Ā«Siamo tutti ugualiĀ». Liu Bolin usa una frase piccola, ineccepibile, per chiosare il suo concetto di umanitĆ . Con una cifra artistica ormai nota al pianeta ā un mix virtuoso di bodypainting, performance e fotografia ā Bolin affronta questioni universali, che ci coinvolgono tutti, in prima persona. Proprio come lui dipinge sĆ© stesso, sugli sfondi di scatti dai significati multistrato. Non fa eccezione il tema dellāimmigrazione, che il performer cinese della fotografia mimetica ha declinato con il concept Migrants, esposto in questi giorni al Mudec di Milano, in occasione della mostra Visible Invisible, aperta al pubblico fino al prossimo 15 settembre. Obiettivo: sensibilizzare. Ā«Con lāarte possiamo dar modo di discutere dei problemi che abbiamo di fronte, per risvegliare lāattenzione delle persone. In fondo, portare lāattenzione degli individui sulla realtĆ e cambiarne lentamente la mentalitĆ ĆØ la vera responsabilitĆ che hanno gli artisti e le opere da loro prodotteĀ».

Il ciclo Migrants comprende sei fotografie scattate a Catania nel 2015. In due foto: The Hope (La speranza) e Hiding in the city – GIAMMARCO AU 1168, Bolin ha indossato il suo consueto indumento da lavoro ā una tuta-uniforme a metĆ strada tra il civile e il militare, che simbolicamente lo omologa a qualsiasi altro cittadino ā e si ĆØ fatto dipingere, solitario e immobile, come parte della scena, riportandone sul corpo un dettaglio. Le due location, selezionate presso il porto di Catania, mettono al centro i cosiddetti ābarconi della speranzaā con cui sono arrivati in Italia migranti africani. Ā«In Hope mi sono mimetizzato con una barca che nel 2013 li ha portati qui. A bordo di questo peschereccio cāerano anche sei bambini egiziani annegati durante il viaggioĀ». E la scelta del luogo conferma lāimportanza imprescindibile che Bolin affida sempre a questo elemento. Ā«Prima di optare per una location, prendo in considerazione i temi sociali che quel luogo racchiude in sé», spiega lāartista per descrivere in generale lāiter necessario a realizzare qualsiasi opera. Ā«Medito in sostanza sui messaggi che tramite un posto potrei trasmettere per avere un impatto sulla societĆ . Individuare lo spazio giusto ĆØ fondamentale per comunicare il mio messaggio. In questa prima fase, se si presentano degli ostacoli, cerco di superarli, perchĆ© il luogo ha la prioritĆ su tuttoĀ».

Nel ciclo Migrants, oltra a ritrarsi in versione camaleontica su una sezione dello sfondo iconico, Bolin ha coinvolto in altri quattro scatti giovani migranti africani alloggiati in diversi centri di accoglienza temporanea in Sicilia. Per realizzare Memory Day, ha dipinto il corpo di 200 di loro con un color ocra sabbia e li ha fatti sdraiare, uno accanto allāaltro, sulla stessa spiaggia su cui sono approdati. Ā«Possono sembrare cadaveri, ma il mio intento era descriverne lāarrivo e lāinizio del loro futuro. Nello scatto alcuni migranti hanno gli occhi aperti e guardano in avanti come se stessero scrutando il futuro. Sono convinto che gli africani lascino il loro continente proprio per la speranza di avere un avvenire miglioreĀ», spiega Bolin. Memory Day ĆØ uno scatto Ā«struggenteĀ», come lo definisce la curatrice Beatrice Benedetti, di Boxart Gallery. «à una distesa umana paradossalmente tra la vita e la morte. In questo caso sono superstiti, la grande maggioranza delle persone fortunatamente si salva, ed ĆØ proprio il segnale che Liu Bolin voleva dareĀ». In mostra nello spazio Mudec Photo si trova anche il video di 11 minuti che racconta il backstage del progetto e presenta uno stralcio di toccanti interviste ai ragazzi migranti coinvolti nel concept. Bellissimi gli zoom sui loro sguardi, tra il fiero e il divertito. Sguardi di speranza e di soddisfazione nel partecipare a unāopera collettiva su di loro. Bellissime anche le sequenze video dei ragazzi dellāAccademia di Catania che, accanto al team tecnico-professionale al seguito di Bolin, hanno partecipato al progetto dipingendo con gesti lenti, delicati e rispettosi i corpi e i volti dei migranti africani.
Migrants prende il nome dallo scatto omonimo in cui Bolin ha fatto letteralmente scomparire una ventina di migranti davanti a un peschereccio. «à un barcone su cui sono state trasportate 400 persone. Difficile persino immaginare la pressione fisica e psicologica che subiscono uomini e donne che affrontano tali situazioni. Con questa opera ho voluto attirare lāattenzione sullāevento che si ripete, dimostrando lāimperfezione dellāumanitĆ . La scomparsa dei loro corpi evoca la relazione evanescente tra la vita e la morte. Il mio intento ĆØ però di privilegiare lāattenzione sulla vita e dare speranzaĀ», afferma Bolin.

