Tanzania, il governo ammette le morti post elezioni ma i conti non tornano

di claudia
tanzania

A distanza di mesi dalle violenze seguite alle elezioni dell’ottobre 2025, il governo tanzaniano riconosce per la prima volta un bilancio ufficiale delle vittime, ma lo fa con una lettura che solleva interrogativi e polemiche, soprattutto per l’attribuzione delle responsabilità e per le discrepanze con le stime indipendenti.

La Commissione d’inchiesta sulle violenze post-elettorali in Tanzania, istituita su ordine della presidente Samia Suluhu Hassan, ha infatti accertato che sono in totale 518 le persone rimaste uccise nel periodo post elettorale. Il governo, tuttavia, stigmatizza il comportamento delle vittime e attribuisce la responsabilità delle violenze direttamente ai manifestanti, secondo quanto riportano i media locali.

Presentando il report finale, il presidente della Commissione, il giudice Mohamed Chande Othman, ha dichiarato che i risultati si basano su «approfondite indagini mediche e forensi» con interviste a 80 medici e specialisti e uno screening degli esami autoptici e delle cartelle cliniche in tutto il Paese. Secondo Otham, che cita quindi i dati ufficiali del report governativo, i morti sono stati in totale 518, 490 uomini (il 94,6%) e 28 donne (il 5,4%). Anche 21 bambini risultano deceduti. Un totale di 505 vittime erano civili, 16 membri delle forze di sicurezza. I morti si sono concentrati in poche regioni: Dar Es Salaam (il numero più alto, 182 morti), Mwanza (90 morti), Mbeya (80 morti) ed Arusha (53). 197 decessi sono stati causati da ferite di arma da fuoco, 20 sono stati attribuiti ad «altre cause»: 373 vittime sono arrivate in ospedale già morte, 166 avevano lesioni agli arti, 36 al torace o all’addome, 12 alla testa e al collo. In un caso, un ragazzo, è arrivato in ospedale senza alcune parti del corpo.

Dei 518 morti, 480 sono stati riconosciuti dai familiari, 24 non sono stati mai identificati, sei sono stati sepolti e tre sono ancora all’obitorio (da sei mesi). Sono state eseguite autopsie su 260 corpi e il governo sostiene che per gli esami non effettuati sia stata data soddisfazione ai familiari delle vittime. Ma non solo. Secondo la Commissione, 2.390 persone hanno ricevuto cure per le ferite riportate (120 erano membri dei servizi di sicurezza), 800 di loro riportavano ferite di arma da fuoco. «Permangono denunce da parte di famiglie che non hanno ancora ritrovato i corpi dei loro cari», ha detto Othman, che ha ammesso che «le cifre potrebbero non includere tutti i casi». Almeno 245 famiglie sono ancora alla ricerca di familiari o amici scomparsi nel nulla e il cui probabile decesso non è possibile confermare.

Othman ha osservato, presentando il rapporto, che le forze di sicurezza hanno esercitato «moderazione» e usato la «forza in modo proporzionato». I numeri ufficiali del governo tanzaniano sono però probabilmente sottostimati, ma anche errati (i conti matematici infatti non tornano) e non permettono di rendersi conto delle azioni messe in atto dalle forze di sicurezza dopo le elezioni del 29 ottobre. L’8 novembre, ovvero poco più di una settimana dopo le elezioni tanzaniane e l’esplosione di violenza, il movimento Jumuiya Ni Yetu, formato da oltre 40 organizzazioni per i diritti umani con sede a Nairobi, in Kenya, ha pubblicato un rapporto in cui denunciava la morte di 3.000 persone, descrivendo una delle repressioni politiche più sanguinose nella storia recente dell’Africa orientale. Secondo i dati raccolti, al 7 novembre, almeno 3.000 persone erano state uccise dalle forze di sicurezza tanzaniane, e migliaia risultavano disperse. A causa dei continui tentativi di insabbiamento, facilitati dal persistente blocco di internet e dalle restrizioni alla larghezza di banda, questo numero potrebbe essere inferiore al bilancio reale delle vittime di alcune migliaia, ha sostenuto il gruppo. Secondo la dichiarazione, tra le vittime figuravano manifestanti, bambini di strada, operatori sanitari e civili non coinvolti nelle proteste.

Una mattanza che secondo alcuni potrebbe essere persino più grande di quella denunciata da Jumuiya Ni Yetu: «Da quando ho iniziato a lavorare, oltre 15 anni fa, non avevo mai visto niente del genere. Non avevo mai visto così tante persone uccise a colpi d’arma da fuoco, così tanti cadaveri ammassati e corvi che ne divoravano la carne», ha raccontato per esempio un operatore sanitario di Dar Es Salaam ad Amnesty International.

Diversi esponenti del partito di opposizione Chadema, alcuni dei quali sono scomparsi nel nulla, hanno parlato di picchi fino a 3.000-10.000 vittime, includendo presunti casi di sparizioni forzate e fosse comuni (accusa, quest’ultima, respinta dalla commissione d’inchiesta). Altre organizzazioni per i diritti umani, come Human Rights Watch, non hanno mai quantificato il numero delle vittime, limitandosi a parlare di «centinaia». Lo stesso ha fatto l’Ohchr delle Nazioni Unite.

Perché questa differenza nei dati? Durante i giorni delle violenze, il governo tanzaniano ha imposto un blackout totale della rete, rivelatosi molto efficace nel non far uscire informazioni dal Paese, impedendo il caricamento di video e la segnalazione dei decessi in tempo reale. Diversi rapporti accusano la polizia di avere presidiato gli ospedali per impedire il conteggio ufficiale dei corpi con ferite da proiettile.

Il report del governo tanzaniano rappresenta un’operazione puramente politica per tentare di spiegare la peggiore violenza nel Paese dall’indipendenza, negli anni Sessanta. Il rapporto governativo, che non fornisce alcuna evidenza o prova, normalizza l’accaduto: ammettere il numero serve perlopiù a chiudere il caso, scaricando la colpa sui manifestanti. Inoltre, i 245 casi citati di persone scomparse durante la repressione armata – morti non conteggiati per qualsiasi analista internazionale – rivelano anche un modus operandi che, in un certo senso, è ormai prassi.

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