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Rivista Africa
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arte

    Cultura

    Ex Africa e il dibattito sulle “restituzioni”

    di Pier Maria Mazzola 16 Maggio 2019
    Scritto da Pier Maria Mazzola

    La stragrande maggioranza dei capolavori dell’arte africana antica si trova in Europa. L’imperdibile mostra in corso a Bologna cade nel pieno di un dibattito non nuovo, ma che recentemente ha subito un colpo di acceleratore per merito di eventi come il Rapporto Sarr-Savoy voluto da Macron, l’inaugurazione di un grande museo a Dakar, la ristrutturazione del museo di Tervuren in Belgio.

    La grande mostra Ex Africa di Bologna, che propone capolavori del continente mai visti prima assieme in Italia, e in così gran numero, è stata preparata ed ha aperto i battenti in un periodo particolare, quello del dibattito sulle restituzioni. “Restituzioni”: una parola sola che viene ormai a sintetizzare l’annosa questione del ritorno delle opere d’arte africane: dai musei, soprattutto europei, in cui oggi esse si trovano, ai Paesi d’origine da cui furono deportate, in particolare fra Ottocento e Novecento.

    In effetti, anche l’esposizione felsinea non sarebbe stata possibile senza ricorrere ai prestiti di una trentina di istituzioni museali pubbliche e private, di cui sei italiane e le restanti di capitali e altre città d’Europa – da Lisbona a San Pietroburgo, da Amburgo a Zurigo – e una africana (la National Commission for Museums and Monuments of Nigeria). Non va dimenticato, infatti, che si stima che non meno dell’80% del patrimonio culturale africano storico si trova oggi fuori del continente. Le sole collezioni pubbliche francesi raccolgono oltre 90.000 pezzi di valore originari dell’Africa subsahariana; sarebbero invece attorno ai 3000 gli oggetti inventariati dai musei nazionali africani, e che sono «per lo più di qualità e di importanza relativa», come sottolinea Alain Godonou, direttore dei musei dell’Agenzia nazionale del Benin per il patrimonio culturale.

    «Non posso accettare che una larga parte del patrimonio culturale di molti Paesi africani si trovi in Francia». Lo dichiarava, il 28 novembre 2017 da Ouagadougou, capitale del Burkina Faso, Emmanuel Macron. Il presidente francese ha nominato in tempi stretti una mini-commissione – composta dal senegalese Felwine Sarr e dalla francese Bénédicte Savoy, che a loro volta si sarebbero fatti coadiuvare da un centinaio di esperti in varie discipline – la quale si mise subito al lavoro e che già nel novembre 2018 consegnava il suo Rapporto. Questo non è un inventario esaustivo dei beni culturali africani su suolo francese – quello sarà un lavoro da farsi a parte –, ma, riferendosi anche solo alle collezioni africane del Musée du quai Branly-Jacques Chirac di Parigi, quelle più ricche di documentazione, si parla di quasi 70.000 pezzi. Il Rapporto sulla restituzione del patrimonio culturale. Verso una nuova etica relazionale concentra l’attenzione soprattutto sul chiarire la posta in gioco. Per esempio: capire come e perché queste opere sono arrivate in Francia (bottini di guerra; saccheggi; risultato di missioni etnografiche o religiose; oggetti donati più o meno liberamente…), e perché si trovano nel tal museo o nella tal altra collezione. Questo già fa capire come le storie degli oggetti siano di tipologie svariate e vadano quindi affrontate in maniera attenta.

    Una delle raccomandazioni del Rapporto, per esempio, esorta ad «accogliere favorevolmente le richieste di restituzione di oggetti raccolti nell’ambito di certe sedicenti “missioni scientifiche” a meno che non esistano testimonianze esplicite sul pieno consenso dei proprietari o custodi degli oggetti nel momento in cui questi si separarono dall’uno o dall’altro dei suddetti oggetti».

    Un’altra grossa questione è la capacità dei Paesi di origine di accogliere le opere di ritorno: esistono, e in quale misura, strutture museali o di altro tipo adeguate per la loro conservazione? Senza contare che, anche prima delle depredazioni, già esistevano tecniche locali di conservazione – anche se, localmente, potevano essere più significative e importanti le “tecniche” rituali, religiose e culturali, piuttosto che quelle del restauro, della conservazione e della manutenzione come le intendiamo noi oggi.

    Quanto alla capacità di ricezione delle opere di ritorno, nell’Africa subsahariana le situazioni sono diverse. Accanto al Benin – dove un sito come il Palazzo reale di Abomey abbisogna di energici interventi ma dove, nello stesso Paese, si sta procedendo all’edificazione di nuovi musei oltre ai sei già esistenti – c’è il Musée des Civilisations Noires di Dakar, in Senegal, nuovo fiammante: qui, per esempio, si potrebbero temporaneamente custodire – è un’idea dello stesso Felwine Sarr – gli oggetti resi dalla Francia a Paesi che non siano ancora in grado di assicurarne un’adeguata fruibilità.

