Water Grabbing, di Emanuele Bompan e Marirosa Iannelli

di AFRICA

Il titolo è modellato sul più noto land grabbing, l’accaparramento di terre che è uno dei nuovi volti del colonialismo e che interessa in particolare l’agricoltura africana. L’accaparramento di acqua – dalle fonti agli impianti alla distribuzione, e fino all’ultima bottiglietta di acqua minerale o semplicemente “purificata” – è analogo e ancor più devastante, sia per le molteplici modalità con cui l’acqua viene “bevuta” dal più forte, e/o avvelenata, sia perché si tratta del bene comune naturale più universalmente vitale. E poi l’acqua per il consumo umano non è qualunque acqua, ma quella dolce, che sul Pianeta Azzurro è il 2,5%, in pratica solo lo 0,5% utilizzabile (il resto è ghiaccio nelle calotte polari).

Che l’acqua sia la risorsa in grado di scatenare guerre in futuro, e ben più del petrolio, è ormai chiaro a tutti. Ma che già oggi siano in atto 507 conflitti per l’acqua, secondo recentissimi dati della Banca Mondiale, è un dato che fa sobbalzare anche i più attenti (lo stesso studio del 2017, però, «mostra come, delle interazioni fra Paesi sulla gestione di acque transfrontaliere, ben 1228 sono state cooperative»). I giovani ed esperti autori di questa inchiesta, che li ha materialmente portati un po’ in tutto il mondo, avevano già pubblicato online Water Grabbing. An Atlas of Water, ricco di infografie e con alcuni casi di studio; in questo volume, con un inserto fotografico di casi emblematici, le problematiche acquisiscono uno spessore in molti casi inquietanti, dalle conseguenze del fracking in Pennsylvania alla guerra delle dighe sul Mekong, dal «mix letale» che farà del Bangladesh, di per sé traboccante di acqua dolce, il primo Paese esportatore di profughi ambientali, alla Palestina e alla ripubblicizzazione tradita dell’acqua in Italia. Cambiamenti climatici, inquinamento, usi industriali, erosione, fenomeni di subsidenza… concorrono a rendere l’acqua sempre più rara e l’ambiente sempre più fragile.

In questa panoramica non potevano mancare le zoomate sull’Africa, come le questioni delle megadighe (per esempio in Etiopia), della condivisione delle acque tra più Paesi, come per il Nilo e il Congo, delle ricadute sulla condizione femminile (l’autrice racconta la sua esperienza in Swaziland, pardon, eSwatini), dell’industria del carbone in Sudafrica.

Gli autori cercano di non essere pessimisti, dal momento che un po’ dappertutto cresce la coscienza della società civile su questo tema. Quel che è certo, è che non si può perdere tempo e che nel caso dell’oro blu le responsabilità davvero sono di tutti e di ciascuno. Dalla lettura di un libro come questo, affollato di dati ma soprattutto denso di storie, certamente non si esce come si era entrati.

La prefazione è di Gianfranco Bologna, direttore scientifico del Wwf Italia. Su Facebook, gli autori curano la pagina “Water Grabbing Observatory”.

Emi, 2018, pp. 238, € 19,50

(Pier Maria Mazzola)

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