L’Africa protagonista al World Press Photo

di Marco Trovato

Il World Press Photo Contest, il più prestigioso concorso fotogiornalistico mondiale, ha annunciato i vincitori dell’edizione 2026, confermandosi ancora una volta come uno dei più autorevoli osservatori visivi del nostro tempo. Le immagini premiate raccontano un mondo attraversato da tensioni, trasformazioni e speranze, ma è soprattutto l’Africa a emergere con forza: un continente narrato attraverso storie di resilienza, conflitto e rivendicazione

Sono state svelate le immagini vincitrici dell’edizione 2026 del World Press Photo Contest, il concorso fotogiornalistico più prestigioso al mondo. Tra le 57.376 fotografie inviate da 3.747 fotografi di 141 Paesi, i lavori premiati emergono come testimonianze visive dell’eccellenza, restituendo con intensità la complessità e le contraddizioni del nostro presente globale. Un archivio straordinario che racconta le sfide, le resistenze e le speranze del mondo contemporaneo.

Tra i lavori premiati convivono storie familiari e narrazioni raramente illuminate dai riflettori: sguardi ampi e prospettive intime, scenari di conflitto e crisi, ma anche testimonianze di resistenza, resilienza e tradizioni custodite ai margini del racconto globale.

Joburg Ballet School. Ihsaan Haffejee, for GroundUp. Giovani ballerine della Joburg Ballet School dietro le quinte del Soweto Theatre durante la loro performance di fine anno. Soweto, Sudafrica.

Le immagini attraversano i principali fronti della contemporaneità, offrendo una mappa visiva delle tensioni che definiscono il nostro tempo. Dai conflitti negli Stati Uniti e in Ucraina fino alle realtà di Nepal, Pakistan e Palestina, il racconto si dispiega come una testimonianza potente e stratificata della vita nel mondo contemporaneo.

Parallelamente, emerge con forza l’impatto sempre più pervasivo della crisi climatica: dagli incendi e dalle trasformazioni urbane di Los Angeles ai territori vulnerabili delle Filippine, passando per Messico e Norvegia. Accanto a queste immagini, trovano spazio anche le espressioni dell’azione civica e della lotta per i diritti: proteste negli Stati Uniti, movimenti femminili in Guatemala e Kenya delineano una geografia globale dell’attivismo.

Accanto alla dimensione collettiva, i progetti premiati si distinguono per una forte intensità intima. Raccontano la fragilità della condizione umana — tra malattia, isolamento, lutto e sopravvivenza — e danno voce alle nuove generazioni: dalle giovani ballerine di danza classica in Sudafrica alle donne cavallerizze in Marocco, fino alle famiglie segnate dalle politiche migratorie negli Stati Uniti.

Sudan’s War: A Nation Trapped. Abdulmonam Eassa, for Le Monde. Un gruppo di soldati attraversa un mercato danneggiato nella seconda città più popolosa del Sudan, teatro di combattimenti continui da aprile 2023. Omdurman, Sudan

Non meno evocativi sono i ritratti ambientali, che avvicinano lo spettatore alla natura con una forza quasi tangibile: dall’abbattimento di elefanti in Zimbabwe a un orso polare sospeso sopra una balena, fino al primo piano di un panda in un parco nazionale in Cina.

Nel loro insieme, questi lavori compongono un racconto visivo urgente e necessario: un ritratto del mondo contemporaneo che non si limita a documentare, ma invita a comprendere — e, soprattutto, a non distogliere lo sguardo.

When Giants Fall. Halden Krog, for Daily Mail. Cacciatori professionisti abbattano una famiglia di elefanti a scopo di controllo della popolazione. Sango Wildlife Conservancy, Savé Valley Conservancy, Zimbabwe, 23 ottobre 2025.
Nel 2025, il governo dello Zimbabwe ha autorizzato l’abbattimento di 50 elefanti, dopo quello di 200 nel 2024, giustificando la decisione con il sovraffollamento e il conflitto con gli esseri umani causato dalla siccità. Le organizzazioni ambientaliste contestano l’abbattimento, evidenziando i danni sociali agli elefanti e l’aumento dell’aggressività verso gli umani.

Al centro dell’obiettivo

C’è un filo rosso che attraversa il World Press Photo Contest 2026: è quello delle storie che resistono. E quest’anno, più che mai, quel filo conduce in Africa. Non come sfondo, ma come epicentro. Tra le immagini premiate, il continente emerge con una forza narrativa che rompe gli schemi abituali del racconto mediatico: non più solo crisi, ma tensione vitale, identità in movimento, futuro che prende forma sotto pressione.

I vincitori dell’edizione 2026 rappresentano il meglio tra le 57.376 fotografie presentate da 3.747 fotografi di 141 paesi. Tra i vincitori di quest’anno ci sono storie che riconoscerai e altre che sono spesso trascurate: prospettive ampie e punti di vista intimi, conflitti e crisi, ma anche esempi di resistenza, resilienza e tradizioni nascoste.

