Sierra Leone, semi di speranza

di Matteo Merletto

La Sierra Leone evoca immagini dolorose: guerra civile, diamanti insanguinati, bambini soldato, epidemia di ebola, catastrofi umanitarie. Oggi la popolazione vuole voltare pagina. E la nuova coltura dell’anacardio potrebbe segnare una svolta.

Lampi di luce squarciano le nubi scure che incombono su Freetown, i tuoni scuotono le montagne che accerchiano la capitale della Sierra Leone (il nome fu coniato nel 1462 dall’esploratore Pedro de Sintra in riferimento proprio al contrafforte montuoso, sierra, dove riecheggiavano i boati delle tempeste tropicali, simili ai ruggiti dei leoni). La stagione delle piogge sembra non voler finire. Dal cielo vengono giù cascate d’acqua. Il pensiero corre alla disgrazia del 14 agosto: di notte, durante un temporale si staccò un intero fianco della collina Sugar Loaf (“Pan di zucchero”: il destino nel nome), che travolse case e baracche del sottostante quartiere di Regent. Oggi, qui rimane un’impressionante voragine, una ferita di terra rossa che ha inghiottito la vita di almeno mille persone.

Inondazioni e smottamenti sono favoriti dalla deforestazione e dell’urbanizzazione selvaggia, a loro volta alimentate da corruzione e pressione demografica. Non c’è spazio per contenere un milione e mezzo di persone. I benestanti hanno aggrappato le loro villette panoramiche alle colline, i poveri si sono ammassati in catapecchie a ridosso dei letti dei fiumi. Ci saranno altre tragedie. Ma nessuno pare preoccuparsene. Dappertutto si vedono cantieri in attività. C’è frenesia a Freetown, il traffico va in tilt fin dalle prime ore del mattino, per la gioia dei venditori ambulanti che sciamano lungo le colonne delle auto bloccate. Anche i ristoranti e i locali hanno ripreso a funzionare a pieno ritmo.

La domenica, la spiaggia di Lumeley si riempie di gente in costume. Il lungomare è un susseguirsi di chioschi che sfrigolano pesci e crostacei sulle carbonelle. La musica hip-hop anima picnic e partite di calcio, i teen-ager fanno la fila alla gelateria italiana Gigibontà, le coppie si assiepano sulla battigia per godersi il tramonto. E i proprietari di lodge e bungalow attendono fiduciosi il ritorno dei turisti nelle splendide spiagge di Bureh, River n. 2 e Banana Islands.

Dopo ebola

La Sierra Leone sembra aver fretta di recuperare il tempo perduto. Undici anni di guerra – alimentata dal traffico illegale dei diamanti – avevano lasciato nel 2002 una nazione in ginocchio, con migliaia di bambini soldato e 30.000 mutilati. La ricostruzione del tessuto sociale e delle infrastrutture si era poi ben avviata. Finché, nel 2014, non si è abbattuta una nuova catastrofe, l’epidemia di ebola. Bilancio: oltre 14.000 contagiati, quasi quattromila morti, intere comunità distrutte, villaggi trasformati in cimiteri. Nell’arco di due anni le principali attività economiche si sono arrestate, il Pil è crollato del 30%, decine di migliaia di posti di lavoro sono andati persi.

«Ci vorranno decenni per riprendersi», prevede Natalio Paganelli, bergamasco, 60 anni, missionario saveriano e amministratore apostolico della diocesi di Makeni. «Il terrore per il contagio ha paralizzato il Paese, la gente ha ripreso da poco a stringersi la mano. In ogni casa ci sono stati lutti che hanno messo in ginocchio le fragili economie famigliari». Ripartire non è facile. Le casse dello Stato sono vuote, la Sierra Leone sta a galla grazie agli aiuti internazionali. Il prezzo del ferro – principale voce dell’export – è precipitato in pochi mesi del 25%, a causa del rallentamento dell’economia cinese. Le miniere (anche quelle di bauxite, oro e rutilo) hanno drasticamente ridotto l’attività.

Sorvegliati speciali

Persino la ricerca dei diamanti nei distretti di Kono, Bo e Kenema prosegue con minore intensità. I giacimenti alluvionali si sono impoveriti, dopo decenni di sfruttamento intensivo. Un tempo bastava passare al setaccio l’acqua di un fiume o di una pozzanghera per trovare una pietra preziosa; oggi bisogna sventrare la foresta coi bulldozer e spaccare enormi pietre, smuovere tonnellate di terra, scavare in profondità. I filoni diamantiferi sono celati nel sottosuolo.