    Tre giorni dopo l’inaugurazione del Museo di Dakar, a dicembre, in Belgio veniva riaperto il Museo Reale per l’Africa Centrale di Tervuren, ormai Africa Museum, dopo un approfondito restyling espositivo destinato a scrollarsi di dosso la polvere coloniale di cui era ormai ricoperto. Operazione riuscita solo in parte, a quanto pare, viste le polemiche che ne hanno accompagnato la riapertura: essa si è tenuta in assenza del re Philippe – il discendente di Leopoldo II – visto che, secondo le spiegazioni ufficiali, «il monarca evita di essere presente là dove ci siano questioni ancora irrisolte». E tali questioni sono: il concomitante affaire delle (mancate) scuse per il passato coloniale belga, sollecitate dall’Onu anche lo scorso febbraio; certe ricostruzioni ambientali proposte dal rinnovato museo; e, per l’appunto, le restituzioni delle opere d’arte. È un tema sul quale anche la nostra rivista si propone di ritornare diffusamente in una delle prossime edizioni.

    In questo dibattito l’Italia è un po’ nelle retrovie, anche per i minori quantitativi di capolavori africani di prima grandezza presenti sul suo territorio. Ma non inesistenti. Lo stesso Rapporto Sarr-Savoy, ad esempio, là dove allude al ruolo dei musei missionari menziona, per bocca del succitato Godonou, il Museo dei missionari della Consolata di Torino, «che dispone di collezioni straordinarie». Non dimentichiamo inoltre – in positivo – che la discussione è stata viva attorno all’obelisco di Axum che dal 1937 si ergeva a Roma presso il Circo Massimo: nel 2005 la stele fu infine riportata in Etiopia.

    Anche tutto questo bisognerebbe avere in mente, mentre circoliamo fra le sale di Ex Africa da dove ci osservano questi muti testimoni (loro muti o noi sordi?). Abbiamo chiesto a Gigi Pezzoli, presidente del Centro Studi Archeologia Africana e curatore di questa mostra, come lui personalmente si ponga davanti a questo dibattito. «È un tema estremamente complicato – ci ha risposto davanti a un nkisi n’kondi congolese, quello che è finito sulla copertina del catalogo Skira –. Ne ho parlato anche con amici africani e ricevendo delle impressioni diversissime. Voglio dire, in maniera franca, che per me è un tema legittimo. Trovo del tutto assurdo che la Nigeria non abbia opere del Regno del Benin (da dove una spedizione punitiva britannica portò via nel 1897 tremila opere, oggi in buona parte al British Museum)… È insostenibile la tesi che non debbano esser parte del patrimonio culturale di quel Paese. Credo si debba trovare una soluzione equilibrata. L’arte è un patrimonio dell’umanità, quindi deve essere fruibile dall’umanità. Va trovata una soluzione equilibrata perché delle opere ritornino, perché si mettano in condizione quei Paesi di proporle al loro pubblico: alla fin fine, esse servono soprattutto a ridare dignità al passato».

    Il dibattito, che oggi si è riacceso a livello euro-africano, non è nuovo. Era solo rimasto irrisolto. Vale la pena riascoltare questo stralcio di un discorso che l’allora segretario generale dell’Unesco, il senegalese Amadou-Mahtar M’Bow, tenne nel 1978: «I popoli vittime di questo saccheggio sono stati privati non solo di capolavori insostituibili, ma anche di un legame con il loro passato che li avrebbe aiutati a conoscere meglio sé stessi, e a farsi maggiormente conoscere dagli altri. Questi popoli certamente sanno che la destinazione dell’arte è universale; sono coscienti che questa arte che dice la loro storia, la loro verità, non la dice a loro soltanto. Si rallegrano che altri uomini e donne, altrove, possano studiare e ammirare il lavoro dei loro antenati. E si rendono conto che certe opere condividono da troppo tempo e troppo intimamente la storia della loro terra d’adozione perché si possano negare i simboli che a essa le collegano e per tagliare tutte le radici che là vi hanno gettato. Per tale motivo, questi uomini e queste donne che hanno subito le spoliazioni chiedono che siano loro restituiti per lo meno i tesori d’arte più rappresentativi della loro cultura, quelli cui attribuiscono una maggiore importanza, quelli la cui assenza riesce loro psicologicamente più intollerabile. Questa rivendicazione è legittima».

    La presenza di fatto di questi tesori in Europa ha per lo meno il vantaggio di indurre noi ad ammirare e a riflettere sull’arte e quindi sulla storia – e sull’anima – dell’Africa. Sarebbe un peccato trascurare l’occasione offerta dall’esposizione bolognese. Un’operazione culturale che, avverte Pezzoli, difficilmente potrà ripetersi in futuro.

    (Pier Maria Mazzola)

    Foto: Figura magico-religiosa nkisi n’kondi. Kongo Vili (Rd Congo, fine XIX sec.). Rotterdam Collection Wereldmuseum

    Vedi anche:
    Ex Africa: retroscena e pregiudizi
    Ex Africa: artisti in mostra con “nome e cognome”
    Ex Africa, a Bologna: l’evento dell’anno sull’arte africana

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