistica. Questo faceva vivere la città e tutti ci guadagnavano: artigiani, benzinai, alberghi. La città era veramente vivace».
Oggi i pochi turisti che si avventurano nella regione di Agadez hanno l’obbligo di una scorta militare, ma, come afferma Tourawa, «non è Agadez a essere insicura, sono le frontiere vicine a generare insicurezza». La crisi interna dei primi anni Duemila si è in effetti complicata in seguito a una serie di congiunture regionali, in primo luogo quella nel nord del Mali, dove nel 2012 una nuova ribellione tuareg, supportata da migliaia di combattenti al soldo di Muammar Gheddafi e rientrati letteralmente “con armi e bagagli” dopo la caduta del regime libico nel 2011, ha spianato la strada a una pletora di sigle jihadiste – Ansar Eddine, Aqmi, Mujao, ecc. – che hanno preso il controllo del territorio. Le ripercussioni della guerra tra il governo di Bamako e i rivoltosi che ne è seguita – e che ha visto anche il coinvolgimento dell’esercito francese e di una forza Onu, la Minusma – si sono estese anche oltre confine, destabilizzando l’intera regione frontaliera tra Mali, Niger e Burkina Faso con rapimenti di cittadini stranieri e attacchi terroristici ai danni delle popolazioni locali, e alimentando un diffuso banditismo e contrabbandi di ogni genere. A sud, è Boko Haram a mettere a rischio la sicurezza del Niger, dove dal febbraio 2015 si assiste a una serie di attacchi transfrontalieri a ripetizione del gruppo jihadista e a infiltrazioni di miliziani nella zona di Zinder. Il deterioramento della sicurezza ha innescato un effetto domino, generando instabilità e flussi migratori senza precedenti.
Lampedusa del deserto
Di queste decine di migliaia di migranti diretti verso nord, Agadez è il passaggio obbligato, e ciò ha contribuito a trasformarla in una «Lampedusa del deserto», come l’ha definita Ibrahim Kane, dando vita di fatto a una nuova economia, che ha in parte colmato il vuoto lasciato dal crollo del turismo.: «Coloro che prima avevano una macchina e la noleggiavano ai turisti, ora portano i migranti al confine con l’Algeria e la Libia, perché per sopravvivere bisogna pur fare qualcosa», spiega ancora la guida sahariana. Allo stesso tempo, il fenomeno migratorio ha profondamente modificato la demografia di Agadez, dove dal 2012 al 2022 la popolazione è raddoppiata. «Secondo le proiezioni degli indici di crescita demografica, nel 2022 dovevano esserci ad Agadez 16.000 abitanti, ce n’erano invece più di 300.000», afferma l’ex sindaco Tourawa.

Dopo la stretta sui migranti e i trafficanti da parte del presidente Mohamed Bazoum, destituito con un golpe nel luglio 2023, e gli ingenti finanziamenti dell’Unione Europea per fermare i flussi, oggi il fenomeno migratorio «è più che altro interno e riguarda cittadini nigerini che vivono in regioni dove la situazione di sicurezza è difficile e si spostano ad Agadez in cerca di maggiore stabilità, anche economica», spiega ancora Tourawa. Il boom demografico sta segnando profondamente anche il volto architettonico di Agadez, dove le costruzioni tradizionali in argilla impastata – il cosiddetto banco – che ne caratterizzano il centro storico, di cui la grande moschea in stile sudanese risalente agli inizi del XVI secolo è uno spettacolare esempio, stanno lasciando il posto alle case in cemento, un fenomeno che minaccia l’identità stessa della città. Come ricorda Tourawa, «Agadez è la sola città Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco in Niger, ma perché continui a svolgere il suo ruolo culturale e storico c’è bisogno di sostegno e di investimenti, c’è bisogno di aiutare l’Agadez di oggi nella sua resilienza». A contribuire alla cementificazione vi sono anche i cambiamenti climatici: negli ultimi anni la stagione delle piogge, che cade da giugno a settembre, è sempre più devastante, e questo richiede interventi di manutenzione degli edifici in banco sempre più frequenti e importanti. «Agadez è minacciata dal degrado a causa dell’erosione delle piogge estremamente aggressive, bisognerà quindi ripensare il sistema di protezione della città», aggiunge l’ex sindaco.
Sete di pace
Le migrazioni sono solo uno dei fattori ad aver determinato i profondi cambiamenti demografici e urbanistici cui si è assistito ad Agadez nell’ultimo decennio. Un altro elemento decisivo è stata la scoperta, nel 2014, di importanti miniere d’oro nel nord del Paese, che ha attirato moltissimi giovani e non solo in cerca di un po’ di fortuna, per quanto effimera. «L’oro non è una garanzia: c’è chi vende tutto per andare a cercare l’oro, ma poi non lo trova, oppure lo trova ma rimane indebitato, non riesce a recuperare l’investimento», spiega la guida Ibrahim. «Certamente c’è anche chi con l’oro ha fatto tanti soldi, ma è quasi un monopolio. Allo stesso tempo, però, questa scoperta è stata una fortuna per la regione di Agadez, perché ha distolto molti dal dedicarsi a traffici illeciti», osserva ancora Ibrahim, convinto tuttavia che non sarà l’oro a far tornare Agadez agli antichi splendori: «Io credo nel turismo e nell’agricoltura sostenibile come vie d’uscita alla povertà in cui ci troviamo, ma non ci sarà futuro per Agadez senza pace».

Allo stesso modo la pensa Tourawa. «Il turismo è vitale perché quando parliamo di resilienza della popolazione, parliamo di un potenziale culturale, artigianale e storico», spiegato, sottolineando come la città di Agadez si collochi «fra la tradizione e la modernità, è una città strategica, è il cordone ombelicale tra l’Africa subsahariana e l’Africa del Nord, è un crocevia che continua a evolvere e ingrandirsi rimanendo allo stesso tempo un epicentro e un punto di riferimento africano e saheliano a livello di tradizione e cultura, e per la sua posizione geostrategica». Ma perché questa città possa continuare a svolgere il suo ruolo e ad esercitare il suo fascino nell’immaginario di tanti turisti, conferma l’ex sindaco, «occorre ritrovare la pace». Se ieri Agadez era la città dell’immaginario e dell’accoglienza, e oggi è la città della resilienza, l’Agadez di domani, quella che sperano di costruire i suoi abitanti, è quindi una città “in pace” e “della pace”, dove tutte le sue etnie, con le loro lingue e tradizioni, possano convivere e collaborare nell’interesse comune, come hanno fatto per secoli.
Quella di Agadez non è certo una storia priva di conflitti e di crisi, dai quali però la città si è sempre risollevata proprio grazie alla sua capacità di adattamento, alla sinergia tra le sue forze interne e all’apertura al mondo esterno. «Stiamo affrontando diverse congiunture, ma dobbiamo batterci per salvaguardare tutto quello che siamo», è il fermo proposito di Tourawa.
Questo servizio è uscito sul numero 1/2026 della rivista Africa. Per acquistare una copia, clicca qui.