Nelle cave si lavora con pale e picconi o a mani nude. Donne e uomini, spesso giovanissimi, affondano le gambe nel fango e trasportano sulla testa bacinelle piene di terra da setacciare, sotto lo sguardo severo degli sgherri che controllano ogni movimento. «Ci assicuriamo che non ingoino qualche pietra preziosa – mi spiega un sorvegliante dall’alto di una montagnetta –. Se notiamo un movimento sospetto, il malcapitato finisce male». All’epoca della guerra, i comandanti guerriglieri del Ruf che controllavano le miniere facevano sventrare periodicamente un incolpevole cercatore accusandolo di aver inghiottito un diamante. Giusto per dissuadere chi venisse tentato da brutte idee.

Piaghe sociali

Oggi non si vedono più le terrificanti scene di Blood Diamond, il celebre film con Leonardo DiCaprio, ma lo squallore non è cambiato e le misere paghe bastano a malapena per sopravvivere. Nei villaggi mancano l’acqua corrente e l’elettricità. In molte zone non c’è neppure campo per i cellulari. La popolazione è isolata. Durante la stagione delle piogge ci vogliono giorni per percorrere poche decine di chilometri. L’unico mezzo di trasporto a disposizione sono le okada – moto guidate da ex guerrieri convertitisi in tassisti – ma non conviene rischiare: la Sierra Leone è ai primi posti nella classifica mondiale degli incidenti stradali. E i poliziotti che piantonano le piste non vedono l’ora di bloccare i veicoli per sottrarre denaro ai viaggiatori. Hanno ben poco da estorcere: la gran parte della gente vive sotto la soglia di povertà.

Nelle capanne di terra e lamiere si mangia polenta di manioca, riso bollito e fagioli in salsa d’arachidi. Pollo e pesce affumicato sono un privilegio. Malnutrizione e carenze sanitarie sono piaghe sociali. Si muore di malaria, morbillo, epatite A, dengue emorragica, febbre gialla, polmoniti o dissenterie trascurate. A cinquant’anni si è considerati vecchi, a sessanta dei “miracolati”. Sei persone su dieci vivono di agricoltura, ma è sfruttato solo il 20% del territorio. Mancano i macchinari e le famiglie coltivano piccoli appezzamenti con tecniche arretrate e rese piuttosto basse. Cacao, caffè, olio di palma e caucciù sono le principali colture per l’esportazione. Ma sono le compagnie straniere a beneficiarne.

I diamanti dei contadini

La speranza è riposta in una nuova coltura, l’anacardio, un albero da frutta tropicale originario dell’Amazzonia, che fornisce noccioline assai richieste, consumate come snack in tutto il mondo. «Con l’aiuto delle autorità abbiamo distribuito migliaia di semi e fatto crescere piante che promettono bene», spiega Giacomo Mencari, capomissione dell’ong italiana Coopi, impegnata dal 2015 a potenziare la coltivazione degli anacardi nel nord-ovest della Sierra Leone. «Promuoviamo la formazione dei contadini per migliorare le tecniche di lavorazione, conservazione e commercializzazione, facilitiamo il loro accesso al credito, introduciamo le energie rinnovabili nelle aree rurali, costruiamo magazzini comunitari per lo stoccaggio dei raccolti. Lo sviluppo della filiera degli anacardi può essere un fattore chiave per il miglioramento della vita di queste popolazioni».

Nel 2017 la Sierra Leone ha esportato i primi anacardi: 17 tonnellate. «È una goccia nell’oceano, ma anche un segnale incoraggiante per il futuro», chiosa Mencari. Il mercato mondiale degli anacardi è in mano a imprese olandesi (che controllano lo smercio in Occidente) e indiane (che riforniscono il florido mercato nazionale). La lavorazione è estremamente laboriosa e viene effettuata in India e Vietnam. Dall’Africa occidentale partono container di semi grezzi. Se si riuscisse a trasformare gli anacardi sul posto, i margini salirebbero enormemente. Ci spera Musukada Jalloh, responsabile di un consorzio di contadine della regione di Makeni. «Durante l’epidemia di ebola non potevamo curare le piantagioni perché i commerci erano bloccati e si doveva restare a casa per prendersi cura dei propri cari – racconta –. Ma oggi l’incubo è passato. Siamo tornate a dedicarci alla nostra terra e con il prossimo raccolto ritroveremo il sorriso. Gli anacardi sono i nostri veri diamanti».

(di Marco Trovato – foto di Alessandro Gandolfi / Parallelozero)

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