di Andrea Stucchi – Centro Studi Amistades
Negli ultimi anni il Kenya è diventato un esempio virtuoso tra le nazioni africane per l’enorme progresso nella produzione di energia rinnovabile. Favorito da una conformazione geologica e da importanti investimenti, il Paese è tra i primi al mondo per produzione di elettricità tramite fonti geotermiche. L’espansione di questo settore strategico è entrata in conflitto con i diritti dei masai, un caso emblematico in cui la transizione ecologica procede a scapito delle popolazioni locali
Nel sottosuolo del Kenya si gioca una partita strategica che va ben oltre la transizione energetica. Il Paese si trova lungo la East African Rift, una frattura geologica che attraversa l’Africa orientale dal Mar Rosso al lago Malawi e che rende questa regione una delle aree a più alto potenziale geotermico al mondo. Qui, dove la crosta terrestre è più sottile e il calore del mantello affiora in profondità ridotte, il vapore naturale diventa una risorsa energetica di enorme valore economico e politico.
È su questa combinazione di geologia favorevole e capitali internazionali che il Kenya ha costruito la propria ascesa a potenza regionale delle energie rinnovabili. A differenze della maggior parte delle tecniche con cui si produce energia, rinnovabile e non, in cui la fonte di calore scalda l’acqua per creare vapore, nella produzione di energia elettrica da fonti geotermiche l’acqua si trova già allo stato gassoso, saltando un passaggio e riducendo quindi i costi. La produzione di energia geotermica comporta inoltre altri vantaggi tra cui, disponibilità continua, nessuna dipendenza da condizioni meteorologiche (come la luce per il fotovoltaico) o climatiche (come la disponibilità di acqua per l’idroelettrico), o da materie prime (come l’uranio per il nucleare, o il litio per il fotovoltaico) e infine una centrale geotermica occupa in media uno spazio limitato rispetto ad altre infrastrutture, come per esempio un parco solare o una diga. Tra gli svantaggi sono invece annoverati i costi all’ingresso molto alti per la costruzione degli impianti, e la mancanza di scalabilità, per cui, a differenza di altre fonti in cui si ha un ritorno economico in tempi limitati, il geotermico – tra fase di esplorazione, trivellazione, costruzione dell’impianto e produzione di energia – richiede tempi più lunghi. Per questo motivo, sono necessari investimenti ingenti che spesso le compagnie non sono disposte a sobbarcarsi.
Fino al 2008 il processo produttivo nel campo geotermico in Kenya era gestito principalmente dalla Kenya Electricity Generating Company (KenGen) ma, a causa degli alti costi di avviamento, gli investimenti erano bassi, e di conseguenza anche la produzione. Negli ultimi anni però, il Kenya ha adottato un modello di investimento più complesso, con la creazione della Geothermal Development Company (Gdc). Tramite questa compagnia pubblica, il governo, aiutato dai prestiti di donor internazionali come Banca Mondiale e African Development Bank, si assume i costi di esplorazione e quindi il rischio delle perdite. Una volta confermata la presenza di vapore nel pozzo, la GDC costruisce le infrastrutture per la raccolta (i tubi) e delega la costruzione della centrale vera e propria ad attori privati o, più spesso, direttamente a KenGen, la quale è partecipata dallo stesso governo keniota per il 70%. Una volta che la centrale è operativa, la Gdc vende il vapore alle compagnie energetiche. Questo sistema di gestione della produzione energetica è stato istituzionalizzato attraversol’Energy Act del 2019, la legge che regola la produzione di energia nel Paese, la quale stabilisce che le riserve geotermiche non ancora utilizzate sono di proprietà dello stato, che concede le autorizzazioni per l’utilizzo e, ad alcune condizioni, tra cui l’interesse pubblico, può revocarle.
Tramite questo modello, il Kenya è riuscito ad incrementare la produzione di energia elettrica tramite geotermico di 750 megawatt (MW) negli ultimi dieci anni, fino ad arrivare nel 2023 a quasi 1000 MW, il 47% del totale dell’energia prodotta. Inoltre, si stima che il Kenya abbia il potenziale per produrre fino 10.000 MW di energia tramite geotermico, abbastanza per soddisfare l’intero fabbisogno energetico nazionale.
Se guardiamo però dove sono posizionate le centrali – i campi geotermici di Olkaria, Menengai ed Eburru – esse si trovano nella zona di Nakuru, a sudovest del Paese, territorio abitato dale popolazioni Maasai del Kenya. La Rift Valley, con i suoi crateri dove sorgono le centrali geotermiche, rappresenta un luogo fondamentale per la loro identità sociale, legato sia a pratiche tradizionali sia ad attività economiche.
L’espansione dei progetti geotermici ha rappresentato per i Maasai una fonte di attrito sia con il governo che con gli attori economici che operano queste centrali. Gli impianti e le infrastrutture collegate hanno provocato lo sfollamento di intere comunità, mentre, sul piano ambientale, lo sviluppo del settore ha causato l’inquinamento delle falde acquifere da cui i masai attingono sia per sé stessi che per il bestiame. Le compensazioni sono state invece limitate se paragonate agli enormi profitti che lo sfruttamento del suolo ha generato per queste compagnie.
Un caso emblematico in questo senso è quello del parco geotermico di Menengai. Il progetto, costituito da tre impianti, è sostenuto da un investimento di quasi 200 milioni di dollari, di cui buona parte arrivano dall’African Development Bank. Nelle prime fasi del progetto, le comunità locali segnalarono alle autorità keniote diversi impatti negativi delle attività di esplorazione e perforazione: rumore eccessivo, vibrazioni, distruzione degli habitat, inquinamento dell’aria (in particolare da acido solfidrico) e piogge acide.
Nella fase successiva, durante la costruzione delle centrali, denunciarono invece una scarsa partecipazione pubblica, compensazioni insufficienti e una mancanza di pari opportunità di lavoro. Già nel 2021 alcuni membri delle comunità Maasai che vivono nella zona di Menengai, riuniti nell’organizzazione popolare Menengai West Stakeholders Forum, avevano presentato denuncia contro la società energetica keniota Sosian Energy, che avrebbe dovuto gestire una delle tre centrali in costruzione a Menengai. Il 13 marzo 2025 la High Court di Nakuru ha accettato il ricorso e revocato la licenza per la prosecuzione dei lavori.
Quello di Menengai è un pronunciamento storico, ma non è altro che una piccola vittoria di fronte al potere degli investitori. A gennaio 2026 l’African Development Bank ha approvato un finanziamento da 16,5 milioni di dollari per la costruzione di un nuovo impianto a Menegai.
Grazie a una comunicazione efficace, il Kenya sta diventando un caso esemplare di “potenza verde”, guidata della produzione di energia elettrica attraverso fonti rinnovabili in Africa, come celebrato durante l’Africa Climate Summit di Nairobi nel 2023. KenGen sta intanto espandendo le proprie attività all’estero, con contratti in corso a Gibuti e in Etiopia, mentre sono in corso le trattative per espandersi anche in Ruanda e Repubblica Democratica del Congo.
Questa narrazione di successo nasconde però una realtà assai più complessa, in cui il legittimo bisogno del Kenya di produrre energia tramite fonti rinnovabili, promosso da attori internazionali sia pubblici che privati, si scontra con i diritti delle popolazioni che su quella terra hanno sempre vissuto. Questa pratica sempre più diffusa, definita “green grabbing”, mette in luce un paradosso che molto spesso viene ignorato: la transizione ecologica, per quanto sia un obiettivo fondamentale, per il Kenya così come per il resto del mondo, non può essere portata avanti a discapito di altri diritti.


