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kenya

    CONTINENTE VERO

    Le leonesse di Mathare

    di AFRICA 26 Gennaio 2020
    Scritto da AFRICA

    Le Vivigals sono una squadra femminile di rugby nata tra le lamiere di uno slum. Atlete con storie terribili alle spalle: di violenze, sfruttamento, droga. Grazie allo sport ritrovano la voglia di rincorrere traguardi ambiziosi

    Una palla ovale è diventata il simbolo del riscatto per un gruppo di ragazze di Mathare, il secondo più popoloso slum di Nairobi. Merito di una squadra di rugby, le Vivigals, nata nel 2006 tra le baracche di lamiera e ben presto diventata un efficace strumento di promozione sociale. «Lo scopo primario della squadra è il recupero di ragazze che vivono in situazioni di gravi disagi», spiega l’allenatore Stephen Wakaya, ex giocatore della nazionale keniana di rugby. «Alcune giocatrici in passato hanno subìto violenze domestiche o stupri, altre sono state costrette a prostituirsi o sono finite nel buco nero della droga».

    In genere si tratta di ragazze rimaste senza famiglia e senza riferimenti, alle quali la squadra cerca di restituire fiducia e serenità. L’avvio del progetto è stato finanziato da un uomo d’affari keniano, filantropo e appassionato di rugby. Ora però le Vivigals vivono solo di donazioni spontanee, limitate e sporadiche, e questo le priva della soddisfazione di indossare uniformi e avere attrezzature adeguate. Nonostante le limitazioni, alcune militano anche nella nazionale keniana: un onore enorme per delle ragazze emerse da uno dei quartieri più malfamati della capitale.

    «Abbiamo bisogno di sostegni per crescere – sottolinea Florence Awuor, detta Flo, leader della squadra –. Ci piacerebbe creare una vera e propria accademia di rugby, per poter coinvolgere altre giovani e migliorare la nostra preparazione. Il sogno? Che una ragazza di Mathare possa un giorno approdare a un club di livello internazionale. Sarebbe bellissimo».

    Traguardi ambiziosi

    Il movimento rugbistico femminile in Kenya è in pieno sviluppo. «Un tempo le persone pensavano che questo fosse uno sport violento, pericoloso, riservato agli uomini», racconta Philadelphia Olando, capitano della nazionale femminile di rugby a sette. «Ma oggi tante ragazze vogliono scendere in campo e buttarsi nella mischia… Una volta che sei in mezzo al gioco, che senti l’impatto con l’avversario, la fisicità… prendi coscienza delle tue reali possibilità», prosegue l’atleta, 29 anni, fisico granitico, mentre cammina per le strade sterrate e scoscese di di Kibera, la baraccopoli che, con i suoi oltre 400.000 abitanti, è l’altro grande slum di Nairobi. «Le giocatrici migliori provengono da zone molto povere come questa. La loro voglia di emanciparsi è la spinta propulsiva che permette di raggiungere i traguardi sportivi più ambiziosi».

    Nel 2016 le “leonesse” del Kenya sono riuscite a partecipare alle Olimpiadi di Rio. Ai Giochi del Commonwealth dello scorso aprile, in Australia, si sono piazzate seste, dimostrando una grande crescita che si è poi concretizzata un mese dopo, quando sono diventate campionesse d’Africa. Ora puntano a qualificarsi alle World Rugby Sevens Series, che le farebbe entrare fra le grandi del circuito di rugby a sette femminile mondiale.

    Entusiasmo alle stelle

    In Kenya il rugby ha una storia più antica di quanto non ci si immagini. Era praticato dai colonizzatori britannici già ai primi del Novecento. Il primo match della storia del Paese fu giocato nel 1909, appena 86 anni dopo che, secondo la leggenda, William Webb Ellis, uno studente della città di Rugby nel Regno Unito, inventò questo sport durante una partita di calcio.

    Il rugby nella sua forma classica e conosciuta, cioè a 15 giocatori, in tutte le colonie è stato sempre riservato alle élite britanniche, una concezione che si è mantenuta nel tempo anche in Kenya, dove fino a non molti anni fa era considerato uno sport “per i ricchi” studenti delle scuole private. Poi sono arrivati i successi della nazionale maschile nel rugby a sette, una versione meno complessa e più dinamica e spettacolare di questo sport, e l’opinione pubblica ha cominciato ad appassionarsi.

    Quando i valorosi Simbas hanno vinto il primo torneo del World Series nel 2016 a Singapore, battendo in finale le Figi, allora considerate il miglior team al mondo, il Paese è andato in delirio. Sui social e sui giornali non si parlava d’altro; i giocatori furono accolti in trionfo dal presidente Uhuru Kenyatta in persona e fatti sfilare per le vie di Nairobi.

     

    Palestra di vita

    Grazie a questi risultati, il rugby si sta ritagliando una fascia di appassionati in un Paese dove fino a pochi anni fa non esisteva che il calcio. Il campionato della Kenya Rugby Union è sempre più seguito, gli stadi sono gremiti e i match vengono trasmessi in diretta tivù. Istituzioni, ong e scuole hanno iniziato a investire in attività rugbistiche anche nelle zone più povere, dove le iscrizioni sono in aumento.

    «Il rugby, coi suoi valori di lealtà, umiltà e disciplina, può essere usato come mezzo per tenere i giovani lontano dalla droga e dalla microcriminalità delle strade», argomenta Stephen Wakaya, ex giocatore della nazionale, che si è offerto di aiutare le Vivigals. Per le atlete keniane schiacciare l’ovale in meta assume un significato anche più profondo.

    «Molti genitori sono ancora restii a lasciar praticare questo sport alle proprie figlie. Ma poi vedono i risultati e cambiano idea – commenta Kevin Wambua, allenatore della nazionale femminile –. Nei momenti difficili, quando il gioco si fa duro, le ragazze sanno fare squadra meglio dei ragazzi, mettendo in campo capacità straordinarie: dedizione, coraggio, resistenza, fermezza». Poi tornano con lo stesso spirito alla vita di tutti i giorni. Campionesse nello sport e nella vita.

    (testo di Simon Marks – foto di Filippo Romano/Luz)

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    26 Gennaio 2020 0 commentI
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