Farīsāt: Gunpowder’s Daughters. Chantal Pinzi, Panos Pictures. Ritratto della troupe di Bouchra Nabata. La sua determinazione come una delle prime cavallerizze di Tbourida ha contribuito ad aprire la strada alle sette troupe completamente femminili che esistono oggi. Rabat, Marocco (sul prossimo numero di Africa pubblicheremo l’intero reportage)

I lavori premiati affrontano conflitti globali, offrendo una potente testimonianza visiva della vita nel mondo, dagli Stati Uniti e dall’Ucraina fino al Nepal, al Pakistan e alla Palestina. La selezione riflette l’impatto diffuso della crisi climatica, da Los Angeles alle Filippine, al Messico e alla Norvegia, mettendo anche in evidenza l’azione civica e la lotta per i diritti attraverso immagini di proteste negli Stati Uniti e movimenti femminili in Guatemala e Kenya.

Intimi e spesso toccanti,i lavori premiati mettono in luce anche la fragilità della vita umana, dalla malattia e dall’isolamento al lutto e alla sopravvivenza, insieme alle storie delle generazioni più giovani: dalle ballerine di danza classica in Sudafrica alle donne cavallerizze in Marocco, fino alle famiglie colpite dalle politiche migratorie negli Stati Uniti. I ritratti ambientali avvicinano lo spettatore alla natura in modo sorprendente: dall’abbattimento di elefanti in Zimbabwe a un orso polare sopra una balena, fino al primo piano di un panda in un parco nazionale cinese. Insieme, questi progetti compongono un ritratto urgente del nostro mondo contemporaneo

Fotografare la resistenza

Alcuni scatti non si limitano a documentare: obbligano a restare. È il caso di “Sudan’s War: A Nation Trapped” di Abdulmonam Eassa, che incide nella memoria la violenza silenziosa di un conflitto troppo a lungo ignorato. Non c’è spettacolo, ma una sospensione carica di urgenza: vite intrappolate, invisibili fino a quando un’immagine non le rende impossibili da ignorare. Su un registro opposto, ma altrettanto potente, “Joburg Ballet School” di Ihsaan Haffejee racconta la disciplina e il sogno. Giovani corpi in movimento, in equilibrio tra precarietà e aspirazione, trasformano la danza in una forma di resistenza quotidiana.

Madagascar’s Gen Z Protests. Luis Tato, Agence France-Presse. I membri dell’unità militare CAPSAT viaggiano su un pick-up mentre i manifestanti festeggiano il loro arrivo, dopo gli scontri tra dimostranti e forze di sicurezza. Antananarivo, Madagascar, 11 ottobre 2025.

L’Africa che emerge non è solo teatro di crisi, ma spazio di negoziazione continua tra passato e futuro. In Marocco, le protagoniste di “Farīsāt: Gunpowder’s Daughters” di Chantal Pinzi (il suo straordinario reportage sarà pubblicato sul prossimo numero della Rivista Africa) incarnano questa tensione: donne cavallerizze che attraversano la tradizione della Tbourida per riscriverla.  Per secoli rituale equestre esclusivamente maschile, la Tbourida marocchina sta cambiando volto. Oggi nove compagnie femminili attraversano il Paese infrangendo tabù antichi, tra polvere da sparo, stalloni lanciati al galoppo e un controllo millimetrico del rischio. Dalle scuderie ai grandi festival, le giovani cavallerizze cavalcano la tradizione per trasformarla dall’interno. Le loro immagini non sono folclore, ma affermazione. Ogni gesto, ogni sguardo, ridefinisce il perimetro del possibile.

Moon Dust. Mohamed Mahdy, Arab Documentary Photography Program. Ahmed, 11 anni, fotografato con suo padre Saeed, è nato con l’asma e usa un ventilatore tre volte al giorno. Gioca come portiere nel calcio, poiché richiede meno sforzo fisico. Alessandria, Egitto. Oltre 30.000 residenti di Wadi El-Qamar, conosciuta anche come Valle della Luna, nella parte occidentale di Alessandria, Egitto, vivono a meno di 15 metri da una fabbrica di cemento che riempie le loro case di polvere tossica. I bambini nascono con l’asma. Le famiglie soffrono di malattie polmonari e danni respiratori irreversibili.

Un palcoscenico globale

C’è un elemento che attraversa molte delle storie premiate: l’urgenza delle nuove generazioni. Nel progetto “Madagascar’s Gen Z Protests”, Luis Tato cattura un momento preciso: quello in cui la giovinezza smette di essere spettatrice e diventa forza politica. Non è solo protesta, è presenza. È la richiesta, esplicita, di essere parte del racconto. Allo stesso modo, “Moon Dust” di Mohamed Mahdy restituisce un paesaggio umano fatto di limiti e possibilità. Le sue immagini parlano di marginalità, ma rifiutano la narrazione della sconfitta: al centro c’è sempre una tensione verso il futuro.

Le immagini vincitrici iniziano ora il loro viaggio, a partire da De Nieuwe Kerk, trasformandosi in una mostra itinerante capace di attraversare continenti e pubblici (dal 7 maggio al 29 giugno sarà esposta a Palazzo Esposizioni di Roma). È qui che il World Press Photo compie il suo gesto più importante: spostare lo sguardo. Dare centralità a storie che raramente occupano lo spazio che meritano. Questa edizione non chiede solo di osservare. Chiede di sostare. Perché l’Africa che emerge da queste immagini non è una narrazione unica, né semplificabile. È un campo di forze: fragilità e potenza, memoria e trasformazione, perdita e desiderio. E forse è proprio questo il punto. Non capire tutto, subito. Ma non riuscire più a distogliere lo sguardo.

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