Tony l’Africano

di Pier Maria Mazzola
Tony Blair con Alpha Condé
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Oggi a Nouakchott, la capitale della Mauritania, dove si tiene il 6° summit del G5 Sahel, ci sarà anche… Tony Blair. E non da turista. L’ex premier britannico ha infatti dato vita al “Tony Blair Institute for Global Change” (Tbigc), che nel 2016 ha inglobato “The Africa Governance Initiative“, una charity che aveva messo in piedi nove anni prima, ossia al termine del suo mandato di primo ministro (1997-2007). Lo scopo è quello di «aiutare i leader politici a costruire società aperte, inclusive e prospere in un mondo sempre più interconnesso».

La struttura del Tbigc si muove tra pubblico e privato, finanziata da Fondazioni e da Paesi – tra questi ultimi gli Stati Uniti in testa e, tra le prime, per esempio la Bill & Melinda Gates Foundation.

Fu Paul Kagame, a quanto pare, il primo dei dirigenti africani a rivolgersi a Blair poco dopo il suo abbandono  delle responsabilità di governo e della vita politica partitica. Diversi anni dopo, 2017, Tony Blair si recava in Togo per due volte: era stato il capo dello Stato ruandese a consigliare a Faure Gnassingbé, ammiratore del “miracolo “ruandese, di invitarlo. Tra il presidente Gnassingbé – lo stesso che ha ottenuto sabato scorso il quarto mandato presidenziale – e l’ospite britannico «è subito scattato il feeling – avrebbe poi commentato un consigliere del presidente togolese –. Tony Blair desidera mettere la sua competenza al servizio del Togo perché possa attrarre gli investimenti necessari pe dare continuità al suo sviluppo economico».

Un altro dirigente che è ricorso, fin dal 2012, ai buoni consigli di Blair è l’allora primo ministro etiopico Hailemariam Desalegn, per il quale ha agevolato i contatti con governatori delle province cinesi e con pezzi grossi del tessile; i rapporti continuano oggi, con Abiy Ahmed, in una relativa discrezione. Discrezione comprensibile, viste per esempio le reazioni su Twitter alla visita di Blair ad Addis Abeba del 9 dicembre 2018: «Il criminale di guerra Tony Blair e il suo mal ideato Istituto è consigliere di governi dittatoriali come il governo terrorista dell’Arabia Saudita», «Io sostengo il mio primo ministro e il suo impegno… Non Tony Blair’s!!!», «Tony Blair ha seguito Bush nel fare un casino in Iraq, un grosso errore», «Non è una compagnia raccomandabile, primo ministro Abiy!»… Eccetera.

Altri Paesi con rapporti avviati con il Tbigc sono il Kenya, il Ghana, la Costa d’Avorio… e la Guinea, dove l’Istituto blairiano fa da interfaccia tra il governo e diverse imprese dei settori elettrico e minerario. Buon ultimo, il Gabon, dove chi ha preso l’iniziativa e mantiene i rapporti è Noureddin Valentin Bongo, forte della sua lunga familiarità con Londra, dove ha anche fatto i suoi studi superiori. Forte, soprattutto, del suo cognome: Noureddin, da dicembre coordinatore dell’ufficio della presidenza, è il figlio del capo dello Stato, Ali Bongo, e nipote del predecessore Omar Bongo (53 anni di dinastia, lo stesso che in Togo). A Libreville, la competenza di Blair è richiesta per la riforma dell’alta amministrazione del Paese, finita gambe all’aria dopo l’operazione “Scorpion”, non ancora conclusasi, che ha fatto finire in cella molti alti funzionari e anche importanti ministri per un affaire di corruzione.

Adesso è quindi il turno anche della Mauritania, dove Tony Blair starebbe per consolidare la posizione britannica dopo lo sbarco della Bp sul campo gasiero di Grand Tortue-Ahmeyim (che vede, tra l’altro, presente anche l’italiana Saipem). E visto che oggi a Nouakchott c’è anche tanta altra bella gente…

(Pier Maria Mazzola) 

Foto: Tony Blair con il presidente della Guinea Alpha Condé nel 2013

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