Ā«Blue Europe ĆØ lo scatto che forse rappresenta meglio la speranza e il senso di integrazioneĀ», spiega Beatrice Benedetti. I corpi atletici e dolenti dei ragazzi sono stati dipinti di blu, con lo stesso pantone della bandiera dellāUnione Europea, in una posa che ricorda una pietĆ contemporanea. Ā«Volevo dimostrare il cambiamento, ovvero come questa generazione presente possa trasferirsi dallāAfrica allāEuropa e vivere felice. Gli africani possono godere il frutto di centinaia di anni di progresso europeo e convivere benissimo pur provenendo da culture diverse e da Paesi con un grado di sviluppo diversoĀ», dice Bolin.

Ed è proprio il futuro che dà il titolo al quinto lavoro. à ripreso dalla scritta dipinta in bianco e ripetuta su torsi nudi. Una parola che dichiara sul corpo dei migranti il vero motivo per cui hanno lasciato il loro Paese: la ricerca di un nuovo futuro. «Ho scritto la parola Future sui corpi per dimostrare come ogni persona, per raggiungere migliori condizioni di vita, sia disposta ad affrontare ogni tipo di avventura, anche la più pericolosa, mettendo persino a rischio la vita. Io credo che in questa terra i migranti possano vivere bene. In Italia gli africani possono trovare una situazione migliore, un trattamento migliore, educazione e rispetto. Non so quale sarà il futuro dei migranti, ma credo che in ogni caso sarà migliore e colorato», dice Bolin.
In mostra al Mudec, il ciclo Migrants si affianca a unāaltra quarantina di opere dellāartista. Tra queste Hiding in Italy, che comprende anche un inedito della PietĆ Rondanini scattato al Castello Sforzesco di Milano e la fotografia della Sala di Caravaggio, mai esposta prima e realizzata nel 2019 alla Galleria Borghese di Roma. La serie privilegia sfondi legati al patrimonio artistico-italiano capace, nella visione dellāartista, di formarci come individui. E poi svettano scatti della serie Hiding in the City nata dallāurgenza di protestare contro la forza del governo cinese che, nel 2005, per far spazio al progresso e al nuovo, demolƬ il villaggio Suojia ā a nord-est di Pechino, dove Bolin, come altri artisti, aveva il suo studio ā distruggendo il mondo alle spalle del performer e, insieme, la tradizione e lāidentitĆ di un popolo. In mostra, inoltre, il ciclo Shelves ā scaffali di supermercati, colmi di beni di largo consumo, in cui ognuno di noi finisce per identificarsi e annullarsi ā e lāimmagine scattata al Mudec tra i reperti della collezione permanente del museo, esposta insieme allāuniforme utilizzata per la performance e un video che documenta lāuniverso nascosto dietro ogni scatto fotografico. Prima del clic, infatti, cāĆØ un mondo. Lo studio del luogo, lāinstallazione, la pittura, la performance dellāartista: un processo di realizzazione che dura anche giorni, a dimostrazione di come nulla sia mai frutto di un caso, ma la sintesi di un processo creativo complesso. Pieno di significati pronti a farci leggere tra le righe della realtĆ .
Chiara Corridori



